Sospensione della patente? Un’odissea fra mille uffici statali che non funzionano

Racconto la mia esperienza personale in seguito alla sospensione della patente per guida in stato di ebbrezza. Un’esperienza a dir poco terrificante, e non tanto per il provvedimento in sé quanto perché ho dovuto avere a che fare con la burocrazia statale. Casi come questo evidenziano fortemente come sia ormai incredibilmente pachidermica, inefficiente, inutile e obsoleta.

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Non discuto sul provvedimento e sulle sanzioni. C’è stato un reato penale e ovviamente sono chiamato a scontare la pena. È stato un errore mio e non posso certo biasimare nessuno per quello. Però dover scontare da 3 a 6 mesi di sospensione, pagare “svariate migliaia di euro allo Stato” come ammenda e dover fare dei lavori socialmente utili mi sembra un po’ troppo, visto che per violazioni della legge a mio parere anche più gravi in Italia adesso si hanno pene ridicole.

Considerando anche il fatto che non possono essere applicate sanzioni uguali a prescindere dalla capacità di sopportazione dell’alcool. Insomma, se mi metto alla guida anche se ho bevuto un po’ so che sono in grado di guidare senza far danni e senza uccidere nessuno. Questo magari non avviene nel caso di un ragazzino sprovveduto o di una donna che invece sono subito su di giri dopo aver leggermente bagnato le labbra con dell’alcool.

Dietro tutto questo ci sono sicuramente le associazioni dei parenti delle cosiddette “vittime della strada”. In Italia chi alza più la voce ottiene di più, ma questo ovviamente ha poi ripercussioni sulle persone che non conoscono il problema, e soprattutto non responsabili per quello. Tu, stato italiano, lasci a piede libero persone pericolosissime per questioni di mafia o criminalità organizzata e poi rovini la vita a un onesto lavoratore, che nella vita non fa molto altro oltre che lavorare e che la sera, per svagarsi un po’, si beve un bicchiere di birra in tutta sicurezza?

Se vi sospendono la patente per guida in stato di ebbrezza sappiate che questa viene subito spedita alla Prefettura più vicina. Gli impiegati della Prefettura, però, non analizzano subito il provvedimento appena arrivato, perché tanto la sospensione della patente ha un minimo di 3 mesi. Questo a prescindere dal reato e da chi lo commette: sono 3 mesi se i poliziotti vi beccano. Dovete chiamare molte volte per accelerare il provvedimento, quindi dovete in qualche modo affrettare la vostra stessa condanna se volete fare ricorso e riavere al più presto la vostra patente.

Una volta pronto questo provvedimento bisogna redigere un’ordinanza da mandare al Comando dei Carabinieri dove è avvenuta l’infrazione. Se vi affidate alla Prefettura questa operazione richiede da un minimo di 10 giorni a un massimo di 40/60 giorni. Insomma, non è che si comportano così per scoraggiare chi ha commesso il reato a presentare ricorso con l’Avvocato, ma fanno così perché non hanno voglia di lavorare o perché sono ignoranti, ovvero non sanno cosa devono fare! E questo vale in tutte le parti d’Italia, ve lo assicuro!

Una volta pronta questa ordinanza, quindi, dovrete prenderla dalla Prefettura e portarla ai Carabinieri. Qui ho assistito a una scena curiosissima: il carabiniere di turno ha preso una penna e ha iniziato a scrivere a mano non so quale tipo di disposizione. Ora, io non scrivo a mano da anni, al punto che mi sono dimenticato anche come si fa.

Ma non hai almeno una macchina da scrivere? Ma non potete espletare tutte queste procedure, che a me sembrano anche ridondanti, tramite email o fax, se proprio volete rimanere arretrati?

Allo stesso tempo porto avanti la richiesta di annullamento della sospensione cautelare insieme all’Avvocato. Adduco degli urgenti motivi di lavoro, perché effettivamente senza auto non riesco a spostarmi e a lavorare decentemente. Considerate che si tratta di sospensione cautelare, nel senso che le istituzioni pensano che voi andiate in giro in macchina sempre ubriachi e che siate un pericolo per la società, nel senso che da un momento all’altro potreste uccidere qualcuno mettendolo sotto!

A un certo punto l’Avvocato mi dice di aver risolto tutto, in quanto parrebbe che si sia messo d’accordo con il Giudice di Pace, che avrebbe anticipato una disposizione di annullamento dell’istanza cautelare. Solo che qualche giorno dopo arriva una notifica con cui si respinge la richiesta. L’Avvocato mi telefona scusandosi e adducendo mille spiegazioni su quello che sembra un fraintendimento con il Giudice. La verità pare essere che i due non si siano capiti, e che il Giudice abbia assolto un’altra persona con il mio stesso cognome, e invece processato il mio caso senza neanche guardarlo.

Facciamo ricorso e la nuova udienza viene fissata per un giorno successivo al giorno in cui dovrebbe essere restituita la patente. Facciamo ulteriore ricorso e otteniamo una data compatibile, anche se ormai molto prossima al giorno della fine del provvedimento.

Mi presento dal Giudice insieme all’Avvocato, e quest’ultimo inizia a dire “mi appello all’articolo 23…” e l’altro: “Ma quell’articolo non c’è più”. Rimango allibito, anche perché la conversazione tra i due verte su come poter aggirare la legge, ma senza che nessuno dei due abbia la competenza necessaria per farlo. Ci troviamo davanti a un caso di una persona che può subire conseguenze molto gravi sulla sua professione per un reato che in realtà già in partenza prevede una sanzione troppo pesante rispetto alla sua effettiva entità. Insomma, perché devo essere considerato alla stregua di un ragazzino che non riesce a gestire l’alcol? Non può essere che il mio organismo è abituato e che se guido in quelle condizioni è perché sono sicuro di non far male a nessuno?

Alla fine il giudice annulla la sospensione, ve lo giuro, senza alcuna motivazione. Passiamo con l’Avvocato dal funzionario che deve firmare il dispositivo di annullamento della sospensione e quest’ultimo dice: “Ma non spiega il perché”. Ma insieme all’Avvocato insistiamo e riusciamo a far firmare il dispositivo.

Ne approfitto per chiedere all’Avvocato quali potrebbero essere i costi del ricorso successivo, visto che tutto questo sta accadendo vale solamente per l’annullamento del provvedimento temporaneo, mentre dopo ci sarà anche una condanna penale. Mi risponde: “Svariate migliaia di euro allo Stato”, per quanto riguarda l’ammenda amministrativa. Chiedo ulteriori delucidazioni e mi dice “qualcosa come 1.500/2000 euro”.

A questi vanno aggiunti la parcella dell’Avvocato, sarà qualcosa come 2/3 mila euro, e la consulenza scientifica, visto che si scopre che nello scontrino venuto fuori dall’etilometro c’è la dicitura “Volume insufficiente”.

L’Avvocato (si tratta di un Avvocato di ufficio, perché io non ho mai avuto un difensore visto che non ne ho mai avuto bisogno) fino a quel momento mi aveva dato speranze circa un presunto documento che i carabinieri avrebbero dovuto farmi firmare al momento del test e che è relativo alla convocazione del difensore. Questo documento, secondo lui, non era presente nel fascicolo. Ma proprio il giorno dell’incontro con il Gdp sfoglia il suddetto fascicolo e trova questo documento!

Nello stesso momento guarda lo scontrino e vede il “Volume insufficiente”. Pare che io abbia soffiato poco nel macchinario e che quindi la rilevazione non è corretta. Probabilmente si può impugnare tutto il provvedimento sulla base di questo, con buone possibilità di essere completamente assolti, come si può vedere anche in questo caso. Ma devo essere io a sapere queste cose? Giudici e Avvocati non sono a conoscenza di un’eventualità di questo tipo?

A quel punto l’Avvocato mi dice di andare subito in Prefettura, che loro mi avrebbero riconsegnto immediatamente la patente. Non è così, l’ufficio è chiuso ma rispondono al telefono. Mi dicono di consegnare il documento a una finestra (l’ufficio dà su una sorta di cortile), ma di non poter far subito l’ordinanza da portare ai Carabinieri. Come è successo quando ho affrettato la procedura all’ “andata”, dovrò infatti portare io il documento ai Carabinieri, perché i due uffici statali non sono in grado di comunicare tra di loro.

A questo punto arriva il momento più difficile e paradossale di tutto il processo. La procedura rimane bloccata in Prefettura: loro impiegano diversi giorni a far firmare l’ordinanza dal funzionario e la consegnano solamente negli orari di ufficio, che non sono compatibili con quelli del mio ufficio. Non posso prendere più permessi perché li ho finiti e fisicamente non sono più in grado di entrare in possesso della documentazione.

“Gli orari del pubblico non sono compatibili con quelli del privato”, spiego al telefono agli impiegati della Prefettura. E loro: “Non possiamo farci niente, noi alle 17:30 andiamo a casa”.

Una storia incredibile, perché va a compromettere la mia carriera professionale quando io non mi sento di aver commesso un reato così grave da avere delle conseguenze talmente devastanti su una professione che ho costruito in molti anni. Lo Stato italiano si muove a una velocità semplicemente differente rispetto a quella del resto del mondo, ed è ormai un freno per il funzionamento regolare dell’intera nazione. Sono sicuro, infatti, che casi come questo sono all’ordine del giorno in tutti i settori in cui ci devono essere rapporti tra Stato e entità private.

Uno Stato modellato in un’altra epoca, che viveva a una velocità e secondo esigenze che oggi non esistono più. Uno Stato medievale che semplicemente non ha più ragione di esistere, perché costa, andando a pesare anche all’estero viste le richieste che ci fa l’Unione Europea in termini di riduzione dei costi. E che non è per niente efficiente, perché governato da gente che non ha voglia di lavorare e che non è in grado di fare il proprio lavoro.