Recensione Veloce come il vento

Osare, come osano i protagonisti del film. Rischiare, come rischia il personaggio magnificamente interpretato da Stefano Accorsi che si rifà al pilota di rally Carlo Capone. Insistere sulla componente tecnica, cosa che il cinema italiano ha fatto molto poco negli ultimi decenni. Dove per “componente tecnica” intendiamo quell’approccio per cui ogni scena è pensata in maniera tale da giustificare e potenziare la successiva.

Veloce come il vento

Qualcosa sembra essere cambiato. Il cinema italiano vuole fare un passo indietro rispetto a quella supponenza che lo ha ormai relegato in un angolino, su posizioni di contrasto verso il cinema più tecnico, più carico di orpelli ingiustamente considerati inutili e più ritmico e action oriented. Ce ne eravamo accorti con Lo chiamavano Jeeg Robot, ma le cose diventano ancora più chiare con questo Veloce come il vento, internazionalmente conosciuto come Italian Race, del giovane regista Matteo Rovere.

Disillusione, angoscia, disperazione come punti inamovibili del cinema europeo/italiano. Che mal si sposano con l’approccio tecnico, che ha bisogno di distaccarsi in più momenti del film dalla trasmissione del messaggio su canale esclusivamente parlato. Rovere non rinuncia all’approccio pessimista, che l’Europa cinematografica sembra non potersi scrollare di dosso, ma lo amalgama quasi perfettamente con un’impalcatura che invece ricorda certi classici americani. Veloce come il vento, cosa che sarebbe parsa come una bestemmia fino a poco tempo fa, ora assomiglia a Rush, ora a Need for Speed, ora addirittura a Fast & Furious.

Rovere, e il suo cast tecnico, si preoccupano innanzitutto di rendere realistiche le fasi di corsa. È vero che le auto vanno troppo piano e sono poi il montaggio e la fotografia a dare la sensazione di velocità, ma è anche vero che i movimenti della telecamera, i suoni e il comportamento delle auto sono tutti aspetti ideati con il principale scopo di immergere lo spettatore nell’esperienza.

Ma Veloce come il vento non è solo questo. Diciamo, innanzitutto, che si concentra sulla storia di una famiglia che ha già perso la madre, scappata in Canada o chissà in quale altro posto del mondo, e sorretta unicamente da colui che è titolare di una scuderia di auto di Gran Turismo che ha spinto due dei suoi tre figli verso la passione per la guida. “Non osare, sii sicura innanzitutto”, dice sempre papà De Martino a Giulia, giovane promessa del campionato GT italiano.

Proprio questo essere restìo a vivere la vita fino al suo nocciolo ha compromesso i rapporti tra padre e l’altro figlio, Loris, il personaggio interpretato da Stefano Accorsi. Dopo un terribile incidente in una prova di rally, Loris abbandona la famiglia e intraprende un percorso di perdizione e tossicodipendenza. C’è un terzo figlio, Nico, il quale sembra essere rimasto traumatizzato da tutti questi sconvolgimenti, come sospeso tra l’eccessiva circospezione del padre e la follia devastante di Loris.

Veloce come il vento è tecnico a raccontare tutto questo, al di là delle emozionanti fasi di corsa con i bolidi, oltretutto realizzate sui veri circuiti di Monza, Imola, Mugello, Vallelunga. L’uso della musica, così come dei momenti comici con uno Stefano Accorsi letteralmente irresistibile come mai prima d’ora, degli effetti sonori e delle inquadrature immergono lo spettatore in una storia non certo originale, ricordano moltissimo Un Gelido Inverno Con Jennifer Lawrence. Anche qui, infatti, la sorella maggiore, abbandonata dai genitori, deve sacrificarsi per proteggere il fratello ancora piccolo. Rovere, tra le altre cose, tenta di simulare l’instabilità data dalla tossicodipendenza con movimenti della telecamera sempre molto nervosi, ancora più accentuati quando è Loris il centro nevralgico della scena.

Insomma, delle accortezze che vanno al di là della semplice attenzione alla sceneggiatura. Pur non rinunciando, come detto, all’ “anima” del cinema europeo, ovvero a essere estremo nel sottolineare la sofferenza, e Rovere sembra anche scherzarci sopra. Insomma, nel nostro cinema uno dei protagonisti principali “deve” morire o andarci molto vicino ogni 5 minuti di film, tutto “deve” andare storto, quasi a impedirci di non andare troppo in là con il sogno, tanto prima o poi dovremo uscire da quella sala cinematografica e tornare nella realtà. E Rovere non rinuncia a queste estremizzazioni, soprattutto quando sottolinea la tossicodipendenza in cui sono caduti Loris e la sua ragazza.

La parte comica è allo stesso tempo molto divertente, con Stefano Accorsi che si cala magnificamente nel personaggio del tossicodipendente, sia a livello caratteriale che sul piano fisico. Scherza sulla natura da tossico del suo personaggio, e riesce a strappare grasse risate alla platea, che presto si affezionerà a Loris, che naturalmente diventa l’anima di Veloce come il vento: è uno Stefano Accorsi letteralmente trascinante!

E allora è tutto vero? Il cinema italiano si riscatta finalmente dalle sue incertezze e diventa coinvolgente e tecnico? Diciamo che è un primo passo verso quella direzione, e che non si colma con un solo film la distanza con Hollywood e con professionisti che hanno sempre ragionato in questo modo. Se il film, insomma, procede molto bene nella prima parte, nella seconda succede qualcosa che lo rende più prevedibile e forzato.

Il canovaccio iniziale è chiaro: Loris torna dalla sua perdizione e allena la sorella a diventare una brava pilota, seguendo un po’ lo schema di Rocky. Fin qui funziona tutto molto bene, con la sorella che a sua volta, con il suo scopo, aiuta Loris ad allontanarsi dal mondo della tossicodipendenza. Nella seconda parte, però, sembra esserci un fratello di troppo. Il rapporto tra Loris e Nico, infatti, è scandagliato male e il tema diventa principale troppo tardi, in una fase del film in cui lo spettatore piuttosto si aspetta più dettagli circa la risalita di Giulia, la quale è adesso in lotta per vincere il campionato GT.

Il nuovo tema così subentrato Loris/Nico giustifica gli sceneggiatori a inserire alcuni di quei momenti comici di cui abbiamo parlato prima, molto divertenti ma che non dicono nulla rispetto a quella che è l’anima del film. Tutto questo rischia di far diventare forzato Veloce come il vento nella seconda parte, evidenziando come gli scrittori perdano un po’ il controllo sul fattore immedesimazione che invece avevano curato così bene fino a quel momento.

Nico serve, insomma, ad alterare un percorso, quello dell’allenamento, che risulterebbe altrimenti prevedibile. Rovere si ritrova a giocare nel campo così collaudato per i creativi di Hollywood, ma probabilmente non ha l’esperienza per farlo. Forzare il nostro cinema a quello a stelle e strisce, in altri termini, è un percorso che necessita di allenamento e di dimestichezze che oltreoceano sono ormai acquisite, mentre da questa parte vanno ancora assimilate.

Ma non si può certo bocciare un esperimento così coraggioso, così evidentemente di rottura verso un modo di fare cinema che è diventato incredibilmente stancante e inutilmente pessimista. Speriamo, insomma, che tutti i prossimi film italiani si muovano sul percorso tracciato da Veloce come il vento.