Recensione The Martian

I presupposti sono quelli di un film molto semplice, una sorta di rifacimento di Salvate il Soldato Ryan con la NASA al posto dell’esercito americano, Marte al posto della Seconda Guerra Mondiale e Matt Damon al posto di …ehm… Matt Damon.

The Martian

Ma in realtà le cose non stanno propriamente così. Ridley Scott ha voluto dare un’anima al suo film, ed è infatti quest’anima che ha reso The Martian così amato dal pubblico degli appassionati di cinema. Il film è suddiviso in due filoni che si intersecano tra di loro: uno riguarda le vicissitudini dall’astronauta Mark Watney rimasto bloccato su Marte dopo una tempesta di sabbia che lo ha separato dal resto dell’equipaggio della missione. L’altro gli forzi della Nasa da Terra per trovare un modo di riportare Mark a casa.

E Scott ha voluto dare uno stile narrativo differente alle due parti. Lì su, su Marte, segue le vicende come se stesse facendo un VLOG, uno di quei diari in video che fanno gli youtuber per entrare in contatto con i loro fan. Mentre sulla Terra abbiamo un andamento molto più documentaristico, quasi a raccontare di “quella volta in cui la NASA ha perso un suo astronauta su Marte. Volete sapere come lo abbiamo riportato giù?”

Questa duplice impostazione ci consente di seguire le teorie scientifiche e di immergerci nella pianificazione della strategia finanziaria per ripotare Watney sulla Terra in maniera piuttosto realistica. Scott modula molto bene le due parti, usando la prima per mostrarci in maniera virtuosa gli sforzi dell’astronauta per prolungare la sua agonia e così per permettere dalla Terra di trovare la strategia giusta entro le tempistiche a disposizione. Essendo un VLOG non vediamo la disperazione, l’angoscia straziante che sicuramente attanaglia una persona che si ritrova così sola, a decine di migliaia di chilometri dall’essere umano più vicino (gli altri membri dell’equipaggio che nel frattempo si sono messi in salvo e hanno raggiunto la Stazione Spaziale) e questo rende The Martian un film leggero, su scienza e fatti economici, piuttosto che angosciante e psicologico.

Dall’altra parte, la scelta di raccontare le vicende come se si fosse all’interno di un documentario, con tanto di sottopancia di presentazione per ogni personaggio della NASA coinvolto che appare per la prima volta sullo schermo, quasi che fosse un film di Sergio Leone, sottrae dalla visione dello spettatore tutta la parte mediatica, tranne che in sporadici momenti, e interamente la parte del coinvolgimento della gente. Chissà che succederebbe sui social se l’umanità fosse chiamata a seguire veramente una “fiction” su scala globale di questo tipo…

In tutto questo Scott non rinuncia certo all’emozione, anzi è capace di rendere The Martian un film fortemente commovente. Watney è il primo uomo a esplorare i luoghi su Marte e il primo essere vivente a calpestare quelle zone in miliardi di anni. Anzi, è adesso l’unico essere vivente in un intero pianeta. Tutte cose che avvicinano The Martian a certi film d’avventura spaziale degli anni ’90, dai quali Scott non sembra volersi scostarsi più di tanto.

Dopo essere rimasto isolato sul pianeta, l’astronauta Watney deve sperimentare come far crescere del cibo sul pianeta Rosso, così come procurare dell’acqua e anche come rimettersi in contatto con Houston. E dalla Terra fanno altrettanto, da una parte ingolositi dell’opportunità di mostrare i muscoli al mondo, dall’altra per evitare un disastro mediatico che per un’organizzazione continuamente alla ricerca di fondi per il proseguimento della ricerca potrebbe diventare estremamente controproducente.

Ma le distanze, la necessità di dover fare i conti con i tempi, la scarsa maturità della tecnologia umana di fronte alla portata della missione complicano il lavoro dell’astronauta e della NASA. Lo spettatore assiste a una serie di fallimenti, che si incrociano con i sentimenti da una parte dell’equipaggio che si è trovato costretto a lasciare Watney al suo destino, dall’altra dello stesso personaggio interpretato da Matt Damon. La sua è una continua lotta contro sé stesso: la sua principale sfida è non demordere quando tutto sembra andar male, quando sembra che distanze e tempi siano semplicemente di un’ordine di grandezza troppo alto rispetto alla finitezza dell’essere umano.

Ciò genera pathos, perché lo spettatore non sa più se aspettarsi l’ennesimo fallimento o il più prevedibile lieto fine. La struttura del film insomma è sufficientemente complicata da spiazzare lo spettatore e rendere imprevedibile il prevedibile. Anche perché The Martian diventa un film sulla speranza, sull’ottimismo tipicamente hollywoodiano e sulla forza a non gettare la spugna, a rimanere focalizzati in attesa di un domani migliore.

Insomma, se avete pianto con Apollo 13 allora facilmente vi succederà di nuovo con un film semplice, ma dalla grande anima.