Recensione The Hateful Eight

Un invito da parte del signor Quentin Tarantino a vedere un film in una delle migliori sale inematografiche di inizio ‘900. È soprattutto questo The Hateful Eight: come Grindhouse Death Proof prima di lui è una cornice nella quale incastonare l’ennesimo capolavoro di tecnica e di rimandi, principalmente e soprattutto a sé stesso, ovvero ai suoi film precedenti. Lo spettatore è infatti cullato dalla overture, che dura 4 minuti e con la splendida colonna sonora del Maestro Ennio Morricone; dall’intermission, ovvero la pausa di 15 minuti tra primo e secondo tempo che segna un netto cambio di stile e di ritmo e della quale si accorgono anche i personaggi all’interno del film; e dal programma, ovvero un libretto reale che gli spettatori ricevono (in certe sale) prima dell’inizio del film come se fossero a teatro.

The Hateful Eight

Come al solito in Tarantino si mischiano reale e immaginazione legata alla celebrazione della storia del cinema. Assisti a un film che semplicemente non è fatto con i criteri degli altri film: è unico come qualsiasi cosa venga fuori dalla mente di Tarantino perché è il massimo che la tecnica narrativa può offrire e per esserlo deve essere contemporaneamente completamente diverso dal passato e completamente uguale. È per questo che Tarantino ha voluto fortemente girare il film con le vecchie tecniche analogiche in modo che possa essere proiettato nel formato Ultra Panavision 70.

Ricordate? Siamo ai primi del ‘900, dopotutto. Le immagini sono ovviamente totalmente definite, perché l’analogico si sposa con le altissime risoluzioni di oggi, ma allo stesso tempo offrono imperfezioni e anomalie, traballano in certi punti e sembrano caratterizzarsi per bagliori improvvisi di luce apparentemente non sempre voluti dal regista.

Venendo a noi, Django Unchained sta a Pulp Fiction come The Hateful Eight sta a Le Iene. E non solo perché questi due ultimi film condividono molte caratteristiche con il genere kammerspiel, termine con il quale si indicano quei film che contano su pochi personaggi e ambienti ristretti, e in cui i dialoghi sono spesso più importanti dell’azione. Ma anche e soprattutto per la profondità dei due film, per il loro senso e per certe analogie strutturali e semantiche che in alcuni casi rischiano di diventare pericolose.

The Hateful Eight è un film sulla giustizia di ognuno di noi, che a sua volta rappresenta ora un’idea ora un sesso ora una razza ora un partito politico, che devono incastrarsi per poter condurre a una convivenza pacifica e, conseguentemente, alla società civile moderna. Da questo punto di vista The Hateful Eight potrebbe essere definito come un Carnage “alla Quentin Tarantino” o un Magnolia “alla Quentin Tarantino”, se chiaramente non fosse in realtà molto di più.

I temi del femminismo e del razzismo, che i fan di Tarantino sanno essere molto cari al regista di Kill Bill e Django Unchained, qui si dipingono di ulteriori fattori di complicazione. Nessuna di queste istanze qui è completamente giusta, anzi deve lottare insieme alle altre, ritagliarsi il proprio posto nel gioco di equilibri alla base di una nuova nazione. Per difendersi, insomma, bisogna diventare cattivi, anche perché molto spesso ci si lascia trasportare da quella insaziabile voglia di riconquista e di vendetta che Tarantino aveva dipinto molto bene in passato. Niente è perfettamente giusto in The Hateful Eight, neanche ciò che Tarantino ci aveva mostrato come tale nel passato. Non sono le donne a guidare stavolta e i neri non stanno necessariamente dalla parte del giusto.

Non si può parlare di un film di Tarantino senza andare a toccare il discorso del ritmo della narrazione, al qual proposito vi rimandiamo caldamente a questo precedente articolo su Django Unchained. Se da quella parte avevamo un impetuoso climax iniziale che si arrestava improvvisamente per dare spazio alla “lentezza dei dialoghi”, voluto da Tarantino per conferire enfasi alla sceneggiatura e per valorizzarla il più possibile all’interno del contesto da western epico, qui abbiamo un climax continuo e inarrestabile. Si parte piano, pianissimo, nella prima parte al di fuori dall’emporio di Minnie dove si scatenerà il massacro dei furiosi otto, e poi si sale sempre fino a scoprire il “colpevole” all’interno di una sorta di quello che possiamo definire, se proprio vogliamo attribuirgli un genere, come thriller, di giallo western.

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The Hateful Eight non è certamente quel tipo di film che intende andare incontro a facili gratificazioni. Non è pensato in modo tale da cercare di convincere qualcuno ad assegnargli dei premi. Tarantino non fa fellatio a nessuno, procede sulla sua strada, probabilmente già ampiamente strutturata, fatta di innovazione e sperimentazione. Ed è per questo che The Hateful Eight è completamente originale e assolutamente distante da qualsiasi altra cosa fatta dal regista in passato, Django Unchained compreso. Ma allo stesso tempo è estremamente citazionista, forse anche troppo nei confronti de Le Iene, sicuramente troppo nei confronti dello stesso Tarantino. Se in passato avevamo più equilibrio tra auto-citazioni e citazioni del cinema del passato, qui prevalgono le prime. E può trattarsi di azioni dei personaggi, di frasi già sentite in passato, soprattutto di inquadrature e modo di atteggiarsi degli attori davanti la cinepresa.

Bisogna indagare inoltre sul doppio piano di rimandi tra attori e ruoli. I personaggi condividono tra di loro degli elementi in comune quando sono interpretati dallo stesso attore. Ecco che Samuel L. Jackson sembra ricordare il Jules di Pulp Fiction in certe espressioni e in certi comportamenti, così come Michael Madsen tiene sotto il tavolo la sua bocca da fuoco come faceva in Kill Bill. Insomma, i fan di Tarantino sono chiamati a interpretare e a sviscerare una serie di rimandi altamente ricamata, che va a impreziosire un film che comunque non stanca mai, ed è sempre intenso dal punto dei vista dei piani semantici che si incrociano fra di loro, nonostante duri oltre tre ore. Il secondo piano di collocazione dei personaggi è reale: nel senso che esiste una fitta ragnatela di parentele per cui, ad esempio, “Il piccolo uomo” qui interpretato da Tim Roth è il padre di uno dei personaggi di Bastardi Senza Gloria, ovvero del tenente Archie Hicox interpretato da Michael Fassbender. C’è chi parla di Tarantinoverse, ovvero del fatto che in uno dei prossimi film questa correlazione tra i personaggi, che ricordiamo risalire ai tempi dei fratelli Vega de Le Iene/Pulp Fiction, possa emergere in maniera chiara. Certa è una cosa: che Tarantino sta preparando un finale col botto per la sua filmografia, sicuramente tecnico probabilmente anche sul piano semantico.

Una delle cose che più mi rimasero impresse de Le Iene, a parte ovviamente la scena in cui Michael Madsen parla con l’orecchio reciso dalla testa di un poliziotto catturato, è quel frangente dove i protagonisti vengono fuori dal garage in cui sono asserragliati mentre la musica si attutisce, perché la fonte è dentro al garage. Insomma, Tarantino nei suoi film crea un piano semantico alternativo imperniato sugli effetti sonori, ovviamente al fine di corroborare la sensazione di esserci, di condividere la scena con i furiosi personaggi che ha creato. In The Hateful Eight la presenza degli effetti sonori è costante: se l’azione si svolge quasi sempre all’interno della piccola casupola che accoglie l’emporio di Minnie la tempesta lì fuori impazza continuamente con folate di vento e raffiche che si infrangono contro le vecchie pareti in legno del rifugio. Tarantino ha voluto lo standard 5.1 per The Hateful Eight, ancora una volta desueto ma sicuramente sufficiente per garantire la profondità uditiva che gli serve. Memorabile poi la scena dove gli otto furiosi mangiano lo stufato facendo un terribile rumore con le mascelle, anche questa citazione di altri riferimenti uditivi di questo tipo, come quello di Jules che mangia il ‘Big Kahuna Burger‘ a Pulp Fiction e beve poi una soda.

Dicevamo delle accortezze stilistiche a livello di fotografia, categoria per la quale The Hateful Eight è in corsa per un Oscar. Stranamente aggiungerei, perché l’Academy dimostra completa insensibilità al cinema di Tarantino, e quindi al Cinema, perché sempre intenzionata alla ricerca di messaggi forzosamente “buonisti”, nel tentativo stare alla larga dai premi ai film che vanno sopra le righe e che sperimentano. Quindi Tarantino, nonostante abbia dato il là a praticamente tutti i registi emergenti che oggi si stanno affermando, non avrà mai molte speranze di vincere gli Oscar più importanti. Ma non si può proprio non candidare The Hateful Eight alla fotografia, perché si rischia di essere accusati di cecità.

Come al solito anche qui Tarantino ripristina molte delle inquadrature che aveva usato in passato, come il primo piano americano o l’inquadratura laterale che così tanto avevamo amato ai tempi di Jackie Brown. O di spalle con le due pistole che vanno sopra la testa, come in Django Unchained. Ma c’è una “new entry” come dicevamo, e riguarda la profondità di campo. Tarantino gioca continuamente con elementi a fuoco ed elementi sfocati, anzi sarebbe meglio sostituire la parola “personaggi” ad “elementi”. C’è tutta una complessa struttura tra quei personaggi che assurgono momentaneamente a protagonisti parlanti e quelli che invece, momentaneamente, vanno sullo sfondo, e sono sfocati.

E questa cosa viene esaltata da quella scena che si conquista il rango di scena cardine del film. Come ne Le Iene avevamo la scena dell’orecchio reciso prima citata o in Kill Bill Volume 2 la famosissima scena in cui Beatrix Kiddo viene fuori dalla tomba, qui il momento maggiormente carico di pathos riguarda una canzone della splendida Daisy Domergue interpretata da Jennifer Jason Leigh e in odore, si spera, di Oscar. Daisy si gira a più riprese verso il suo aguzzino John Ruth (Kurt Russell) mentre canta. Continua a cantare ma per ogni volta che gira il capo verso dietro ecco che John viene messo a fuoco e lei va nella parte sfocata. La scena è girata “al volo”, senza tagli, per cui potete solamente immaginare la difficoltà di applicare lo sfocato, anche perché tutto avviene manualmente, nei momenti giusti. Un paio di queste corrispondenze non sono a tempo come le altre, ma come puoi stabilire se le asincronie sono un altro rimando all’imperfezione del cinema di una volta o sono più banalmente degli errori dovuti alla complessità dell’applicazione della tecnica di profondità di campo a una scena così contorta?

Quanto alla sceneggiatura che, tornando al discorso Oscar, ha mancato addirittura la nomination per tirare dentro Inside Out della Pixar, si tratta, a mio modo di vedere le cose, di una delle sceneggiature in assoluto più intelligenti. Non solo perché ci fa conoscere il western tramite un turbinio di storie, quasi sempre raccontate a voce dai protagonisti e solo in un caso riprodotte sul piano visivo, ma perché tutti i dialoghi, che ovviamente vanno goduti nella versione originale in inglese, sono musicali, sfruttando l’intercalare degli attori feticcio di Tarantino. Giochi di parole e di suoni si susseguono a rotazione continua nei dialoghi che si trasformano in duelli vocali e che raccontano da una prospettiva completamente innovativa il western.

Da una parte abbiamo la solita struttura a temi di Tarantino, dall’altra la perfetta corrispondenza temporale tra ciò che succede e ciò che lo spettatore vede, senza dimenticare l’argomento musicalità dei dialoghi. Non solo i temi contraddistinguono gli ormai tipici capitoli, ma all’interno di ogni capitolo il focus può cambiare diverse volte. E quando cambia è come se ci si dimenticasse completamente del tema precedente, appunto per voltare pagina e trattare un nuovo argomento politico o una nuova storia che si incastra certamente nel contesto complessivo ma che allo stesso tempo è un tema sensibilmente differente da quello appena concluso.

A livello di tempi, in The Hateful Eight lo spettatore non viene mai abbandonato rispetto a quello che succede nell’emporio, o sul “palcoscenico”. C’è una fedele corrispondenza temporale, con lo spettatore che vede proprio tutto ciò che succede prima sulla collina nella bufera e poi all’interno dell’emporio. Anche dopo l’intermission, una voce narrante, di Quentin Tarantino in persona nella versione originale, dice “sono passati 15 minuti da quando abbiamo abbandonato i nostri eroi”, o qualcosa del genere, non badate alle parole esatte. Il tutto senza ricorrere ad arzigogolati piani sequenza, ma nel classico sistema “alla Tarantino” focalizzato sempre sui primi piani e incentrato sui dialoghi

La musicalità è cruciale poi in questi dialoghi, che spesso sono quasi delle canzoni, come poi evidente nella scena di Daisy prima citata. E chi se non uno straordinario Samuel L. Jackson può interpretare al meglio le tempistiche e le esigenze ritmiche all’interno del parlato di un film di Quentin Tarantino? Jackson fa qui un lavoro sontuoso con monologhi lunghissimi e mai noiosi (perlomeno per l’aficionados di Tarantino), al meglio per quanto riguarda le sue interpretazioni in un film di Quentin Tarantino. #OscarSoWhite

La musica di Ennio Morricone naturalmente va a completare il gioco di sonorità che, come detto, trascina dentro anche effetti sonori e dialoghi. Tarantino ha chiesto al Maestro una colonna sonora che potesse scandire i ritmi e il climax da giallo che qui sono al centro dell’impalcatura tecnica, e Morricone ha rispolverato la famosissima musica di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, probabilmente la migliore per questo genere tra quelle composte da Morricone. In The Hateful Eight appare in forma sensibilmente differente, ma ci pare di riconoscere un’origine e un’impostazione comuni.

Ma il punto vero in tutto questo è un altro. Nei film di Sergio Leone si percepiva nettamente una divergenza importante tra personaggi comuni ed “eroi”. Dove per eroi non intendiamo necessariamente un’accezione positiva, ma semplicemente delle persone capaci di cambiare il corso degli eventi e di influire su un gran numero di vite, di vite di personaggi comuni. I secondi decidono le sorti dei primi magari perché sono in grado di imporsi o più semplicemente perché non hanno più niente da perdere. Tarantino ama tutto questo e ha costruito tutti i suoi film su questo assunto, a partire da Pulp Fiction, a partire da Le Iene. Ed è per questo che già a quei tempi si poteva presupporre che prima o dopo sarebbe approdato al genere western.

Ora, che succede se 8 di quegli “eroi” convergono contemporaneamente nello stesso posto allo stesso momento? Semplice, succede The Hateful Eight, dove ognuno di loro ha una propria giustizia da affermare e dove ognuno di loro è disposto a tutto pur di non rinunciare alla propria causa. E Tarantino rende tutto questo in una maniera splendida in un film che diventa così una sorta di spin-off delle celebri pellicole di Leone, perché racconta tutti i retroscena, tutte le follie, tutte le particolarità psicologiche, ma anche gli aspetti più semplici e più quotidiani, dei personaggi che il fan di western ha imparato ad amare grazie a Leone e ai quali è rimasto così tanto legato, come i vari cacciatore di taglie, cocchiere della diligenza, maggiore reduce dalla guerra, proprietaria dell’emporio, sceriffo, mandriano, boia, condannata al patibolo, e così via.

È semplicemente splendido: stavolta abbiamo proprio la possibilità di capire in profondità chi è ciascuno di loro, come se lui ci stesse invitando a casa sua a prendere un tè mentre ci racconta le storie del suo passato. È per questo che The Hateful Eight è fondamentalmente ancora una volta l’esaltazione di qualcosa che è profondamente italiano, come il genere degli spaghetti western. Ovviamente riveduto e corretto, risperimentato in ottica Quentin Tarantino.

E come non sottolineare quella lucida perdita di controllo di Tarantino. A un certo punto avverti proprio la sensazione che il cocchiere dietro la cinepresa abbia perso la bussola, e che prevalga la follia tra sangue più o meno gratuito, perdita di orientamento fra cosa e giusto e cosa no, interessi controversi dei singoli otto personaggi. Rimani completamente spiazzato, molto di più rispetto a ciò che succedeva in passato. E per questo parlo di evoluzione semantica dei film, c’è come una progressiva guidata perdita di controllo verso il finale della filmografia di Tarantino.

E se ogni film di Tarantino ha un tema predominante, un senso che si erge al di sopra delle varie prospettive che si incastrano fra di loro, The Hateful Eight si concentra sulla politica, qui intesa come la capacità di far rispettare la giustizia tramite le forze dell’ordine.