Recensione Terminator Genisys

La scoperta. Quello che i registi di oggi si ostinano a non capire è che non c’è più il fascino della scoperta in questi remake, reboot o chiamateli come volete. Perlomeno per uno spettatore con qualche anno in più sulle spalle come il sottoscritto, è proprio questo che manca. Mentre i film di James Cameron ti immergevano per la prima volta in un universo completamente nuovo, adesso hai a che fare con qualcosa che già conosci, perlopiù stravolto in alcuni punti chiave a cui ti sei affezionato in tutti questi anni.

Terminator Genisys

Capisco che c’è la necessità di adattare il tutto al pubblico più giovane, che è abituato a ritmi molto più veloci. Terminator Genisys è una corsa folle dall’inizio alla fine in cui non ci si ferma mai per riprendere fiato se non per ascoltare le battute del T-800 (ma non era privo di sentimenti?)

Insomma, il ritmo a cui sono abituati gli spettatori di oggi è diverso dal nostro, ovvero gli spettatori che hanno iniziato a vedere film negli anni ’70 e ’80. Terminator 1 soprattutto, ma anche il secondo storico capitolo, avevano lunghe sequenze di dialogo e riflessione. L’universo di Skynet era tratteggiato sia tramite le immagini, ma anche e soprattutto con le parole. Qui non è così: il regista (Alan Taylor) si è preoccupato soprattutto di avere un ritmo forsennato e un’azione frenetica.

Non che critichi questa impostazione per partito preso. Chi legge le mie recensioni, infatti, sa che ritengo Mad Max un cambiamento epocale nell’equilibrio tra azione e sceneggiatura. Oggi certe arzigogolate fasi di dialogo possono essere sostituite dall’azione vera e propria, con il regista che deve essere bravo a presentare il suo universo durante una scazzottata  o un inseguimento veicolare. È un cambio di paradigma più che un peggioramento.

Quello che non funziona in Terminator Genisys, piuttosto, è il dover forzare la storia in modo da avere delle vere novità rispetto al passato. Se nella parte iniziale sembra trattarsi più di un remake fedele del primo Terminator, dopo qualche minuto ci si accorge che tutto è cambiato. Abbiamo una serie di linee temporali, piuttosto difficili da seguire per lo spettatore tanto sono artificiose, ovviamente basate sulla capacità di viaggiare nel tempo tipica della serie, e che finiscono per stravolgere i fatti per così come li conosciamo.

Sarah Connor adesso conosce il T-800 da quando era una ragazzina e Kyle Reese esiste in un’altra linea temporale, ovvero quella degli anni 2000, diventando artefice del destino dell’umanità in maniera duplice. Ma non è tutto: tra stravolgimenti di ruolo e prospettive che si rovesciano, di cui non posso dire altro perché sarebbero degli spoiler, del vecchio Terminator, nella seconda parte di questo Genisys, resta ben poco.

Genisys è un programma organizzato da Skynet, l’intelligenza artificiale che reputa l’umanità una minaccia da debellare, inserito all’interno di un sistema operativo interconnesso. Il futuro del nuovo Terminator, infatti, è diverso dal “vecchio” futuro a cui ci aveva fatto assistere James Cameron in passato. Non ci sono più palazzi enormi e veicoli dal fascino futuristico, ma la gente è ossessionata dal proprio smartphone e dalla possibilità di essere connessa. Sfruttando proprio questa ossessione, Skynet associa un ordigno di distruzione di massa al lancio del nuovo sistema operativo Genisys. Quando Genisys sarà definitivamente lanciato allora Skynet entrerà in azione producendo un’esplosione nucleare che annienterà l’intera specie umana.

Capite bene che si tratta di forzature alla trama. Come succede in alcuni videogiochi con tanti episodi, devi rivedere, tornare indietro, cambiare le cose, creare narrative alternative, stravolgere il ruolo dei personaggi per poter portare avanti ancora la serie. E la cosa spesso non è gradita dai fan storici che si trovano spiazzati su aspetti dei film che hanno amato da giovani e a cui sono sentimentalmente legati. Ma non è tanto questo il problema, quanto la confusione che tanti piani paralleli alternativi producono nello spettatore.

Resta ovviamente il concetto del Terminator che sconfigge gli altri Terminator e salva l’umanità perché ha acquisito qualcosa dagli esseri umani. Un qualcosa che lo rende più forte degli altri automi. E nel nuovo Genisys, sorprendentemente, “un vecchio ma non obsoleto” Arnold Schwarzenegger riesce ancora a trasmettere bene questo concetto, forse ancora meglio che nei primi due Terminator. Schwarzy, insomma, e ripeto sorprendentemente, è l’elemento più riuscito di questo Genisys.

Principalmente perché riesce a strapparti una risata in più di un’occasione. Anche se il suo personaggio non ha sentimenti (come al solito nella prima parte, poi si trasforma, come vuole la tradizione Terminator, durante l’avventura), il suo modo asettico di rispondere alle sollecitazioni degli umani riesce a farti sorridere. E stavolta ha un rapporto padre/figlia con Sarah Connor, che è ancora più tenero rispetto alle relazioni parentali che aveva in passato per via dell’anzianità del personaggio/attore. Insomma, è uno Schwarzy simpatico come lo era in certi film comici degli anni ’80: una riscoperta!

Lo stravolgimento totale a cui i viaggi temporali portano rispetto alla storia classica riguarda anche il personaggio di John Connor e il suo rapporto con Sarah e Kyle, di cui storicamente è figlio. Come sapete, John dal futuro manda uno dei suoi soldati migliori, Kyle, a proteggere quella che sarà sua madre, Sarah. Skynet, infatti, sapendo che John organizzerà la ribellione, invia un Terminator a uccidere la madre prima che possa concepirlo. Ma è un John Connor che ha un carisma ai minimi termini, in tutte le fasi del film, e che non capiamo perché non possa essere interpretato da Edward Furlong, ai tempi di Terminator 2 il ragazzino che magnificamente aveva reso John Connor.

John Connor è reso in maniera approssimativa sia nella prima parte del film, sia nella seconda. Lo diciamo perché c’è un passaggio netto tra una parte all’altra, con la prima assolutamente sotto tono rispetto alla seconda. Il film ingrana solamente quando si arriva al 2017, con la storia nuova. Le parti precedenti, con gli attacchi nell’epoca presente a Skynet e con l’eccessivamente lunga, per gli scopi di questo film, sequenza del 1984, rischiano di diventare inutili, e sottrarre inutilmente spazio alle vicende che contano, quelle nuove oltretutto. Ciò che non cambia è il carisma di John, personaggio nevralgico di tutte le vicende, che è appunto sempre sotto lo zero.

Oltretutto questa differenza stilistica fra le due componenti principali del film crea un certo distacco tra le emozioni dei personaggi e quelle dello spettatore nella prima parte del film. Spiazzato dai cambiamenti rispetto alla tradizione e dalla velocità della narrazione, in alcuni punti della prima parte lo spettatore si allontana fin troppo dai personaggi, non riuscendo perfettamente a condividere il loro punto di vista in certe loro espressioni o battute. E questo ha ovviamente un impatto sul coinvolgimento e il divertimento.

In definitiva è un Terminator Genisys, anche se superiore rispetto a certe uscite recenti del franchise, assolutamente insufficiente. Inutile dal punto di vista della storia e molto meno fascinoso rispetto ai capitoli di Cameron, con lo spettatore che da una parte sa tutto dall’altra è allo stesso tempo spiazzato dai cambiamenti di ruolo subiti dai personaggi principali. La struttura con le tante linee temporali sa di pretesto per creare un po’ di confusione e per variare il canovaccio narrativo rispetto al passato. E incredibilmente Schwarzy è l’unica cosa veramente piacevole del tutto.