Recensione Spotlight

Diretto da Tom McCarthy e scritto da Josh Singer (aveva scritto anche The Fifth Estate, il film sulla vita di Julian Assange), Spotlight è il film che ha trionfato alla recente Notte degli Oscar, aggiudicandosi la stuatuetta più importante, quella per il miglior film appunto. Segue le vicende del team Spotlight, ovvero del reparto del Boston Globe che è assegnato alle inchieste. A cavallo del 2011 e del 2012 Spotlight portò alla luce, è proprio il caso di dirlo, una deprecabile consuetudine della Chiesa, quella delle violenze sessuali sui minori.

Un caso che destò molto scalpore e portò quella squadra di giornalisti a diventare famosissima in tutto il mondo, scatenando un vero e proprio terremoto all’interno della Chiesa. Spotlight ha un taglio ben chiaro, ricavato sullo stile di film come Tutti gli Uomini del Presidente o I Tre Giorni del Condor: non è tanto interessato, quindi, ai fatti che coinvolsero la Chiesa, ed è per questo sempre molto delicato nei momenti più critici. Non mostra, insomma, le violenze nella loro efferatezza più totale, al limite le fa raccontare dagli splendidi protagonisti del film.

Per questo si potrebbe dire che non è così incisivo come ci si potrebbe aspettare. Ma si tratta, in realtà, di una precisa scelta degli autori, che hanno piuttosto voluto sottolineare il lavoro giornalistico che c’è dietro un’inchiesta de genere. Il vero protagonista, quindi, non è tanto la Chiesa, e le sue nefandezze, quanto il giornalismo. Ovvero il piacere dell’indagine e della scoperta, la gratificazione che ottieni alla fine del tuo duro lavoro, quando scopri di essere stato d’aiuto a così tante persone, che ti ripaga di tanti mesi di sacrifici, e del rischio a cui ti esponi.

Sì, perché quel caso, così come molti degli altri scoperti successivamente, non rimane nella storia tanto per quelle decine di preti che si scoprì autori di violenze sessuali, ma per il sistema allestito dalla curia per proteggere tutto questo. I giornalisti del team Spotlight partono dai movimenti sospetti all’interno dell’organigramma clericale e intercettano un codice che in realtà maschera un sistema ben oliato per occultare quello che effettivamente succedeva fra quei preti. Quando scoprono i colpevoli, che in realtà sono molti più rispetto a quelli che erano i primi sospetti, non si fermano: il loro obiettivo non sono più dei nomi ma, appunto, fermare l’intero sistema.

E il film li segue pedissequamente. Non solo nelle indagini che portano avanti, nelle interviste che fanno alle vittime e agli avvocati che hanno lavorato con la Chiesa per insabbiare il tutto e risarcire le vittime senza che nessuno sapesse, ma proprio nei loro minimi movimenti. I giornalisti sono persone totalmente dedicate al loro lavoro, con i loro piccoli tic e con l’immancabile quaderno degli appunti sempre al loro fianco, come un’armature che protegga un cavaliere in un combattimento medievale.

Spotlight è un film delicato e incredibilmente appassionante, man mano che i giornalisti, insieme allo spettatore, scoprono ciò che la Chiesa ha architettato per proteggere i suoi uomini. Il disastro che hanno provocato si può solo immaginare dallo sguardo dei “sopravvissuti”, sì perché molti di loro non ce l’hanno fatta a continuare dovendo tacere quell’enorme torto subito, che vengono a contatto con i quattro membri del team Spotlight.

Capitanato da un sempre lucido Michael Keaton e con, tra le sue fila, Brian d’Arcy James e soprattutto Rachel McAdams e Mark Ruffalo, questi ultimi due entrambi candidati all’Oscar come migliori attori non protagonisti. Ed è soprattutto l’interpretazione di Ruffalo a meravigliare, semplicemente perché alcune tensioni e alcuni tic nervosi semplicemente non si possono simulare.

Sullo sfondo di questo impetuoso team di giornalisti c’è una Boston solo apparentemente sorniona, ma in realtà perfetta cornice, con le sue contraddizioni e con le sue tantissime etnie, di un dramma di questa portata. Una Boston che non è capace di custodire e proteggere i suoi piccoli è una Boston che deve essere rivoluzionata. Tetra, imprevedibile e paurosa, è una città che comunque sprigiona un grande fascino dalle lenti delle telecamere di McCarthy, pur non arrivando certo ai livelli di fedeltà che abbiamo visto in certi film di Ben Affleck.

Certo, il team Spotlight avrebbe potuto prendersela con poteri ancora più forti della Chiesa, perché di marcio su questa Terra ce n’è, e tanto, ma di questo sicuramente ve ne sarete già accorti. Probabilmente la Chiesa era l’unico bersaglio “grosso” realmente attaccabile in quella Boston di inizio millennio. Ma nulla toglie al fantastico lavoro di questo team, il vero protagonista di un film che, ripetiamo, intende portare i giornalisti al livello di eroi. In un’epoca in cui tutti sono giornalisti, grazie ai social e al web moderno, e in cui ahimè nessuno può più esserlo veramente. Un’inchiesta come quella di Spotlight, insomma, rischia di restare alla storia anche perché una delle ultime.

La natura thrilling del film insomma delizierà qualsiasi tipo di spettatore, in un film che raggiunge lo stesso livello qualitativo di un baluardo della storia del cinema come Tutti gli Uomini del Presidente, e forse lo supera anche. E che per questi motivi può starci come miglior film dell’anno, anche perché pluripremiato in molti altri contesti diversi dagli Oscar.

Ciò non toglie che il film di McCarthy si conferma con un film “piatto”, privo di quella capacità di coinvolgimento in prima persona all’interno del mondo ricostruito che altri film hanno saputo offrire agli spettatori e che forse meritavano di più a livello di Oscar come The Hateful Eight, Mad Max e Revenant. Spotlight si limita a raccontare una storia, a far conoscere un fatto che non può e non deve essere dimenticato. Insomma, il cinema è anche questo, memoria senza innovazione, o perlomeno l’Academy vuole che così lo pensiamo.

Detto questo lasciatemi chiudere con una provocazione: come può in un’epoca così pervasa dal cambiamento e dal progresso scientifico una famiglia affidare i propri figli a un’istituzione così povera moralmente e così distante dalla reale quotidianità e fisicità in cui siamo ormai interamente sommersi?