Recensione Snowpiercer

Basato su una nota serie a fumetti francese a tema post-apocalittico e girato dal regista coreano Bong Joon-ho, Snowpiercer è un film di fantascienza ampiamente interessante. È suggestivo soprattutto lo scenario dove si svolgono le vicende, un treno che affronta una perenne tormenta di neve. Il treno è l’ultima risorsa concessa alla stirpe umana. Quest’ultima ha dovuto affrontare una terribile era glaciale ma a bordo è stata in grado di costruire una nuova società, fatta di divisioni e di ranghi sociali, oltre che di lotta tra appartenenti a classi diverse.

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Il protagonista, Curtis, è uno dei residenti della coda del treno, e da qui non si è mai mosso. È proprio dal suo carattere e dalla sua visione che traspare cosa è successo nei precedenti 18 anni su quel treno. Ed è dal suo sguardo che lo spettatore si rende conto come Snowpiercer non sia un film banale e scontato, ma come invece sia coraggioso ad affrontare certe tematiche, senza cadere nei cliché di Hollywood e questo grazie anche alla sapiente mano asiatica che c’è dietro la ricostruzione cinematografica. Snopiercer affronta così i temi del cannibalismo e della lotta tra classi sociali, evidenziando come l’essere umano rimanga spietato e disposto a ricorrere a qualsiasi mezzo pur di difendere la condizione sociale acquisita.

Come il videogioco BioShock, Snowpiercer tratteggia così una struttura fisica che ripara l’umanità dal pericolo che si trova fuori. Ma questo costipare la gente all’interno di una singola struttura porta non solo al conflitto, ma anche alla follia, ovvero l’unica arma che può permetterti di digerire certe atrocità. Mentre in BioShock l’umanità deve ripararsi dal consumismo capitalista, qui ha bisogno di stare lontano dall’era glaciale che ha reso la superficie terrestre ormai fisicamente insopportabile per il fisico umano.

Wilford, un brillante costruttore, ha infatti avuto l’idea del treno poco prima che la superficie del pianeta diventasse completamente invivibile. È un benefattore per l’umanità, perché le ha consentito di sopravvivere a questa situazione disperata, ma allo stesso tempo propugna una visione per la quale ognuno ha un ruolo sul treno e non può più liberarsi da questo ruolo. In Snowpiercer non è mai profondamente spiegato perché le classi sociali meno fortunate devono rimanere nella coda del treno, se non per un’idea di ordine che probabilmente non è definitivamente necessario.

E allora abbiamo un risvolto anche matrixiano, visto che Wilford lascia sfogare Curtis e la sua rivoluzione per dare un messaggio al resto degli abitanti del treno. Dare alla gente la speranza che qualcosa possa cambiare, ma solo per mantenere l’ordine e il controllo, e riportare la convivenza sul treno a un nuovo stadio: un’apparente illusione che può confortare, ma che è appunto apparente.

Lo stile a cui Bong Joon-ho si è ispirato è anche quello di Terry Gilliam, citato anche nel nome di uno dei personaggi più importanti di Snowpiercer. I personaggi, ovvero, sono buffi e altisonanti, sottolineando con la loro mostruosità la follia e la disperazione che contraddistinguono questa nuova umanità. Critica sociale e politica si mischiano allo scenario futuristico, solo apparentemente dissimile rispetto alla realtà, proprio come in Gilliam. Ma la follia di certi personaggi ricorda anche Mad Max, con l’umanità tutta che qui come lì è ridotta ormai alle briciole.

Snowpiercer evidenzia una certa approssimazione nella realizzazione tecnica, sia nella sceneggiatura che nell’interpretazione degli attori, anche se alcuni di loro hanno nomi importanti come Chris Evans, John Hurt, Tilda Swinton, Ed Harris. Ma è proprio il modo in cui viene reso il treno, così come la claustrofobia indotta dai suoi piccoli spazi, insieme alla depravazione che traspare dai vagoni dei ricchi in confronto alla sciatteria dei vagoni della coda, che rimarranno impressi di una produzione non rifinita in certi punti, ma dalla storia interessante e coraggiosa.