Recensione Revenant

Revenant è un film che innesca una consistente serie di considerazioni. Non è un caso se la sua struttura e la filosofia artistica che ne sta alla base sia simile a quanto riscontrato in Mad Max: i due film, infatti, sono quelli ad aver ottenuto più candidature all’Oscar, 12 nel caso di Revenant e 10 nel caso di Mad Max. Insomma, il percorso intrapreso da Alejandro González Iñárritu e da George Miller sembra essere apprezzato dall’Academy, quasi a dare una sonora sferzata al modo di fare cinema e a sancire un cambiamento.

Revenant

Revenant, come Mad Max, è infatti più esperienza sensoriale, più immersione e più emozione che sterile racconto di un fatto o di una storia. In entrambi i casi i registi hanno pensato di immergere lo spettatore nei rispettivi mondi e nelle loro regole, quasi portandoli a provare i sentimenti e le sensazioni, anche fisiche, al posto dei due protagonisti. Insomma, sia in Revenant che in Mad Max la parola d’ordine è “coinvolgimento”.

Il nuovo film di Iñárritu è sopravvivenza e sopportazione del dolore innanzitutto, con un DiCaprio che deve superare tantissime prove prima di ottenere il ricongiungimento con la sua nuova terra e con i nativi. Ma è anche e soprattutto giustizia, perché senza questo cruciale elemento non sarebbero potuti nascere gli Stati Uniti d’America. Un Balla coi Lupi moderno fatto di sensazioni, dove gli spettatori possono toccare con mano il dolore che il protagonista deve affrontare, in cui strisciano insieme a lui sul fango e sulla neve per espiare le proprie colpe. Iñárritu racconta la nascita degli Usa, giustamente, focalizzandosi innanzitutto sull’integrazione, in un percorso che necessita la restituzione di prerogative a chi già abitava in quelle terre, dove non c’è giusto e non c’è sbagliato e dove, quindi, chi subisce è legittimato a difendersi con ogni mezzo.

L’analisi non può prescindere da una riflessione sul personaggio interpretato da Tom Hardy, Fitzgerald. Questi è spietato non tanto perché ha un animo cattivo, quanto perché ha perso ogni sensibilità sull’importanza della vita. Decide se uccidere o preservare una vita su base completamente casuale, trascinato completamente dagli eventi. Ha visto così tanto orrore ed è così tanto disilluso dal poter trovare una spiegazione alle gesta dell’essere umano che questo per lui è ormai l’unico modo di giudicare le cose. È anche il prevedibile deus ex machina di Revenant, quella follia dettata dal conflitto che era già rimasta nella storia del cinema con Apocalypse Now.

Stilisticamente Revenant è figlio di Birdman, il film con il quale Iñárritu trionfava agli Oscar già nella passata edizione. Se in quel caso avevamo un piano sequenza pressoché totale per l’intero svolgimento del film, qui i piani sequenza sono maggiormente circoscritti ma sono ugualmente presenti. E qui come nel caso precedente segnano il punto di osservazione e il punto di riferimento nelle scene dello spettatore, spostando la sua prospettiva tra personaggi e tra fattori narrativi. Il tutto dà uno stile ben preciso al cinema di Iñárritu, che è sempre più autore, anche se qui sono più la connotazione sensoriale e l’immersività a tenere banco.

Ciò che stanno proponendo Iñárritu e Miller è insomma ciò che potremmo definire Cinema 3.0, dove il Cinema 2.0 è la sublimazione massima della narrazione classica in opposizione a un tipo di intrattenimento più semplice, primordiale e antecedente. Se vedo Quentin Tarantino sulla punta della piramide associabile al Cinema 2.0, con la sua voglia di affinare il classico ritmo cinematografico e restituire dignità al dialogo e alla sonorità della voce, qui si tratta di legittimare un nuovo step nell’evoluzione della narrazione, non necessariamente da valutare positivamente piuttosto da attribuire a un importante cambiamento di paradigma. Detto più semplicemente dopo Django Unchained il cinema classico ha poco altro da sperimentare e deve “rassegnarsi” a una sorta di reboot, deve rivedere certi schemi e certi equilibri per potersi mantenere interessante al grande pubblico. Torniamo al discorso dell’immersione e del coinvolgimento, e approdiamo a qualcosa che lo stesso Tarantino ammette se è vero che ha affermato che “Mad Max è il miglior film del 2015”.

C’è un elemento in comune con Tarantino e un elemento di forte opposizione. Quello in comune riguarda la violenza, anche qui, come in Tarantino, usata per rendere ogni scena efferata, nella fattispecie per evidenziare il tormento e lo sforzo a sopravvivere del personaggio interpretato da DiCaprio. La violenza rende le immagini più intense e afferma un tipo di azione sopra le righe al fine, ancora una volta, di catturare tutti i sensi dello spettatore. Una considerazione a margine: perché a Tarantino non è mai stato dato l’Oscar per il miglior film o quello per la migliore regia con la scusa generica della troppa violenza e in questo caso si chiude un occhio, o forse anche due vista la costante presenza di splatter molto spesso ingiustificato, e si danno Oscar e Golden Globe senza soluzione di continuità?

L’elemento in cui Iñárritu e Tarantino divergono invece riguarda la colonna sonora. Se Revenant è quasi sempre privo di base musicale, in Tarantino la musica anticipa l’azione e suggerisce allo spettatore quando deve aspettarsi un momento topico. Tarantino segue la tradizione leoniana ovviamente, il quale, insieme al mitico Ennio Morricone, componeva le scene sulla base dell’andamento delle musiche preparate dal secondo. Insomma, l’azione era dettata dalla musica, mentre in Revenant tutto è totalmente imprevedibile, quasi casuale, sia nelle azioni vere e proprie che in certe trovate metalinguistiche, artistiche. Lo scopo di Iñárritu, come detto, è quello di immergere lo spettatore nella natura selvaggia, sottolineando la crudeltà e la veemenza dell’essere umano, senza alcun filtro.

Un altro parallelismo va fatto tra nuova forma di narrazione incentrata sull’immersione e i videogiochi, perché già in questi ultimi si sono fatti diversi esperimenti in tal senso. Revenant assomiglia grandemente al recente Tomb Raider 2013, visto che anche lì una giovane Lara Croft doveva superare una serie sterminata di prove prima di arrivare al deus ex machina. Lo sforzo per sopravvivere di Lara è molto simile a quello dello Hugh Glass interpretato da DiCaprio. Inoltre, proprio per favorire ulteriormente il coinvolgimento, Iñárritu usa molto spesso la prospettiva in prima persona tipica dei videogiochi, al fine di corroborare la sensazione dello spettatore di essere proprio lì con il plotone di soldati americani che cerca di ritornare all’insediamento attraversando la tormenta.

Non che Mad Max sia il primo film del filone tutto concentrato sul coinvolgimento. Sicuramente Gravity, di un altro regista messicano, Alfonso Cuaron, può essere un buon esempio in tal senso. Ma il capostipite è Avatar ovviamente, dove l’immersione dello spettatore veniva corroborata anche dall’uso del 3D che, in quel caso e forse per l’unica volta, era giustificato. Insomma, proiettandoci verso quello che è il futuro delle tecnologie, questo nuovo modo di fare cinema basato sull’immersione avrà culmine in un tipo di narrazione completamente nuovo con l’affermazione della realtà virtuale, di cui il 3D è proprio il primo stadio.

Ci sono tre elementi che evidenziano in maniera netta il fatto che Revenant e Mad Max giocano sullo stesso campo. Il primo è Tom Hardy, ovvero il Mad Max che non parla anche qui presente nel ruolo di Fitzgerald. Il secondo, invece, è proprio il fatto che il protagonista sia in entrambi i casi quasi completamente muto, qui DiCaprio come lì Hardy. Il terzo è la mancanza di storia: Revenant come Mad Max è un film sostanzialmente privo di storia. Non c’è un vero e proprio svolgimento narrativo e la conclusione delle vicende è in entrambi i casi un pretesto per mantenere minimamente viva l’attenzione dello spettatore allo scopo di fargli godere l’elevato livello di immersione e coinvolgerlo quindi nello scenario.

Insomma i film in cui il fulcro è il coinvolgimento, l’immersione, ovvero i film del futuro, del Cinema 3.0, sembrano “finalmente” essere riusciti a scrollarsi di dosso definitivamente l’orpello, il peso inutile, il cruccio della storia. Il film non è più storia, non è idea cristallizzata nelle parole, ma è piuttosto emozioni, sensazioni e anche significato e messaggio però codificato tramite l’azione, ottenuto tramite l’immersione nell’universo che è a questo punto il contesto che conferisce significato a tutto il resto. Così come lo scenario post-apocalittico dava senso alla resistenza di Mad Max, qui la natura selvaggia dà il via all’indispensabile convivenza tra nativi e bianchi colonizzatori.

Se la struttura di Mad Max funzionava meglio, con un ritmo sempre veloce e sempre ugualmente coinvolgente, qui Iñárritu dà purtroppo la sensazione di aver già detto tutto dopo circa 2/3 del film. È quindi la presentazione del mondo e il portare lo spettatore verso un nuovo modo di fare intrattenimento che rendono Revenant speciale e così intensa la parte iniziale del film. Dopo, Revenant rischia di diventare ripetitivo e alcune parti danno la sensazione di essere superflue. Forse, insomma, c’è un cavallo di troppo e un indiano generoso di troppo, quando gli spettatori hanno già capito bene che Iñárritu vuole essere innanzitutto realistico e pedissequo nel raccontare la volontà di sopravvivenza del protagonista.

Mad Max è quindi un film migliore di Revenant? Credo che la risposta al momento sia in larga parte indeterminata, proprio perché ci troviamo di fronte a un modo di fare cinema completamente diverso dal passato, e che quindi richiede una metodologia di analisi nuova. È vero che Revenant ha un significato più profondo e fa riflettere di più, per via della presenza della tematica dell’integrazione: ha, insomma, una parvenza di significato, opposta all’immanenza del coinvolgimento, che è una di quelle cose che l’Academy gradisce in maniera particolare.