Recensione Predestination

Qualcuno ha detto che cercare di capire Predestination porta direttamente alla follia. Il nuovo film diretto dai fratelli Spierig e interpretato da Ethan Hawke (all’indomani del mancato, e forse meritato, Oscar per Boyhood) e da una qui bravissima Sarah Snook, rientra in quel filone di film che spiazzano lo spettatore, e al tempo stesso lo rendono partecipe in maniera incredibilmente immersiva, proprio perché bisogna decriptare ciò che si vede a schermo.

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È facile fare paragoni con David Lynch o con i fratelli Nolan, anche se qui, a differenza di ciò che accade in un Inception o in un Interstellar, lo spettatore ha tutti gli elementi per districare la matassa, pur non essendo operazione facile. Insomma, alla fine del film avrete proprio voglia di prendere carta e penna e di disegnare diagrammi per cercare di rimettere a posto il complesso quadro di rimandi e paradossi temporali, sui quali Predestination è basato.

Ma non è un film interessante solo perché confonde e immedesima lo spettatore, ma anche e soprattutto perché si contraddistingue per un ritmo molto interessante, per certi versi simile a quello di Django Unchained. La prima lunga parte del film è infatti interamente basata sul racconto di “The Unmarried Mother”, che apparentemente non ha un legame con la struttura fantascientifica del resto del film e sembra un triste racconto di una triste vita, contrassegnata da un curioso caso di ermafroditismo.

Questa parte è molto più intima rispetto al resto del film, tratteggia in profondità i personaggi ed è riflessiva su un problema sociale, ovvero quello dell’omofobia. È raccontata molto bene e lo scenario in cui si svolge, un pub britannico negli anni ’70, è molto suggestivo e credibile. Si contrappone a tutta una seconda parte molto più serrata e fantascientifica, con alcuni dialoghi al limite della follia, ma non per questo poco gradevoli per lo spettatore. Se vi era piaciuto lo stile piazzante che i fratelli Spierig avevano utilizzato in Daybreakers – L’ultimo vampiro allora vi ritroverete a vostro agio anche in questa complessa e a tratti bislacca struttura.

I più attenti avranno capito che l’espediente dell’ermafroditismo, unitamente ai viaggi e ai paradossi temporali, può essere ampiamente dannoso, perlomeno per le coronarie dello spettatore che è lì a decifrare cosa sta osservando. Insomma, grazie a tutto questo lo spettatore si renderà presto conto che tutti i personaggi in realtà sono lo stesso personaggio, e che cacciatori e prede coincidono, proprio nella stessa persona.

In Predestination un’organizzazione paragovernativa conosciuta come Space Corp vuole allestire una squadra di agenti temporali, al fine di bloccare o cancellare i crimini prima che siano stati commessi. Solo che giocare con i viaggi temporali porta a conseguenze inattese, e causa squilibri psicologici e sociopatia nelle persone più soggette ai viaggi stessi. La Space Corp perderà il controllo sulla propria creazione e causerà un devastante attacco terroristico al quale il personaggio di Ethan Hawke dovrà porre rimedio innescando, ovviamente, una serie di paradossi temporali per andare indietro nel tempo e prevenire il misfatto prima che venga compiuto.

Ora, non è mia intenzione in questo articolo spiegare il film, anche perché non voglio “spoilerare” ulteriormente sulla storia. Però, mi sembra utile fornire qualche dritta per dare allo spettatore almeno il senso di ciò che sta vedendo.

Il paradosso della predestinazione a cui allude lo stesso titolo del film è un fenomeno temporale per cui un personaggio del film fa parte di in ciclo temporale infinito dal quale non può più uscire. Il risultato è un ciclo di casualità del tipo “è nato prima l’uovo o la gallina”, come scherza lo stesso protagonista in una fase del film.

Per poter capire il film è importante rendersi conto che un ciclo temporale di causalità esiste a prescindere dal normale flusso spazio-temporale, ovvero che mentre un ciclo continuo continua a esistere per le persone coinvolte all’interno del ciclo stesso, per tutti gli altri il tempo scorre nella maniera tradizionale. Insomma, le persone coinvolte nel ciclo si ritroveranno a ripetere continuamente le stesse azioni e a rifare le stesse scelte per non creare un paradosso temporale, mentre tutti gli altri esterni al ciclo saranno liberi di comportarsi come vogliono.

L’aspetto della predestinazione, quindi, indica che una persona non può cambiare gli eventi nel passato senza che ciò non si ripercuota su sé stessa nel futuro, addirittura causando la sua stessa sparizione. Certi eventi sono predestinati ad accadere allo stesso modo, e più volte, e non si può far niente per impedirli.

Ma a un certo punto l’agente temporale causerà un paradosso e fornirà a sé stesso un indizio che gli consentirà di arrestare l’attacco terroristico causato dalla stessa azione della Space Corp, il che gli riconsegnerà la libertà. Se avete mal di testa solo a leggere queste righe, sappiate che il film vero e proprio vi destabilizzerà molto di più.

Insomma, Predestination è il classico esercizio di stile. Spiazza lo spettatore e lo coinvolge in più punti, ma alla fine può risultare inconsistente se non si sono seguite per bene tutte le parti. Ciò che resta, invece, impresso di questo sforzo dei fratelli Spierig dal punto di vista qualitativo è questa interessante dicotomia tra intimità e fantascienza, dove il problema dell’omofobia in certi momenti sembra essere trattato in maniera quasi seria. Ma è proprio la lentezza della prima parte che si contrappone al caleidoscopio di informazioni che lo spettatore riceve nella seconda a creare quella differenza nel ritmo narrativo che poi è l’elemento che può consegnare un film alla storia. Soprattutto perché sottolinea e imprime un senso di grande suggestione al lungo racconto che “The Unmarried Mother” fa al suo “interlocutore”.