Recensione La Teoria del Tutto

Il desiderio di superare i confini della fisica, di affrontare la vita con un piano, di trovare una sintesi alle tante sfaccettature, una sintesi che non esiste e, probabilmente, non esisterà mai. Questo, e molto altro, è La Teoria del Tutto, un buon film diretto da James Marsh e interpretato magnificamente da Eddie Redmayne. Nei panni di Stephen Hawking, un dei più importanti matematici e astrofici di sempre, Redmayne ha vinto l’Oscar come miglior attore protagonista per questa interpretazione.

Teoria del Tutto

La Teoria del Tutto si pone il non facile obiettivo di trasmettere emotivamente la profondità scientifica della figura di Hawking. Compito non certo alla portata di tutti i cineasti perché, si sa, quando metti nel calderone i sentimenti rischi di spostarti più sulla fiction che sul cinema didascalico che servirebbe per raccontare la scienza con la S maiuscola.

Ma Marsh riesce abbastanza bene nello scopo, perché si concentra innanzitutto sull’ansia e la paura di perdere uno dei pochi cervelli che avrebbero potuto sconvolgere la storia della scienza. Quell’ansia che spinge Stephen e la moglie Jane a vivere per un solo specifico scopo: prolungare il più possibile la vita di Stephen per permettergli di raggiungere i risultati che tutti da lui si aspettano.

E allora è tramite il loro sentimento che Marsh riesce a descrivere la profondità delle teorie di Hawking. Teorico della termodinamica dei buchi neri, della formazione e dell’evoluzione della galassia e autore della famosa radiazione di Hawking, la teoria cosmologica sull’inizio senza confini dell’universo, Hawking ha speso tutta la sua vita nel tentativo di cercare di trovare una formula che potesse sintetizzare il tutto. Ovvero, in termini più vicini a quello che è il senso del film, che possa razionalizzare il limite che la fisica impone a ognuno di noi.

Hawking perde questa battaglia. Deve riconoscere che c’è qualcos’altro in noi, nell’essere umano, che permette di andare avanti, che è il motore dell’evoluzione e del sostentamento della specie. È la speranza che ci consente di superare ogni sfida, di trasformare la nostra apparentemente inutile vita in qualcosa che ha un principio e una fine, il cui senso si riflette nella felicità di altre forme di vita che contribuiamo a creare.

E allora La Teoria del Tutto si trasforma da trattato di scienza a dramma familiare, andando più a scandagliare le origini della depressione dello scienziato, affetto da una malattia al motoneurone che gli fa perdere progressivamente il controllo sul suo stesso corpo e poi sulla voce. Ed è la figura di Jane il centro del significato del film di Marsh: ovvero il suo sacrificio e la sua ribellione, il suo contrasto con lo scienziato.

Lei, religiosa, è sostenitrice di quell’energia che è l’unica che può farti andare avanti, che ti porta a raggiungere i tuoi obiettivi. Lui, razionale, capace di stare con i piedi per terra e di non illudersi mai. Tutti e due vogliono trovare il senso, l’equazione che riassume il tutto, ma da questo punto di vista è lo scienziato che si fa illusioni. Perché non ci sarà, anzi l’ossessiva ricerca porterà all’esplosione del loro rapporto, alla perdita di ogni cosa.

Dà un po’ fastidio che la vita di un eminente scienziato come Hawking, probabilmente secondo solo ad Einstein, sia ridotta a un trauma familiare. Ma bisogna riconoscere che La Teoria del Tutto è sempre incalzante ed estremamente commovente. Dai tentativi dei due coniugi di spingere il più in là possibile la malattia ai momenti in cui disperatamente Hawking combatte con i limiti che la natura ha voluto dargli. Diventa una lotta contro il rischio di perdere l’unica mente in grado di dare certe spiegazioni.

Ma il sodalizio non durerà a lungo e Stephen e Jane dovranno anche loro soccombere a quei limiti che la scienza e la fisica avranno sempre. E che anzi sono il principale obiettivo della scienza, ovvero spiegarli e quindi in qualche modo evidenziarli ancora, avvalorarli. La religione non è così invece, perché non ha limiti.

Ma allo stesso tempo ti resta qualcosa, questo tornare indietro fino a spiegare l’origine dell’universo è anche il tornare indietro nei ricordi, ripercorrere l’intera propria vita. Capisci che hai fatto delle cose importanti, perché hai avuto una gioventù e qualcuno o qualcosa ti ha concesso quelle forze per contribuire a dare speranza a una generazione che non sarà la tua, ma che senza di te non sarebbe potuta esistere.