Recensione Joy

Insieme a Denis Villeneuve, David O. Russell è uno dei registi che vanno seguiti con maggiore attenzione. Questo per la potenza dei dialoghi dei suoi film, che quasi sempre si basano sulla stessa struttura. Russell ama inscenare forti conflittualità familiari, facendo crescere oltremodo la tensione e intrecciando drammi che vanno al di là delle mura domestiche con quello che invece avviene all’interno del focolare familiare. La famiglia è il punto di riferimento di personaggi importanti e ciò si traduce quasi sempre in figure paterne o materne che diventano cruciali per i sogni e le ambiziosi protagonisti.

Jennifer Lawrence in Joy

È così che la storia del pugile Micky Ward era anche e soprattutto la storia della madre Alice in The Fighter ed è così che due persone così strane come i protagonisti de Il Lato Positivo trovano solamente grazie alla famiglia la forza di avventurarsi in un curioso rapporto. È così che Joy Mangano non avrebbe mai potuto inventare il Miracle Mop, il mocio innovativo che l’avrebbe resa multimilionaria, senza poter contare su una famiglia un po’ disattenta ma capace di proteggerla quando serve grazie alla capacità di rimanere sempre unita.

Storie di conflittualità familiare che David O. Russell tratta sempre nello stesso modo: non cambiano gli attori, ormai la coppia consolidata da un irresistibile Robert De Niro e dalla bellissima e bravissima Jennifer Lawrence, rischia di diventare indissolubile per Russell. Dialoghi serrati, alterchi domestici infiammati, voci che ora diventano sempre più forti al fine di soverchiare quelle degli altri esponenti della famiglia e che ora si riducono a bisbigli, sono gli strumenti che Russell usa per creare dei ritmi molto interessanti, serratissimi e godibilissimi, che si alternano a quelle che è la trama portante.

Quasi a perdere il controllo durante questi famosi litigi, sia con il gioco di voci che in certi momenti sembra ricordare The Hateful Eight, e infatti Tarantino ha a più ripreso tessuto le lodi di Russell, sia con l’uso della telecamera, nervoso e sincopato per trasmettere allo spettatore la sensazione di tensione. Sembra di assistere a qualcosa di molto più violento di una naturale discussione familiare, perché magari in quel momento non ti è chiaro ma sono questi confronti a casa tua che modellano e forgiano il tuo carattere, e che ti permettono poi di vincere le sfide che al di fuori delle mura domestiche dovrai affrontare.

La famiglia di Joy è abbastanza distratta. La madre si nasconde alla vita vera e continua a perder tempo guardando soap opera infinite alla TV, mentre il padre non fa altro che passare da una donna all’altra. C’è anche l’amica del cuore, il marito di Joy, Tony, che da promettente cantante si ridurrà a semplice migliore amico, e c’è la figlia di Joy, Cristy. Il futuro della quale Joy mette a serio repentaglio pur di portare avanti il suo ambiziosissimo progetto.

Certo, perché non basta inventare il mocio più geniale della storia, perché devi proteggerlo anche dalle invidie della gente e dei familiari, assicurarti che sia brevettato e, soprattutto, instillare il bisogno nella gente affinché lo compri. Trasmettere loro la sua utilità e quindi alimentare le vendite: non basta inventare. E se in questo serve l’ “aiuto” di un altro attore feticcio di Russell, come Bradley Cooper, sono soprattutto De Niro e la Lawrence a tenere il film in piedi qui, De Niro con la sua sferzante ironia e la Lawrence con la brillantezza e l’attenzione al dettaglio che ormai contraddistinguono le sue interpretazioni da qualche film a questa parte.

Russell ha i suoi ritmi e si aspetta che gli attori rispettino precise regole in fatto di parlata, di protagonismo nella scena e di rapporto con le inquadrature. Sarebbe troppo difficile cambiare squadra, la quale è ormai incredibilmente affiatata e sa come trasmettere allo spettatore quella sensazione di tensione originata da apparentemente semplici liti familiari. A proposito di inquadrature, è anche il modo di mettere i familiari sullo schermo a generare quella sensazione che tutto possa succedere che è alla base della tensione del cinema di Russell. Che ora segue i protagonisti con riprese che vanno leggermente al di sopra dei loro capi mente i loro sguardi sono preoccupati e afflitti, ora gira intorno a loro vorticosamente.

Ma se Joy funziona benissimo, ed è incredibilmente coinvolgente e intenso, nella prima parte, quando è fin troppo simile ai due film di Russell prima citati, è proprio quando la Mangano mette a punto la sua invenzione che tende a perdersi, a diventare un film normale. Il trauma familiare aiuta l’invenzione, ed è quasi la sbadataggine dei membri della famiglia di Joy ad aiutarla a percepire quanto possa essere sconvolgente questo arnese per una donna dedita nelle pulizie domestiche. Certo, è proprio l’idea alla base del film che non aiuta: inventare il mocio non è come inventare la teoria del tutto o essere il primo transgender della storia. Davide O. Russell l’ha qui adottata per corroborare ancora una volta il suo cinema fatto di conflittualità familiare, ma questo può ritogliercisi contro e rischiare di rendere la sua brillante impostazione addirittura ridondante.

La tenacia e la forza, sostenuta solo dalla sua sgangherata famiglia, con cui Joy protegge la sua invenzione sono stereotipate, perdendo quella carica che Russell magnificamente riesce a mettere tra le quattro mura domestiche. Che sono quasi sempre anche set molto simili tra di loro: insomma, le case di Joy e di Pat de Il Lato Positivo sembrano essere uguali. Perché è proprio come un gioco di marionette che funziona solo se lo lasci quasi completamente inalterato, in cui basta cambiare un attore o un mattone per perdere un filo così faticosamente predisposto. Ma se questo serve a dare una firma a un modo di fare cinema allora il cinefilo che è in noi rimarrà, ancora una volta, soddisfatto.