Recensione Il Giovane Favoloso

La piccolezza dell’essere umano nei confronti della prepotente natura, così come l’essere insignificante della mente umana al cospetto dei misteri della natura. Oggi come allora, l’uomo è combattuto tra questi due opposti, apparentemente inconciliabili. E allora vivi a caso, non essere Dea, se è questo che vuoi io, di certo, non ti cambierò.

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La mancanza di conoscenza, è questo che tormenta da sempre l’essere umano. Un assillo che in certi momenti lo porta a rifugiarsi in Dio, in altri a pazientare, ad aspettare che qualcun altro, per lui, possa spiegargli cosa effettivamente gli sta succedendo intorno. Si rende conto di avere bisogno della sensibilità di chi vive per spiegarsi le cose, invece, semplicemente e inutilmente, per vivere: ovvero di qualcuno come Giacomo Leopardi.

Il Leopardi di Mario Martone è un mostro che ha paura di tutto, della politica, dell’amore e del suo stesso fisico, che non riesce a fronteggiare la natura così come nessun altro dei suoi avversari. Se non per una scena conclusiva che ti spiazza, non è mai quella mente aperta in grado di guidare le generazioni a venire, di diventare un simbolo e un punto di riferimento per milioni di persone. È semplicemente Leopardi perché la natura lo ha costretto ad essere Leopardi.

In un’epoca in cui l’ignoranza la fa da padrone, pochi fortunati che hanno accesso, seppure limitato, alla cultura hanno strada spianata per diventare i cardini della società. Hanno le armi per poter guidare i più deboli e i più ignoranti, e Giacomo Leopardi è fra questi. In un’Italia che è punto di riferimento almeno per sé stessa, cosa che non è più ai giorni d’oggi, ed è punto di riferimento perché è totalmente squarciata dal resto del mondo, uno come Leopardi, senza grossi sforzi, si staglia facilmente rispetto alla massa. Cosa che oggi non può succedere più.

Martone racconta tutto questo con lo stile dimesso e l’atmosfera ovattata tipica del cinema europeo, che rifugge in maniera assoluta dagli eccessi d’oltreoceano. Il che rende Leopardi speciale più per i limiti imposti lui dalla natura che per quella capacità, che hanno gli uomini illuminati, di non fermarsi a ciò che si trova dietro l’angolo o, meglio, di dedicare la loro stessa esistenza alla scoperta di ciò che c’è oltre, anche se poi quell’oltre non lo scopri mai e, anzi, ti devi rassegnare all’incredibile distanza che alla fine ti separa da esso.

Il film è diviso in tre atti, ognuno dei quali imperniato su un tema ben specifico e collocato in uno scenario differente. La politica, innanzitutto, quando il giovane Giacomo vive ancora a Recanati. O meglio il contrasto tra le istanze liberali e l’oppressione aristocratica, che si concretizza anche all’interno delle mura domestiche. Un problematico triangolo amoroso nella seconda parte, quando ci troviamo nella sempre splendida Firenze. Stucchevole perché Leopardi non riesce a guadagnare nessuna posizione con la forza del suo pensiero e lo stile delle sue parole, come sempre del resto nella sua vita, perché ancora una volta limitato dal suo fisico. Infine, proprio le deformità del suo corpo assurgono a protagonista tematico nel terzo atto, quasi a sublimare quello che ancora non era completamente stato esplicitato nel resto del film. E ci troviamo in una Napoli, decadente come non mai.

Tre cose che non si capisce cosa possano c’entrare con la vera personalità del Leopardi, inteso come uomo e inteso dal punto di vista della sua letteratura. Sembra, anzi, che Martone abbia eletto a temi dei problemi più della società moderna, quasi a eclissare le idee di Leopardi con il suo personale punto di vista. Come se la politica e le problematiche della società moderna fossero più importanti di quelle della società di Leopardi, che ne Il Giovane Favoloso quasi non esistono perché offuscate da quelle che sono le problematiche più moderne. È la sua mostruosità che assurge a protagonista, vista fin troppo dal punto di vista fisico che dal punto di vista del pensiero. L’immagine del Leopardi ricurvo, più dei suoi versi, sono lo strumento che usa Martone per ritagliarsi uno spazio nel cuore degli appassionati.

Trascurando però che Leopardi ha tantissimi appassionati, cosa che lui non può vantare di avere. E il primo li ha perché condividono con lui i limiti imposti dalla fisica, assurti a vessillo del potere dalla società, e ai quali puoi contrapporre solamente una cosa, il tuo pensiero e i tuoi studi. Recuperare posizioni grazie al cervello, invece che con i muscoli.

Se oltreoceano avessero una figura come Leopardi, questo sarebbe tratteggiato come un eroe. Noi italiani, invece, dobbiamo sempre gettarci la zappa sui piedi, e quindi diventa un povero sfigato lamentoso. Mi dispiace, spero che prima o poi saremo in grado di liberarci di questo retaggio, e di dedicarci affettuosamente a chi ha creato la cultura che oggi sfruttiamo tutti i giorni in maniera più dignitosa.

Restiamo quindi ancora speranzosamente in attesa di un film sul vero Leopardi. Nell’attesa, però, sentiamo di consigliare comunque a tutti coloro che sentono un limite nella propria stessa carne di dare una chance a Il Giovane Favoloso.