Recensione Heart of the Sea

Per gli americani Moby Dick è il cuore e la genesi della loro letteratura. Hanno fatto diventare una balena bianca il centro di mille rimandi e di mille significati più o meno reconditi, ora legati al coraggio, ora al dolore, ora alla religione, ora all’ossessione. E questo film di Ron Howard conferisce un ulteriore strato di fascino alla famosa balena e alle storie di capitani e baleniere.

Heart of the Sea

Tratto dal romanzo di Nathaniel Philbrick, Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick racconta l’indagine dello stesso Herman Melville nel tentativo di trovare l’ispirazione per scrivere il suo capolavoro. Secondo la tradizione, Melville si è rifatto all’affondamento della baleniera Essex per creare la storia che avrebbe cambiato la letteratura d’oltreoceano. E Ron Howard ci racconta tutto, con dovizia di particolari, attenzione alla ricostruzione scenografica e puntualità come nel suo stile, ma non senza rifarsi alla tradizione cinematografica di Moby Dick.

Che ovviamente corrisponde al nome di John Huston e dal mitico capitano Achab interpretato da Gregory Peck. Ma qui non c’è nessun Achab e i personaggi, volutamente, perdono quell’alone di mito. È più una storia di mare e di marinai disposti più o meno a tutto per sbarcare il lunario, dove affrontare delle enormi balene può essere un rischio che riguarda la concretezza della situazione più che l’ossessione umana o il tentativo di sfidare la natura.

Non c’è Achab, ma c’è Ismaele. Herman Melville, infatti, si reca a far visita all’anziano Thomas Nickerson, sull’isola di Nantucket, uno dei pochi superstiti della spedizione dell’Essex. “Serve aggiungere un po’ di finzione alla tua storia”, dice Melville a Nickerson, ma sicuramente ha trovato un personaggio, quello del superstite che è portatore della verità ai posteri, deve solo cambiargli il nome.

Allo stesso tempo Howard ricalca le orme di Huston nella scenografia e nel ritmo del suo film, che è pedissequo e che vuole essere innanzitutto un omaggio al mare e a quello che gli Stati Uniti erano nel 1850. Torna quell’imprevedibilità del mare come nel vecchio film e una certa artificiosità che non aderisce alle scelte stilistiche fatte per altri recenti film d’avventura. Qui è tutto più prosaico, ma il fascino di Moby Dick rimane quasi del tutto immutato: è forte e non perdona, quasi come un Dio.

Quel dolore a livello psicologico che l’essere umano prova quando sente che qualcosa che gli appartiene gli è stata sottratta in maniera violenta. La speranza che l’odio prenda il posto del dolore, o più banalmente, la vendetta, è ciò che alimenta l’ossessione di prolungare la sfida contro quello che resta un animale, quasi a volersi mettere, da parte dell’uomo, sullo stesso livello della natura.

La storia di Moby Dick che Nickerson racconta a Melville è una storia che gira intorno a due valorosi uomini di mare. Il capitano Pollard, interpretato da Benjamin Walker, e Owen Chase, interpretato da Chris Hemsworth, già con Howard per Rush dove interpretava, con ottimi risultati, James Hunt. Se Pollard è spinto dalla tradizione della sua famiglia, Chase invece ha dovuto conquistarsi da solo i ranghi che pensa di meritarsi. Ma è Pollard ad essere scelto ancora una volta come capitano della spedizione dell’Essex, e Chase sarà solo il secondo.

È la scintilla che farà scoppiare una feroce rivalità tra i due che colorerà una stantia prima parte del film, quando lo spettatore non può che aspettare l’ingresso in scena della mostruosa balena bianca. Pollard sembra voler contrastare in tutto e per tutto Chase, in modo da non perdere considerazione agli occhi dei suoi uomini e farne conquistare al suo rivale. Ma ben presto capirà che da Chase ha solo da apprendere, dal suo coraggio e dalla sua voglia di spingersi oltre tutto quello che è stato fatto finora dall’essere umano.

Heart of the Sea diventa così la vera storia di Moby Dick, ovvero quella che ricordiamo. La storia dell’ossessione dell’essere umano a riuscire in un’impresa che va ben al di là dei suoi naturali mezzi e di quella che sarà la terribile conclusione di tanto ardire, ovvero l’ennesima conferma della piccolezza dell’uomo rispetto alla natura, che finirà per rendere un’agonia il tentativo di sopravvivenza degli uomini. Moby Dick diventa ora talmente potente da essere sempre più Divino rispetto all’impossibilità di difendersi degli uomini. Li perseguita, li fa diventare, loro che erano cacciatori, prede, inutili, irrisori e solamente spaventati di fronte alla maestosità del mare, della natura e di una balena.

Heart of the Sea, dicevamo, è più prosaico della tradizione cinematografica su Moby Dick, e diventa in certi momenti estremo e abominevole. Tutte cose che Melville si sente raccontare da Nickerson ma che evidentemente esclude dal suo romanzo per una questione di delicatezza. Servirà più “fiction” piuttosto, ovvero un protagonista che allo stesso tempo è uomo e mito.

In definitiva, Howard si rivela qui artificioso e non completamente realistico. Probabilmente avrebbe dovuto sporcarsi di più le mani ed essere più viscerale, così come abbiamo visto fare in altri film di avventura recenti, di maggior successo anche per quanto riguarda le gratificazioni agli Oscar e agli altri premi, come Revenant e Mad Max. Ma resta l’affascinante storia d’avventura, che ripropone il classico leit motive dell’uomo che sfida la natura che non ci stancheremo mai di rivivere.