Recensione Avengers: Age of Ultron

Esattamente come per il predecessore, questo Age of Ultron ha innanzitutto uno scopo: quello di evidenziare le azioni e i poteri dei protagonisti, gli Avenger, all’interno di sequenze particolarmente spettacolari e roboanti. Può sembrare semplicistico, ma per i fan dei fumetti verificare come il proprio eroe preferito si comporti e riesca a cavarsela nelle situazioni più ostiche, sfruttando il suo famoso potere, può essere di particolare interesse.

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Una funzione artistica/di intrattenimento che di solito compete a un altro media, quello del videogioco. Come i videogiochi hanno attinto dal cinema nella loro ultima fase evolutiva, sembra dunque accadere anche il percorso contrario. Insomma, Avengers, e soprattutto il primo capitolo, sono più videogiochi che film.

Allo stesso tempo, infatti, questo Age of Ultron si differenzia dal suo predecessore nella misura in cui risulta essere più costruito. Mentre il primo capitolo era un semplice susseguirsi di scene di azione e di battute che mettevano in risalto i “difetti” dei super-eroi protagonisti, questo seguito ha decisamente qualche velleità in più. Vuole scandagliare maggiormente la psicologia degli Avenger e portare a un nuovo livello quel concetto che vuole che il lato oscuro di ognuno di loro porti a un conflitto all’interno del gruppo e finisca per mettere a repentaglio l’intera umanità.

In Age of Ultron la voglia di Tony Stark di migliorare la propria tecnologia al fine di creare un mondo ancora più sicuro, talmente sicuro da rendere inutili gli stessi Avenger, finisce per tradursi nell’esito contrario. L’intelligenza artificiale a cui si affida, infatti, prende il controllo dell’operazione, ma ne vede solo una sfaccettatura, quella che vuole la fine degli Avenger. Ultron è quindi l’alter ego di Iron Man, ancora più forte perché riesce a vedere dove la ricerca scientifica umana si infrange.

I due Avengers, dunque, sono film dalla sceneggiatura banale per certi aspetti, ma incredibilmente ricercata per altri. Bisogna declinare il tutto sulla base di quello che è l’obiettivo del film: ovvero essere principalmente fluido ed esaltare le mosse dei super-eroi in battaglia, come dicevamo all’inizio.

La delicatezza delle sceneggiature dei due capitoli si evince nel fatto che mentre il primo era leggermente spostato verso Thor, questo seguito è leggermente inquadrato su Iron Man. Ma, attenzione, perché non abbiamo usato il termine “leggermente” a caso: per gli autori, infatti, è importantissimo che esista un tema principale per ogni film, basato su uno dei protagonisti storici, ma allo stesso tempo è importante che gli altri Avenger non vengano troppo esclusi dal quadro. Insomma, il senso del film è la loro collaborazione, perché solamente rimanendo importanti allo stesso livello riusciranno a continuare a sconfiggere il male.

E questi equilibri, a mio modo di vedere le cose, sono trovati sontuosamente sia nel primo come nel secondo Avengers. Semmai la sceneggiatura è incredibilmente superficiale in altri passaggi, quando fa finta di sorvolare su certe cose o quando non spiega bene perché i cattivi lascino le cose al caso in certi momenti, quasi a voler avvantaggiare i buoni. Ma anche in questo caso ho usato deliberatamente un’espressione, “fa finta”: insomma, gli Avengers non devono essere in alcun modo macchinosi, anche a costo di sacrificare qualche aspetto della narrazione.

Semmai il problema in Age of Ultron è un altro, ovvero che il dualismo tra Stark e Ultron poteva essere scandagliato meglio. Invece, soprattutto sul piano psicologico è solamente accennato. Forse per non compromettere quell’equilibrio tra soggetto principale e contorno di cui parlavamo prima, ma sicuramente il risultato è un po’ fastidioso, soprattutto per coloro che si aspettavano un’analisi più puntuale sul rapporto tra i due.

Abbiamo apprezzato grandemente, che è poi la cosa che sta alla base della maggiore profondità psicologica di questo seguito, il personaggio di Wanda Scarlet Witch o, meglio, il suo potere. La sua capacità di esaltare il lato oscuro di ognuno degli Avenger, infatti, ci ha fatto capire meglio le ragioni che portano al contrasto all’interno del gruppo. E quindi che Thor ha ancora dei ripensamenti sui giochi di potere che sussistono sul suo pianeta natale o che Captain America non riesce a mettersi definitivamente alle spalle l’orrore della seconda guerra mondiale.

Ma è ancora più apprezzabile il personaggio di Banner. Hulk è talmente accecato dalla sua ira da non riuscire a distinguere buoni o cattivi, o quello che è l’amore della sua vita. Un accecamento che finisce per ritorcersi contro sé stesso: Banner si odia a tal punto da auto-eliminarsi e non riesce a trovare una soluzione a questo tormento, neanche se a chiederglielo è la donna della sua vita.

E se il primo Avengers era più incentrato su Thor e il secondo su Iron Man, siamo pronti a scommettere che il terzo si concentrerà su Hulk. E che quasi sicuramente sarà godibile e divertente, ma non per questo meno profondo da analizzare, come questi primi due capitoli.