Qual è il vero problema dell’Italia

L’altro giorno ragionavo su un fatto molto semplice, ma che evidentemente non lo è per tutti. Le nazioni più povere sono quelle in cui la gente è meno propensa a lavorare. Se fosse possibile fare una classifica ci sarebbe una corrispondenza quasi perfetta tra nazioni ricche e nazioni dove si lavora di più.

Questo discorso vale ad esempio anche per l’Italia: al nord la gente vive per lavorare, e sicuramente c’è un maggiore benessere, mentre al sud c’è proprio un’avversione per il lavoro. La gente sbuffa, si lamenta, preferisce lavorare nel pubblico, dove notoriamente non si fa niente, piuttosto che dedicarsi al privato e lavorare assiduamente. Questo ha comportato nel corso del tempo il divario economico tra nord e sud ben evidente oggi.

Le nazioni comuniste sono un altro esempio di quello che stiamo dicendo. In una nazione come Cuba il lavoro non viene incentivato: anzi se non lavori ricevi comunque un sussidio dallo stato. Puoi decidere di impegnarti e lavorare duramente, ma nel lungo periodo lo stato tenderà a riportarti nella condizione economica di quelli che non lavorano, ad equilibrare le condizioni di benessere tra ricchi e poveri. Affossa continuamente la meritocrazia, detto in altri termini.

A Cuba non ci sono prodotti di marche provenienti dall’estero: ci sono solamente i prodotti statali. Non puoi comprare una Playstation e non puoi avere l’ultimo ritrovato in fatto di computer moderni. Devi vivere come vuole lo stato, insomma, senza sgarrare. Meno hai idea di cosa succede fuori dai confini nazionali e meglio è.

Nel Sud Italia, in realtà, la situazione non è molto differente. Quasi la totalità della popolazione lavora nello stato e fa una fatica tremenda a impegnarsi e a rimanere focalizzata sul lavoro. Dedicare la vita al lavoro è come sprecare la propria vita, in barba a cosa ne pensano in altre nazioni, nel frattempo diventate ricchissime. E c’è un meccanismo di riequilibrio della ricchezza simile a quello di Cuba: forse non lo farà direttamente lo Stato, ma in questo caso ci pensa bene la criminalità organizzata. La mafia contrasta l’imprenditorialità onesta e stronca l’iniziativa privata volta all’arricchimento personale. Il risultato di tutto questo? Che magari una generazione vive bene, ma le generazioni successive sono costrette a lasciare la loro terra natìa, oltretutto accumulando odio per essa.

La cultura per la quale il posto di lavoro è garantito dallo Stato è altrettanto sbagliata. In Italia si va avanti a concorsi: migliaia di candidati per assumere centinaia di persone. A parte i costi spropositati per organizzare una cosa del genere: che senso ha assegnare un lavoro solamente per aver svolto bene un esame e garantire quel posto di lavoro per sempre? Non solo non stai facendo la scelta su una precisa esperienza pregressa del candidato ma gli garantisci il posto di lavoro anche se non si impegnerà e non maturerà risultati nel corso del tempo.

Molti si lamentano di non avere lavoro. Ma siete sicuri di avere l’esperienza necessaria per poter lavorare? Di avere un buon curriculum? E molti altri si lamentano anche se ce l’hanno il lavoro. Ma siete sicuri che state dando proprio il massimo? Di operare in maniera logica per il benessere della compagnia per la quale lavorate?

Dopo qualche anno insomma la gente diventa insofferente verso questo tipo di impostazione e prende la decisione peggiore che un essere umano possa prendere: abbandonare gli affetti per cercare un tenore di vita migliore altrove, ovvero in quelle nazioni dove esiste una cultura del lavoro.