Perché Django Unchained è un capolavoro?

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Non scrivo questo piccolo pezzo per fare un qualche tipo di critica cinematografica a Django Unchained, semplicemente perché ritengo che il film sia al di là di ogni critica. È stato scritto, diretto e pensato in ogni sua componente da una persona che ha visto TUTTI i film del genere al quale Django Unchained appartiene, e oltretutto dalla persona che ha rivoluzionato il concetto di cinema moderno in termini di ritmo di narrazione, utilizzo degli effetti sonori, fotografia, caratterizzazione dei personaggi e quindi sceneggiatura, colonna sonora e così via. Dopo aver assistito alla proiezione di Django Unchained, la mia impressione è che si guarda un film in cui ogni secondo, e forse si potrebbe fare questo ragionamento anche per intervalli di tempo inferiori, è studiato e calcolato con grande precisione da decine di anni. Ci possono essere delle cose “strane” ma sicuramente dipendono dalla voglia del regista di voler citare quello o questo fenomeno, e di dare significato a oggetti o personaggi apparentemente inutili. Insomma, criticare Quentin Tarantino non è cosa da comuni mortali: è il massimo esperto di cinema, come nessuno di noi potrà mai esserlo semplicemente perché abbiamo altri impegni nella vita, mentre lui non fa altro che stare sempre lì, davanti alla sua TV a guardare film, di ogni epoca e nazione. Ogni mossa che ha appreso da queste visioni, ogni tipo di inquadratura, qualsiasi uso degli effetti sonori o della musica, sono stati fatti propri da Tarantino, ed ecco che ce li ritroviamo citati senza soluzione di continuità nel corso dei suoi film. Qt è il cinema, insomma, mi dispiace per i detrattori.

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RITMO DELLA NARRAZIONE:
Procedo per punti in modo da essere il più ordinato possibile, fermo restando che Django Unchained è fatto con un livello tale di precisione, ed è così pregno di significati, che non è possibile fare un discorso esaustivo, se non dedicandogli una quantità di tempo effettivamente considerevole. Cerco, piuttosto, di riassumere i punti salienti. Date un’occhiata al grafico qui sopra: mi scuso per l’artigianalità e ripeto ancora una volta che si tratta di un’illustrazione estremamente approssimativa dei punti di massima emozionalità e intensità del film. La prima cosa che balza all’occhio è il fatto che ci sono due picchi centrali, uno molto vicino all’inizio del film e uno corrispondente alla fine. La teoria della cinematografica impone che si parta bassi, con la curva che cresce in maniera direttamente proporzionale al minutaggio del film, fino a toccare il vertice massimo alla fine. Anche per gli altri film di Quentin Tarantino è stato così, come per esempio è decisamente evidente in Kill Bill Volume 2 (più complesso Pulp Fiction, principalmente per via della divisione in capitoli). La presenza di due picchi emozionali così intensi conferisce a Django Unchained un ritmo della narrazione strano.

Ma prima di andare a cercare di scoprire il perché Tarantino abbia preso una così particolare decisione, oltretutto non corrispondente a quanto aveva fatto nei precedenti film, mi preme sottolineare un elemento ancora più a monte, che invece riguarda qualsiasi film di Qt. Torno per certi versi al discorso della incriticabilità. A prescindere dalla qualità finale che riesce a raggiungere, Qt è sostanzialmente paragonabile solo a sé stesso e a quei registi, che si definiscono suoi seguaci, che tentanto di calcarne le orme. Il perché è presto detto: in ogni scena, ma si potrebbe dire anche in ogni fotogramma, c’è una densità di significati nettamente superiore a ciò che accade in altri film, e questo influisce direttamente sull’intensità. Perché Qt riesce a tenere gli spettatori incollati davanti allo schermo, e questo accade anche per coloro che non sono suoi fan? Come fa a mantenere le persone così coinvolte anche quando ci sono lunghe scene di dialogo e non c’è alcun tipo di azione?

Semplice, all’interno di ogni ripresa ci sono tantissimi elementi cruciali che lo spettatore è chiamato a notare, ad analizzare e, in difinitiva, ad associare a un significato. Alla prima visione nessuno può riuscire a trovare tutti questi elementi cruciali, ma credo che comunque si abbia la sensazione che qualcosa di “strano” nelle scene stia accadendo. Al di là delle citazioni, che possono essere l’uso di un effetto sonoro quando si spilla una birra (che può ricordare il masticare il tabacco in un film di Leone) o elementi dell’abbigliamento che richiamano a questo o a quello spaghetti western degli anni ’60 o ’70, o come nel caso di magliette con il titolo di uno sconosciuto film italiano come accade in Death Proof, ci sono molti altri elementi più sottili. Ad esempio in alcune scene, mi riferisco ad alcune sequenze a Candieland in particolare, mentre tu segui l’azione principale accadono altre cose secondarie, apparentemente inutili rispetto al significato della scena ma invece fondamentali per la determinazione del significato dell’intero film. Mentre Candie inveisce contro i due protagonisti dopo aver scoperto il loro imbroglio, la sua squadra si prepara per impedire qualsiasi tipo di azione a Django e al dottore. Mentre, prima, mentre si discute del più e del meno, i camerieri “negri” continuano imperterriti a servire, all’interno di un’atmosfera in cui il negriero non nota niente di strano, ma invece i protagonisti, e con loro gli spettatori, friggono, e quegli ultimi atti di schiavitù acquisiscono un valore ancora più grande, pur non essendo, lo ripeto, l’azione principale della scena. O ancora la scultura con i mandingo posta dietro Candie che serve a Leonardo Di Caprio per rafforzare la sua interpretazione, il suo conferire follia e malvagità al personaggio. Bravo Leo a rendere il personaggio così cattivo, ma serve qualcosa di supplementare, qualcosa che evidenzi ancora una volta l’iper-realismo dei film di Qt. Django Unchained è un film realistico nella misura in cui ti mostra uomini di colore che faticano nei campi, ti mostra il sudore che cola sulle loro pelli, ti mostra dei fantastici primi piani dei loro occhi segnati dalla sofferenza. Ma al contempo è iper-realistico, perché ogni cosa è esagerata, dal sangue (che naturalmente negli spaghetti western classici non c’era) alla violenza, allo stesso tipo di azioni che compiono i personaggi, all’efficacia e profondità dei dialoghi. E l’uno e l’altro discorso finiscono a rendere il film nettamente più intenso rispetto ad altri titoli realizzati senza prestare attenzione a questi elementi.

Veniamo al discorso del ritmo, che a mio modo di vedere le cose è l’elemento determinante per decretare o meno il successo di un film. La scelta di Qt è molto pericolosa da questo punto di vista, e alla prima visione di Django Unchained con ogni probabilità chiunque ha una sensazione particolare, come se dopo l’uccisione dei fratelli Brittle si perda qualcosa, e il film non sia efficace come prima. Questi minuti iniziali, d’altronde, offrono un livello di epicità sensazionale, che ovviamente non è possibile mantenere per tutto il film. Se così fosse, insomma, avremmo un film pieno di finali, con picchi continui. Sarebbe inutile, renderebbe il tutto troppo carico, rovinerebbe lo stesso ritmo, e impedirebbe a Qt di inserire dei dialoghi così profondi.

È proprio questo il punto nodale di Django Unchained: quella curva lì è stata pensata in quel modo proprio per dare molto spazio ai dialoghi. Qt non può rinunciare a questa componente, perché probabilmente è l’anima di ogni suo film, è l’elemento centrale del suo fare cinema. Django Unchained può essere un film che segna una pagina importante nella storia del cinema se adempie due obiettivi: ha un buon ritmo della narrazione e ha ottimi dialoghi. Come fare per inserire una parte apparentemente così lenta, in cui i personaggi parlano solamente e non c’è quasi in nessuna misura la componente d’azione?

Dopo quel picco iniziale corrispondente all’uccisione dei fratelli Brittle bisogna frenare, ma proprio con i piedi che non si staccano neanche un secondo dal pedale. Una bella frenata poderosa. Come fa Qt? Prima mette tutta la parte del viaggio, con un espediente cinematografico in cui in pochi minuti si riassumono diversi mesi, il tutto condito da una musica, appunto, “da viaggio”. Non aveva mai usato un espediente del genere negli altri film precedenti, ma qui sta proprio sperimentando, combinando tradizione e innovazione, western americano a spaghetti western. Ma la componente cruciale è proprio relativa all’incontro con messieur Calvin Candie e il suo fedele luogotenente Stephen, un personaggio che fa la storia del cinema.

Questa parte del film è quella in assoluto più importante e più delicata, proprio perché esclusivamente dedicata ai dialoghi. Proprio il rallentamento dovuto al fatto che questa seconda parte si svolge sostanzialmente in un’unica stanza, o in un’unica ambientazione, e che sia totalmente dedicata ai dialoghi, è ciò che serve a Qt per “recuperare” dall’eccesso di emozionalità ed epicità della prima parte, e per riprendere le redini del film in vista del finale pirotecnico. Si potrebbe quindi pensare che Qt abbia inserito tutti questi dialoghi per “correggere” qualcosa che si era verificato nella prima parte, ma se fosse così non avrei scritto quel primo paragrafo. In realtà è tutto studiato, è tutto un processo che è durato decine di anni, e in cui tutto è oliato alla perfezione, ogni meccanismo si incastra con grandissima cura, con l’obiettivo massimo di costituire l’estrema sintesi del genere degli spaghetti western. Quindi, la verità è che lui ha propeso per una struttura così particolare, con un finale nella prima parte del film, proprio per creare i presupposti del “rallentamento” che gli avrebbe consentito di incastrare i dialoghi in una maniera magistrale, in un punto cruciale del film. I dialoghi non servono a sistemare il ritmo pregiudicato da quel finale “iniziale”, ma è quest’ultimo al servizio della sceneggiatura, come ogni cosa in Qt. Se ricordate Bastardi senza Gloria, la parte dei dialoghi inserita nel pub, per quanto magnifica e di estrema profondità come al solito, non era invece ben incastrata nel ritmo di tutto il film, che considero da questo punto di vista come uno dei peggiori tra quelli fatti da Qt, per quanto sia comunque un’opera poetica e fortemente emozionale. Ma proprio il ritmo così tanto segmentato e il cambio di stile, tra intenso a grottesco, in quel caso finivano per compromettere parte della qualità del film. In Django è tutto sapientemente oliato, è una macchina che funziona in un modo perfetto perché è frutto di un ragionamento che passa dalla visione di TUTTI gli spaghetti western della storia e a cui l’autore ha dedicato gran parte della sua vita.

EFFETTI SONORI: Metto gli effetti sonori prima di altri elementi altrettanto importanti perché ricoprono un ruolo fondamentale in Qt, ereditato a piene mani da Sergio Leone. La straordinarietà del regista americano è tale anche perché alcuni elementi imprescindibili del suo fare cinema si sono esplicitati sin da subito, sin dal suo primo film, Le Iene, quasi che non abbia avuto bisogno di una fase di svezzamento, e che i suoi film siano frutto di un attento, rigoroso e preciso studio, che si evidenzia all’interno di un percorso pre-stabilito. Pensate alla scena dove uno dei protagonisti esce dal garage in cui si ambienta gran parte del film e dove c’è forte musica, per poi spostarsi all’esterno. La musica si affievolisce man mano che il cuore dell’azione si sposta verso l’esterno dell’edificio, fino a scomparire completamente. Perchè Tarantino sente il bisogno di fare queste cose? Per due motivi, uno già detto. Innanzitutto perché il suo obiettivo non è raccontare una storia, ma coinvolgere lo spettatore nei fatti e stabilire una relazione tra quest’ultimo e i personaggi del film. E poi per il discorso della densità di significati, e di elementi a cui prestare attenzione all’interno delle scene, che abbiamo già fatto. D’altronde, il secondo motivo è funzionale al primo.

In Django Unchained l’uso degli effetti sonori è portato alle massime conseguenze in Tarantino, un po’ come tutti gli altri elementi cinematografici (vedi discorso fotografia). Quasi in tutte le scene il regista usa questo espediente per rendere la scena stessa ancora più intensa e per darle una sorta di valvola di sfogo, conferendo tanti significati e dando allo spettatore contemporaneamente diverse sensazioni. È, ad esempio, fantastica la scena in cui Django e il dottore entrano in un saloon, cacciano il proprietario e iniziano a servirsi la birra. Shultz comincia a spillare, produce dei rumori quasi impercettibili spostando lievemente il bicchiere, mentre il liquido impatta con le pareti del bicchiere. Alla fine Shultz taglia la schiuma in una scena in cui il protagonista diventa solo uno, il suono, mentre la birra è co-protagonista.

Quella scena apparentemente finisce, e i due riprendono a dialogare. Ma attenzione che Shultz propone un brindisi a Django e i due bicchieri collidono. Questo suono è delicato e soffice, assolutamente non iper-realistico: è, insomma, la summa di tutta la scena, una conclusione epica e definitiva come la stessa conclusione dell’intero film.

Come dicevamo, in questo pezzo non possiamo riassumere tutto di Django Unchained, e l’uso degli effetti sonori è particolare in quasi tutte le scene, prendendo ispirazione soprattutto dai film di Sergio Leone da questo come da altri punti di vista. Nella parte finale, ad esempio, le persone ferite da Django urlano e si dimenano, mentre il fulcro dell’azione rimane la sparatoria. Proprio quelle urla, quasi sempre fuori campo, danno la sensazione dell’estrema concitazione e sofferenza del momento, oltre che della spietatezza della vendetta di Django. Anche in questo caso usa un elemento, l’effetto sonoro, per dare profondità allo scenario e affiancare un significato alternativo, quello dell’effetto della vendetta, a quello principale, la vendetta.

PERSONAGGI: Buoni o cattivi? Sicuramente superiori rispetto alle persone comuni. È l’accezione dei personaggi che Sergio Leone ha voluto dare nei suoi spaghetti western, aprendo una tradizione che, secondo me, segnerà la storia del cinema, e che ovviamente sarà ripresa a piene mani anche da Quentin Tarantino. L’uso dei personaggi fa capire come Django Unchained sia più remake de Il Buono, il Brutto, il Cattivo che di Django, per quanto chiaramente lo stile visivo e narrativo è tipico di Tarantino, come stiamo vedendo. Se nel film di Leone la prima parte è dedicata al Brutto, la seconda al Cattivo e la terza al Biondo, anche qui abbiamo una struttura tripartita, in cui inizialmente è Shultz a fare da cicerone, poi Candie prende lo scettro (insieme al magnifico Stephen di Samuel L. Jackson), e infine Django completa la sua vendetta.

Ma ci troviamo dinnanzi anche a una sorta di transizione da scenario a personaggio. Mentre in Leone i due elementi procedevano praticamente di pari passo, e si scambiavano il ruolo di protagonista ultimo del film senza soluzione di continuità, in Tarantino tutto è spostato verso il personaggio. Anche questo, ancora una volta, è voluto, ed è esplicitato al meglio da una scena citazionista come al solito, posta nella prima parte del film. Mi riferisco all’arrivo di Django e del dottore nel paese con chiara connotazione western dell’inizio del film, in cui poi i due “conquistano” il saloon. Questo ingresso ricorda palesemente l’arrivo di Claudia Cardinale nel paese, altrettanto western, di C’era una volta il West. L’uso della musica è simile ed è simile anche il modo in cui i personaggi fanno il loro ingresso nel paesino e lo percorrono. Cosa cambia allora? Che mentre Leone dava enfasi alla spettacolarità ed epicità del paesaggio, Tarantino si concentra primariamente sulla gente. C’è una carrellata, ma non è sugli edifici o sulla vegetazione, bensì sui volti della gente. Tarantino non vuole farci conoscere i posti, ma innanzitutto vuole farci avere un rapporto diretto con la gente che viveva in quell’epoca.

Ognuno degli attori di Django Unchained svolge un lavoro egregio. Jamie Foxx restitusce molto bene l’acquisizione di consapevolezza di Django nel corso del film, che porta il suo personaggio da comprimario ad assoluto protagonista nelle battute finali di Django Unchained. Mentre inizialmente è lui la spalla, sia dal punto di vista cinematografico che all’interno della storia, a poco a poco diventa protagonista, mentre Shultz acquisisce il ruolo di spalla. Il tutto, come detto, sapientemente espresso dall’interpretazione di Foxx. Il suo Django infatti deve essere sicuro e “comandiero” per dare a Candie che fa sul serio e per sfruttare l’ingenuità di quest’ultimo in modo da portare avanti la farsa.

Cristoph Waltz invece ha assunto un ruolo determinante nella cinematografia di Tarantino, nel momento in cui il maestro ha deciso di passare verso uno stile dei dialoghi più grottesco, nel caso di Bastardi senza Gloria, e più ironico con Django Unchained. Per cui Waltz è l’anima di questo cambiamento, vince premi a ripetizione per questo motivo e pertanto comincia a diventare determinante. Tarantino non potrebbe proseguire su questa strada senza il suo interprete di riferimento, che è parte integrante, quindi, di questa svolta. La comicità di Waltz tra Bastardi senza Gloria e Django Unchained è però diversa: mentre lì tutto è appunto grottesco, e si punta principalmente sulla satira e sulla caratterizzazione dei personaggi, qui c’è un’ironia più sottile, che ha a che fare con la politica e gli eventi che si verificano. È, insomma, l’evoluzione di quella ironia che Leone mise nei suoi film, e che sta alla base dell’appellativo spaghetti che viene dato al genere, che così si discosta dal più impettito western tradizionale.

Infine, abbiamo la coppia Jackson/Di Caprio. Che dire di Di Caprio, è uno dei miei attori preferiti, e qui conferma assolutamente la sua abilità, forse con la migliore interpretazione in assoluto nel film. Il tutto in un ruolo che non è il suo, e per il quale ha dovuto fare un grosso lavoro di adattamento. Spettacolare il cambiamento che Di Caprio è riuscito a imprimere al suo personaggio, in maniera speculare a quello che hanno fatto Foxx e Jackson, nel momento in cui viene a conoscenza della farsa perpetuata da Django e dal dottore. Mentre inizialmente è un personaggio violento, ma di riflesso, poi la sua violenza diventa diretta e ben tangibile dall spettatore. Nelle prime scene, anche grazie a una sontuosa sceneggiatura, la violenza espressa dal personaggio di Di Caprio viene trasmessa tramite altri personaggi e situazioni, come la lotta tra mandingo, poi è lui stesso a fare violenza. Non è più un personaggio distaccato e subdolo, ma si sporca le mani di sangue.

Ma la vera sorpresa è Jackson, che è il vero cattivo di Django Unchained, e che per moltissime cose ricorda il Brutto del film di Leone. Jackson è magnifico a interpretare e differenziare le due sfaccettature del suo personaggio che si estrinsecano nel corso del film, e soprattutto fa un ingresso in scena magistrale, modificando il ritmo in quel momento critico del film di cui dicevamo prima. Samuel L. Jackson, forse insieme ad Uma Thurman, è l’interprete che meglio ha capito il cinema di Qt, e che sa perfettamente cosa vuole e dove intende andare a parare il suo vate.

COLONNA SONORA: La colonna sonora di Django Unchained è magnifica, e anche in questo Qt evidenzia la sua straordinaria cultura in fatto di spaghetti western, visto che sa bene quale musica andare a prelevare tra quelle già esistenti in funzione delle sue esigenze narrative. Sergio Leone ha inventato l’uso della musica in funzione dell’andamento della scena, e Tarantino ha seguito pedissequeamente l’insegnamento del maestro. Come da tradizione leoniana, i cambiamenti di inquadratura avvengono a seconda degli alti e i bassi della colonna sonora, visto che “scriveva” le scene in funzione proprio delle melodie allestite da Ennio Morricone. Nella famosa scena del duello finale a tre de Il Buono, il Brutto, il Cattivo ci sono diversi cambiamenti di inquadratura determinati dalla musica, dei quali si ricorda soprattutto l’allargamento dell’immagine a tutto lo scenario della battaglia (un cimitero) proprio in concomitanza con il crescere di tono della musica di Morricone. In Django Unchained di usi della musica come questo se ne trovano tantissimi, anzi questo tipo di utilizzo della musica diventa sistemico, nel senso che viene fatto nei momenti topici del film per aggiustare il ritmo, e trovare contininuità in alcune scene. In altre, invece, Tarantino ha bisogno di interruzioni brusche, ed ecco che la musica si interrompe improvvisamente, magari in concomitanza di un cambiamento di prospettiva definitivo. Per questi motivi, ha utilizzato sostanzialmente le musiche che hanno fatto la storia degli spaghetti western.

MONTAGGIO: Di montaggio in realtà ne abbiamo parlato nella parte relativa al ritmo della narrazione, ma è elemento così importante in Qt che merita alcune altre puntualizzazioni, anche per vedere il discorso della velocità dell’azione. Il film ha una struttura a “doppio finale” come abbiamo visto. Ovvero il finale nella prima parte che si associa al finale definitivo del film, e il “doppio finale” che c’è proprio nel finale definitivo del film, prima con la liberazione di Broomhilda e poi con la scena dell’esplosione. Su questa struttura a incastro tra finale vero e e finali finti Tarantino ha costruito uno straordinario, e sempre coinvolgente, ritmo della narrazione, come abbiamo visto.

Ma le scene hanno al contempo una velocità ben maggiore rispetto ai tradizionali spaghetti western. Per esigenze di “modernizzazione”, ma soprattutto per rimanere fedele al proprio stile, Tarantino è molto rapido in alcune sequenze, mentre si prende il tempo che vuole nella parte dei dialoghi. Sacrifica così principalmente la parte degli effetti sonori, che Leone riusciva a fare diventare protagonisti soprattutto perché inseriti proprio all’interno di scene molto lente e lunghe, in cui sostanzialmente non si verificava altro. La prima scena di C’era una volta il West è poesia pura per il sottoscritto, proprio dal punto di vista della tecnica della narrazione e per il tipo di utilizzo degli effetti sonori.

Il fatto di avere tutto più veloce però non agevola certamente il lavoro di Qt, che anzi ha dovuto ricercare nuovi compromessi, a mio modo di vedere estremamente efficaci. Inserire effetti sonori con il ruolo che hanno nella costruzione della scena visto prima, oggetti con significati, dialogo, scenari, musica, e quant’altro, non è stato facile per tutte le scene, e ha richiesto una serie di accorgimenti. Tutti questi elementi si accavallano fra di loro, ma al contempo sono sempre ben individuabili ed “estraibili” dal totale della scena.

Certo questa rinnovata velocità potrebbe non essere gradita da chi ama gli spaghetti western tradizionali. Ma questo è il film di Quentin Tarantino e non di Sergio Leone, e lo stile di Tarantino è interessante per tutto quello che abbiamo visto fin qui, a cui non si può rinunciare. Sono tutte accortezze nate dal modo di fare cinema di Leone, ma portate a nuove conseguenze e che quindi finiscono per avere una forma definitiva diversa. Così, come per le altre cose, anche per la velocità si è avuto questo tipo di “evoluzione”.

Chi si aspettava uno spaghetti western vero e proprio si prefigurava anche la presenza dei classici duelli. Ma Tarantino non ha mai apprezzato questo tipo di sequenza, forse perché è fin troppo legata alla tradizione spaghetti, e “appartiene” allo stesso Leone. Ma i duelli in Qt si svolgono semplicemente in altra maniera, e ancora una volta riguardano i dialoghi. I personaggi si sfidano con frasi altisonanti, e nessuno dei due vuole fare un passo indietro. In ciascuno dei dialoghi di Qt c’è un vincitore e un vinto, proprio come nei duelli leoniani, e anche se si tratta di semplice parole nessuno dei contendenti mostra paura e affronta la conversazione fino alla morte. Rientra in questo esempio lo straordinario duello/dialogo tra Candie e Shultz che porta alla morte di quest’ultimo.

La vicinanza tra duelli e dialoghi risulta evidente anche per l’uso della musica e soprattutto delle inquadrature. Tarantino riprende sempre chi parla con un’inqudratura sul suo volto, e in certi casi fa la citazione esplicita di Leone, inquadrandone solo gli occhi. Non manca, a volte, di inquadrare chi ascolta mentre chi parla rimane in secondo piano: insomma, come dimenticare il faraonico dialogo tra Marsellus Wallace e Butch/Bruce Willis di Pulp Fiction?

FOTOGRAFIA: Django Unchained segna l’ingresso nella maturità della cinematografia di Quentin Tarantino per tanti aspetti, ma forse quello più evidente è legato alla fotografia. È come se avesse preso il meglio dalle scelte stilistiche fotografiche attuate nei precedenti film, mischiandole insieme per creare un risultato complessivo di grande valore artistico.

Mi sono sempre chiesto perché Qt non avesse fatto in passato un western. Il suo stile cinematografico, mutuato direttamente da Sergio Leone, insomma ben si sarebbe sposato con il genere degli spaghetti western. Ma probabilmente lo stesso Tarantino si è considerato solo adesso pronto per affrontare questo genere, e per dargli una consacrazione definitiva. Insomma, ha sentito che tutti gli elementi del suo modo di fare cinema dovevano giungere a compimento, e la fotografia è elemento imprescindibile di tutto questo.

Bisogna tornare a considerare che Django Unchained segna un importante passaggio da scenario a personaggi, come abbiamo visto. Quindi si tratta di una fotografia che in certi casi perde l’epicità delle grandi distese libere tipiche del genere western, che in Django Unchained acquisiscono un ruolo solo da comprimarie. Ma è, a mio modo di vedere le cose, allo stesso tempo una fotografia magnifica, pur essendo quasi completamente dedicata ai personaggi.

Qt ha citato e ha sfruttato al meglio quanto aveva fatto nei suoi precedenti film. La parte iniziale mi ha ricordato molto il tipo di fotografia visto in Pulp Fiction, specificamente nelle inquadrature che partono dalle ginocchia e seguono il personaggio fino al capo. Si tratta di un tipo di fotografia introdotto nella storia del cinema inizialmente proprio dagli american western, anche se Tarantino l’ha rivisto completamente già ai tempi di Pulp Fiction. Personaggi inquadrati in questo modo, anche due personaggi per ripresa, e prospettiva che cambia rapidamente a seconda del personaggio che sta parlando. Nella parte iniziale, nel paesino western in cui Shultz cerca di trovare una via di fuga dopo l’assassinio del sindaco, Qt usa questo tipo di ripresa più di una volta.

Riprendere il personaggio mentre sta camminando con movimento della telecamera che si muove con velocità pari al passo dello stesso personaggio, il tutto dalla prospettiva laterale, è cosa che abbiamo visto magnificamente in Jackie Brown, uno dei migliori film in assoluto di Tarantino e in assoluto il più sottovalutato. In Django Unchained, Qt cita molte volte questo tipo di ripresa, fino a portarla al vertice qualitativo massimo nella scena della liberazione, dove con lo stesso movimento della telecamera si segue l’ombra di Django piuttosto che la sua figura reale.

Ci sono certi riferimenti anche a Kill Bill, per quanto minori rispetto ai film precedenti di Qt. Soprattutto per le scene in notturna e per l’inquadrare i personaggi dal basso verso l’alto quando questi si trovano carponi sul terreno.

La citazione finale spetta a Le Iene, che evidentemente ricopre un ruolo molto importante negli affetti di Quentin Tarantino verso i propri film. La scena del massacro finale, con il protagonista ripreso di spalle mentre guarda il risultato della sua spietata azione è terribilmente simile alla scena analoga de Le Iene. Soprattutto perché degli uomini colpiti mortalmente, ma ancora vivi, gridano e agonizzano ai piedi dell’ “eroe” che ha compiuto il massacro.

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DOPO LA SECONDA VISIONE: Vedere per la seconda volta Django Unchained a distanza di pochi giorni mi ha permesso di notare altri particolari, che ho subito voglia di condividere, e avere un altro tipo di emozione. Cala, chiaramente, la tensione rispetto alla prima visione, accumulata nei mesi e negli anni di attesa per il film, ma hai maggiore consapevolezza su quello che Quentin Tarantino ha realmente fatto e sui risultati che ha raggiunto in termini di emozionalità, epicità, intensità ed efficacia del suo nuovo film.

Torno sulla scena in cui i protagonisti cenano a Candieland, ovvero il momento più critico sul piano dell’intensità, perché, perlomeno apparentemente, dedicato completamente al dialogo. Con questa seconda visione mi sono reso conto che fa parte della scena anche il rumore di un pendolo di un orologio. Il tic tac incessante di questo pendolo perdura per tutta la durata della scena, e quindi per diversi minuti (credo che siamo vicini ai 20 minuti).

La sequenza si interrompe in più punti, con il fulcro dell’azione che passa a tratti in altre stanze di Candieland. In questo caso, chiaramente, lo spettatore non sente più il tic tac che, però, torna puntualmente nel momento in cui Qt riporta l’inquadratura all’interno della sala da pranzo. L’obiettivo di Qt, come dicevo nel precedente blog, è quello di far immedesimare lo spettatore all’interno dei locali, come se stesse vivendo il momento in prima persona, quasi che sia un personaggio tra i personaggi veri. Il suo obiettivo è innanzitutto coinvolgere, trasportare chi guarda nell’atmosfera dell’ ‘800, e un discorso analogo lo si può fare con i suoi film precedenti e l’ambientazione contemporanea. Non a caso in questa sequenza la prospettiva in alcuni punti coincide con quella di Django in un processo in cui spettatore ed eroe diventano un tutt’uno. Lo spettatore esperisce le stesse senzazioni uditive del protagonista, che però poi agisce sempre in maniera imprevedibile, come mai avrebbe pensato lo spettatore stesso.

Il fatto di trasportare lo spettatore all’interno del locale è ben presente in tanti punti di Django Unchained, così come era espediente ricorrente nei precedenti film di Qt. Nella scena di D’Artagnan, ad esempio, Calvin si abbassa fino a parlare con lo schiavo mentre lo guarda direttamente negli occhi. Dietro di loro gli uomini del negriero si dispongono a semicerchio, a seguire la scena. Nel momento in cui Calvin si abbassa ecco che la telecamera lo segue, escludendo parte degli uomini, che però rimangono lì. Con il successivo movimento della telecamera ecco che ritornano visibili dalla prospettiva di chi guarda, mentre nell’intervallo in cui non sono stati inquadrati sono andati avanti con i loro movimenti naturali. Insomma, le scene sono sempre costantemente vive, anche se l’occhio della telecamera si concentra su un particolare. Sono vive per i personaggi e i loro movimenti, e per i suoni.

Mi viene in mente anche la sequenza dell’intenso dialogo “finale” tra Shultz e Candie, destinata a rimanere nella storia del cinema. Gli altri personaggi continuano a muoversi sullo sfondo mentre i due protagonisti parlano, continuando a svolgere indipendentemente le loro azioni. In realtà Qt ricrea un mondo, e poi all’interno di questo penetra con la sua telecamera e riprende ciò che gli interessa, mentre quel mondo continua a vivere di vita sua. Non credo che questo venga fatto per tutte le sequenze, ma sicuramente accade nel caso dei tre esempi che abbiamo fatto.

Tornando al tic tac dell’orologio, questo finisce per costituire un ulteriore piano narrativo per quella lunga sequenza di dialogo. Il piano narrativo principale è ovviamente quello del dialogo stesso, ma poi abbiamo un piano narrativo secondario che riguarda proprio i movimenti dei personaggi che non sono quelli direttamente coinvolti nella discussione. Gli schiavi continuano a servire, mentre gli uomini della scorta di Candie si mantengono pronti a intervenire. Abbiamo almeno un terzo piano narrativo che consiste negli oggetti che si trovano sullo sfondo o sulla tavola, anche loro densi di significato e al cui lo spettatore deve prestare attenzione per sviscerare spunti che conferiscono un’ulteriore profondità al senso che Qt vuole dare alla scena. Mi riferisco alla scultura con i mandingo che combattono o al cibo che i protagonisti stanno mangiando, o al loro abbigliamento.

Il tic tac dell’orologio, incessante, è un altro piano narrativo, segnando il ritmo della scena e del dialogo. Qt vuole fare in modo che lo spettatore non solo non si annoi per le lunghe discussioni, ma addirittura sia coinvolto e addirittura esaltato da quella che apparentemente è una semplice scena di dialogo, ma che invece nasconde tutte queste significanze. È per questo che Django Unchained è molto più intenso rispetto a un film “normale”, con lo spettatore che è chiamato a sviscerare tutti questi piani narrativi, e a dare loro un significato.

Con la seconda visione, poi, ho rivisitato il senso di un personaggio in particolare, che avevo “sottovalutato” la prima volta che sono andato al cinema. Si tratta del secondino con la bombetta e il sigaro che, non a caso, si chiama Butch, rimandando al personaggio interpretato da Bruce Willis in Pulp Fiction. La prima volta che Django incontra Butch è in occasione del combattimento tra mandingo, quando dice che chiunque saprebbe che in un locale chiuso, segnatamente ospitale, non va indossata una bombetta del genere. Butch insomma non è un personaggio normale, non è un altro elemento della scena: l’interpretazione che deve fare di lui lo spettatore, quindi, non deve limitarsi a questo. Butch è un buco nero, è un soldato, è un terrorista, sempre pronto a sguainare le sue armi in un contesto dove nessuno è mai al sicuro e in cui la situazione può sempre precipitare da un momento all’altro.

La struttura di Django Unchained poi non è propriamente tripartita, come dicevo nel pezzo precedente, ma ci sono dei segmenti di ingresso e di uscita per alcune delle parti. Django Unchained non è diviso in capitoli come i precedenti film di Qt, ma è solo apparenza, perché per come è impostato il ritmo della narrazione si individuano chiaramente dei momenti che scandiscono l’inizio dei vari capitoli, così come la loro fine. Ad esempio, la parte in cui gli schiavi vengono costretti a camminare per chilometri all’inizio del film (con i segni delle frustate sempre in primo piano) è il segmento di ingresso della prima parte, che poi si chiude bruscamente con l’uccisione dei Brittle Brothers.

La seconda parte del film, che potremmo intitolare “Candieland”, ha un ingresso molto lungo, ovvero tutta la fase di preparazione per l’ “ingresso in scena” di Candie. Entra nel vivo con Candie protagonista e presenta un preponderante segmento di uscita nel momento in cui finalmente si arriva a Candieland. L’inizio di questo segmento, ben evidenziato dal montaggio e dall’utilizzo della musica, in altri film di Qt verrebbe accompagnato da un titolo e qui invece viene segnato, in maniera estremamente brillante, con l’ “ingresso in scena” di Stephen. In questo punto il film riceve una sferzata che comincia a portare verso l’alto la curva dell’emozionalità, preparando il finale.

Dopo l’uccisione di Shultz, inizia il segmento principale del finale del film, con la cattura di Django. Qui c’è un segmento di uscita che inizia con la liberazione di Broomhilda, che poi va a collimare fino al picco emozionale più alto del film, che ovviamente coincide con i fuochi pirotecnici, e che va a fare il paio con l’altro picco principale del film, che coincide con l’uccisione dei Brittle Brothers. Ma di questo ne ho già parlato.

Nell’altro pezzo avevo anche dato molto spazio alla fotografia in termini di citazione rispetto a quanto Qt ha fatto nei precedenti film, ignorando colpevolmente tutte le accortezze “nuove” che ha pensato per questo film. Ci sono spunti fotografici inediti per la filmografia di Tarantino che, da un lato, si rifanno agli accorgimenti fotografici degli spaghetti western, dall’altro sono esperimenti completamente nuovi. L’inquadratura a tre quarti tipica di Pulp Fiction, esaminata nell’altro pezzo, si colora di nuove sfumature, con telecamera che si sposta ora liberamente, ora in maniera più schematica, intorno alla figura del personaggio protagonista, molto spesso Django. Anche le sequenze laterali “alla Jackie Brown” vengono evolute con effetti di rallentamento del fluire dell’immagine, molto spesso utilizzati per rimarcare le angherie fatte alle persone che tali non erano considerate.

Quentin Tarantino sperimenta, in termini di fotografia, anche nelle sequenze in cui mette uno dei due personaggi, inquadrato di spalle, proprio davanti alla telecamera, mentre dietro di lui, ovvero nella parte verso la quale il personaggio sta guardando, si svolge l’azione vera e propria. Cambia la posizione del personaggio protagonista e cambia i rapporti tra quest’ultimo e il resto della scena, e penso principalmente alla sequenza in cui Shultz racconta la mitologia tedesca di Broohmilda, attorno al fuoco. Tutti questi rapporti tra personaggi e scena vengono determinati in funzione del significato che quel personaggio ha in quel momento del film. Come detto nel pezzo precedente, infatti, in questa parte Django è spalla del Dottore (mentre poi i ruoli dei due si invertiranno, fino a sublimare nella scena della morte di Shultz), e quindi ha un atteggiamento infantile verso il suo maestro, che gli racconta una storia come si farebbe a un bambino. Lo spettatore segue la storia come se fosse Django, mentre Shultz diventa maestro del protagonista ma anche dello spettatore stesso. È, in definitiva, il momento dell’addestramento di Django.

Ci sono tanti momenti del film che potrebbero essere esaminati con maggiore calma, ma fotograficamente mi ha colpito molto, in questa seconda visione, l’importanza che in certe scene viene data alla testa pelata, in parte, di Stephen. Il bianco dei suoi capelli si fonde al nero della testa nuda del personaggio interpretato da Samuel L. Jackson. La sua testa viene seguita con particolare puntiglio dalle telecamere di Qt, con una straordinaria panoramica a giro che ricorda quasi le scene d’azione di Matrix.

Il contrasto tra bianco e nero della testa dello schiavo ricorda nello stesso tempo il dualismo su cui Qt punta in questa parte del film e il dualismo della personalità del personaggio Stephen. A Candieland ci sono tanti contrasti tra bianco e nero e non solo in termini di trama e di messaggio, ma anche dal punto di vista del colore degli oggetti di scena. Ad esempio, Calvin insiste per mangiare la “torta bianca”, quasi che quel bianco così insistente possa “pulire” i personaggi e Django e il Dottore, specificamente, per aver ordito un simile imbroglio.

Ma Stephen, che nel precedente articolo definivo come punto nevralgico dal punto di vista del messaggio di Django Unchained, è personaggio estremamente contorto, proprio per la sua doppia personalità, con estremi ben distanti tra di loro. Il contrasto insito all’interno di questo personaggio risulta evidente solo per pochi secondi del film, quando, ormai sconfitto da Django, Stephen lascia cadere il bastone e percorre qualche passo senza alcuna titubanza. Fingeva a zoppicare, fingeva a essere servile, fingeva nell’assecondare il suo “capo”: è tutta una messinscena, il vero capo di Candieland, il burattinaio, è lui.

Da una parte perché rappresenta i neri che si rassegnano al potere, dall’altra gode a sua volta di una posizione di forte potere. Comanda sugli altri neri così come Candie comanda su di lui. È insomma quello che Django finge di essere per aggraziarsi il negriero capo di Stephen.

Una delle prime parole che usa Candie per descrivere Stephen è proprio “impertinente”, ovvero la stessa parola che Stephen usa per insultare Django nella massima citazione che un film abbia mai fatto a un capolavoro come Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo.