Perché c’è la crisi economica?

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Per poter affrontare correttamente questo argomento, dobbiamo innanzitutto fare distinzione tra due diversi fenomeni economici che si stanno verificando contemporaneamente. Uno riguarda più la sfera internazionale, ed è la crisi finanziaria che ha avuto un momento di particolare gravità negli anni passati e che è più o meno alle spalle in alcune nazioni e ancora ben forte in altre realtà europee. In questo caso più che di crisi, sarebbe più opportunto parlare di riassestamento degli equilibri economici internazionali.

Nel secondo caso, si tratta di un fenomeno prettamente nazionale, riguardante quindi specificamente l’Italia. A causa di noncuranza da parte del legislatore, di conflitti interni che sono andati a detrimento della popolazione e che magari non la riguardavano, e dell’arretratezza strutturale del nostro paese in alcuni ambiti, in Italia non sono stati apportati i cambiamenti agli equilibri sociali che le situazioni e le problematiche che abbiamo dovuto affrontare negli ultimi decenni avrebbero richiesto. L’Italia è rimasta una nazione fortemente ancorata su una struttura sociale, in certe regioni quasi di stampo sovietico, che ha portato a un esubero di assunti nella pubblica amministrazione, che nel corso del tempo è diventata ingestibile e immodificabile.

Per queste ragioni la “crisi” in Italia è arrivata prima che in altri paesi. All’inizio anni ’90, infatti, la produzione inizia a spostarsi dall’Italia alla Cina, primariamente per un problema di deficit nel capitale umano, termine con il quale si intende genericamente la propensione al lavoro e la capacità di aggiorarsi direttamente sul posto di lavoro. Automotivazione e capacità di collaborare con gli altri, fiducia nel fatto che il merito verrà premiato, sono tutti principi che nella nostra nazione purtroppo sono andati persi o si sono affievoliti: contemporaneamente dal basso, e intendiamo i cittadini, e dall’alto, e intendiamo la politica, non c’è stata la capacità di arginare problematiche come queste.

Il 2001 è stato un anno cruciale per l’instaurarsi di un regime di instabilità economica: la gente comune in quell’anno si rese lucidamente conto di come la struttura capitalista che fino a quel momento aveva dominato non poteva reggere il peso delle pressioni e delle nuove sfide che arrivavano principalmente dall’Asia. All’interno di uno scenario completamente diverso rispetto a quello in cui si era operato fino a quel momento, anche la più lieve scintilla avrebbe potuto provocare arretratezza e difficoltà economiche. Ci riferiamo al terribile attacco dell’11 settembre, data che molti hanno indicato quale spartiacque tra il precedente sistema economico, e conseguenti equilibri, e il nuovo, con equilibri modificati in favore della Cina e delle altre potenze asiatiche, e a discapito degli Stati Uniti e delle altre potenze occidentali.

L’attacco dell’11 settembre, quindi, da questo punto di vista si configura come l’attacco terroristico perfetto se il terrorismo ha come principale obiettivo quello di incutere paura e determinare insicurezza.

Fu anche il periodo dell’introduzione dell’Euro, da molti indicato come la principale causa delle difficoltà in Europa, che ancora oggi, a distanza di 12 anni dall’introduzione della moneta comunitaria, sono ben presenti. La moneta unica, infatti, debuttò sui mercati finanziari nel 1999, mentre la circolazione fisica ha avuto luogo l’1 gennaio 2002 nei dodici paesi dell’Unione che per primi hanno adottato la nuova valuta.

Sin dall’inizio si è acceso un aspro dibattito sull’Euro, visto che illustri accademici hanno discusso sull’opportunità della moneta unica in termini di costi/benefici. Dibattito che si è acceso e ampliato nel corso degli anni, quando in molti hanno puntato il dito contro l’Euro nel tentativo di spiegare il prolungarsi della crisi finanziaria in Europa. Soprattutto per le nazioni economicamente più deboli, come l’Italia, l’Euro sarebbe uno svantaggio per via dell’impossibilità di poter inflazionare la moneta come era stato fatto a più riprese con la vecchia Lira. Da una parte inflazionare la moneta consentirebbe di ridurre la distanza tra valore della moneta e valore dell’economica della nazione, ma allo stesso tempo renderebbe la moneta fin troppo debole, esattamente come lo era la Lira. Comprare merci dall’estero diventerebbe sempre più difficile, con il rischio di isolare il paese nel lungo periodo e collocarlo in una realtà economica separata rispetto alle principali potenze mondiali.

Coloro che sostengono che l’Euro è uno svantaggio vorrebbero svalutare la moneta in modo che il suo valore segua il valore dell’economia del paese. Inoltre, i detrattori aggiungono che l’introduzione dell’Euro ha causato un trasferimento di produzione industriale dai paesi più inflattivi a quello meno inflattivo, ovvero la Germania, il tutto in virtù proprio dell’invariabilita’ dei cambi. D’altronde, il ritorno alle valute antecedenti l’Euro non venne proprio contemplato ai tempi dell’introduzione della moneta e oggi sarebbe tecnicamente impossibile, argomento già sufficiente a far desistere i detrattori proprio perché rende di per sé il dibattito inutile.

La conversione e successiva svalutazione dell’eventuale nuova Lira renderebbe, inoltre, insostenibile ripagare i debiti in valuta “forte”: il ritorno alla Lira, insomma, non solo non favorirebbe la competività delle imprese, ma provocherebbe fallimenti di massa. Bisogna considerare anche che il debito pubblico italiano è di dimensioni ingenti, uno dei più cospicui al mondo, per cui non sarebbe proprio possibile un ritorno alla Lira senza una negoziazione pressoché totale di questo enorme debito.

Secondo alcuni esperti, l’attuale crisi economica sarebbe poi partita dalla “catastrofe” dei mutui subprime che, negli Stati Uniti, ha iniziato a prendere piede alla fine del 2006, causando effetti a domino sulle altre economie legate a quella americana. Si tratta di un’ardita politica atta a favorire il credito, concedendo grosse quantità di denaro a soggetti che non possono accedervi ai tassi di interesse di mercato. L’ascesa vertiginosa nel tasso di insolvenza di mutui subprime tra la seconda metà del 2007 e la prima del 2008 ha ricevuto un’attenzione considerevole dai media USA e dal legislatore americano, anche perché provocò il fallimento di colossi come Lehman Brothers.

Se la crisi dei mutui è indicata come il là al cambiamento economico internazionale, oggi si possono dire esauriti i suoi effetti, mentre la crisi rimane ancora ben presente in tante aree. Probabilmente, dunque, non è l’unico fattore, e anzi piuttosto va a configurarsi come un altro elemento di frizione al recupero del precedente equilibrio economico all’interno però di un contesto che vedere svettare come nazioni economicamente più stabili delle nazioni che prima erano escluse dai primi posti di questa classifica. Insomma, la crisi dei mutui, come altri fattori che abbiamo elencato in questo articolo, semplicemente rende peggiore una realtà che presenta ormai dei forti elementi di criticità congeniti.

Tornando all’Italia, inoltre, tutte queste difficoltà vanno ad aggiungersi a una situazione di instabilità determinata dalla lentezza del legislatore a intervenire per tamponare o magari anticipare alcune tendenze. L’Italia conta ancora oggi un elevatissimo numero di impiegati nella pubblica amministrazione nelle regioni meridionali che ha portato a forti disequilibri, producendo una netta arretratezza di queste regioni rispetto a quelle settentrionali. La facilità al Sud di trovare lavoro nella pachidermica macchina dello stato negli anni ’60 e ’70 non solo ha inibito moltissime persone a tentare di intraprendere una propria avventura imprenditoriale, ma ha aumentato considerevolmente i costi di gestione della pubblica amministrazione con l’instaurazione di tanti posti di lavoro che concretamente sono ridondanti.

Mentre al Sud aumentava il numero di impiegati nello Stato, il loro salario non era adeguato al costo della vita. I lavoratori statali, in Italia, ottengono salari pressoché invariati a prescindere dalla regione in cui abitano, il che genera un altro elemento di forte criticità nella misura in cui al Sud il costo della vita è sensibilmente più basso rispetto al costo della vita al Nord. Denaro che molto spesso è andato speso nell’acquisto di una casa (l’Italia è uno dei paesi con il più alto numero di case di proprietà) piuttosto che fatto rientrare all’interno di un flusso virtuoso che in qualche modo coinvolgesse il resto d’Europa. Se spendo i miei soldi per acquistare beni provenienti dall’estero, il produttore internazionale si rende conto di questa tendenza e investe in quel territorio in termini di pubblicizzazione o incentivo alla produzione, creando dei nuovi posti di lavoro. Cosa che al Sud non è successa, rendendo questa realtà ancora più separata a quel punto non solo dall’Europa ma anche dall’Italia.

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Ma la base di questo discorso attiene ancora una volta alla “selvaggia” crescita della Cina. Come potete vedere anche dall’immagine, siamo passati da un PIL nominale di circa 70 miliardi di yuan degli anni ’50 ai circa 18 mila miliardi di yuan del 2005. Si tratta di investimenti che vanno a togliere risorse e mercato principalmente alle nazioni che già annaspavano nel precedente sistema economico, e ciò purtroppo riguarda principalmente l’Italia. Chi punta il dito su questa o quell’altra causa per spiegare la “crisi” economica dovrebbe prima fare mente locale sulla quantità di denaro di cui si sta parlando. Come non può tutto questo denaro scardinare completamente i precedenti equilibri economici?