Parità dollaro-euro significa fine della crisi

Nel mondo economico stiamo assistendo a due fenomeni principali: la svalutazione dell’euro e i primi segnali di superamento della crisi anche in Europa e, finalmente, anche in Italia. Insomma, le due cose sembrano strettamente legate, perlomeno su un piano temporale. E allora vero che dovremmo tornare a preoccuparci nel momento in cui l’euro dovesse ricominciare a riacquisire valore?

dollaroeuro

Avere la parità tra le due valute principali favorisce le esportazioni dall’Europa, e quindi anche dall’Italia, verso l’estero. Ed è probabilmente questo che è mancato di più durante il periodo più duro della crisi: l’impossibilità di “comunicare” economicamente con l’estero. Questo dimostra ancora una volta che non si può più ragionare in termini di provincia: apparteniamo a un mondo estremamente competitivo, dove basta un piccolo elemento di debolezza per risultare notevolmente svantaggiati contro avversari sempre più agguerriti e sempre più numerosi.

“Il mio sogno è la parita”, diceva Matteo Renzi qualche giorno fa. “Perché la parità aiuterebbe le esportazioni italiane”. Insomma, nel momento in cui l’economia americana ha ricominciato a respirare sembra che oltreoceano sia scattato qualcosa e abbiano dato il via libera anche all’Europa.

Che l’economia europea sia fortemente connessa a quella americana è cosa nota fin dai tempi di Bretton Woods, però qui si sta parlando di un legame ancora più forte. Insomma, per come sono gi equilibri economi di oggi, non c’è modo che l’Europa possa avere una propria indipendenza economica se questa non viene concessa dagli americani.

Questi ultimi hanno un forte controllo anche sul petrolio internazionale, visto che viene quasi sempre pagato in dollari. Il valore della valuta statunitense e il valore del greggio sono strettamente dipendenti e, infatti, sarebbe ancora più giusto dire che l’Europa respira e grazie alla quasi parità con il dollaro e grazie al calo del prezzo del petrolio. Il quale ha comportanto una serie di ripercussioni importanti, sia sul rublo che sullo ‘sgancio’ del franco svizzero dall’euro. Anche quest’ultima manovra monetaria sembra un ennesimo segnale di crisi: quando viene attuata allora vuol dire che qualcosa non va.

La Commissione Europea stima per l’Italia il ritorno alla crescita dopo tre anni di recessione: +0,6% nel 2015, +1,3% nel 2016. Il deficit del nostro Stato, inoltre, per effetto della legge di stabilità 2015, dovrebbe scendere a 2,6% del Pil dal 2,7% delle precedenti stime d’autunno. Proprio le esportazioni, secondo la CE, guideranno la crescita del nostro paese nel 2015.

Insomma, tutti segnali che fanno ben sperare. Finalmente, anche il cittadino comune dovrebbe poter toccare con mano i frutti della ripresa economica a cui hanno fatto a più riprese riferimento i vari politici che si sono succeduti al potere.

A fronte di problematiche di respiro internazionale, come la fortissima crescita economica della Cina, ora stabilizzatasi, e l’aumento del prezzo del petrolio, gli Usa si sono ritrovati costretti a prendere misure estreme, e a svalutare oltremodo il dollaro. Questo sembra aver avuto pesanti ripercussioni sull’Euro e sull’economia europea. Ma è possibile che a livello europeo non ci sia la forza per imporre delle contromisure? Possibile che non si sia riusciti a mantenere l’euro un po’ meno forte?

Come abbiamo visto, l’alto valore acquisito dall’Euro sembra aver complicato, e non poco, le cose. I cittadini italiani, con le difficoltà che hanno vissuto negli ultimi anni, sanno bene di cosa stiamo parlando. Anche perché alcuni, più o meno casualmente, hanno assegnato le colpe a questo o a quel fenomeno, o ai politici. Obama sarebbe, quindi, il salvatore degli Usa, mentre Renzi o chi per lui avrebbe ridotto l’economia italiana a un colabrodo.

Ma come stiamo vedendo non sono i politici a causare le crisi, e non possono essere loro a risolverle. Si tratta più che altro di casualità e conseguenze maturate sulla base dei rapporti di forza internazionali, con periodi di maggiore o minore respiro a seconda di come si incastrano tutti questi interessi. Se Renzi ha perso qualche punto percentuale nel consenso, in larga misura, e indirettamente, dipende proprio da questo fenomeno. Invece, nonostante la risalita economica, Obama è stato fortemente punito, quando invece se fosse stato un politico italiano sarebbe stato premiato.

Se in Usa, insomma, sull’elettorato grava tutto il discorso sicurezza internazionale, nel quale Obama sembra aver fallito soprattutto in riferimento alla situazione siriana, da noi gli elettori vogliono innanzitutto stare bene economicamente. Ma molto spesso non individuano bene le cause dei problemi e danno sommariamente la colpa alla politica, banalizzando la discussione sulle cause fino a non vedere più chiaro sull’origine dei mali.