Marine Le Pen asfalta D’Alema e gli dà del comunista

“Queste cose ce le venivano a dire persone come lei quando è fallito il modello sovietico, per convincerci che il motivo era che ce n’è stato poco”, è stato uno fra i tanti rimproveri fatti ieri da Marine Le Pen, la leader del Fronte Nationale francese, a Massimo D’Alema durante la trasmissione Di Martedì condotta da Giovanni Floris e andata in onda ieri sera su La 7.

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Non voglio per niente difendere Le Pen, ma da quella tramissione risulta evidente come gli italiani credano ancora a un modello politico, appunto quello comunista/socialista, che nel resto del mondo non esiste più. Si tratta di un modello arretrato, pensato in un’altra dimensione storica e oggi ormai inutile, che se applicato porta a una crescita del margine tra il benessere delle altre nazioni e la depressione economica della nostra.

Insomma, le idee come quelle di D’Alema sono alla base dell’arretratezza culturale ed economica dell’Italia, e lo stesso D’Alema è uno dei principali responsabili. Le persone come lui non solo non capiscono che è la deficitaria adozione del capitalismo e dei principi della destra che ha portato l’Italia a essere più arretrata delle altre nazioni, ma incredibilmente difendono la loro posizione, che ormai è un dato di fatto non essere più compatibile con le esigenze economiche, di crescita ed evolutive della società moderna.

“Un sermone da un comunista”, dice ancora Le Pen quando D’Alema parla di assistenzialismo ai più deboli senza pensare alla crescita e senza voler accettare la superiorità del modello economico statunitense.

D’Alema appartiene a una parte del PD ancora molto radicale, che ha cercato di arrestare in tutti i modi l’avanzata di Renzi, che invece intende ammodernare la sinistra italiana sulla base del solco tracciato da grandi uomini politici come Blair e Obama. È quello che serve alla sinistra, e non un mischione tra esigenze socialiste ottecentesche e la cieca difesa di ideali di famiglia cattolica e comunità costruite sulla religione, che finiscono per creare più disequilibri rispetto ai benefici.

La sinistra di oggi deve fare i conti con le esigenze economiche più recenti, adattare la sua visione sulle necessità legate alla crescita economica. Pensare al benessere dei lavoratori, ridurre il peso dello Stato sulle loro condizioni lavorative, ma sempre all’interno di un quadro generale che non può penalizzare l’imprenditore e le imprese, che sono chiaramente il motore di qualsiasi economia moderna.

Ricordo benissimo un confronto elettorale, prima delle primarie PD, in cui quest’ultimo iniziò a raccontare della sua infanzia, imperniando il discorso sulla figura di un sacerdote che aiutava tutti. Renzi, invece, parlava di Twitter, di come declinare la scuola alle esigenze della società moderna, di riforma delle Camere, di cuneo fiscale sul lavoro. Incredibile come quelle elezioni furono vinte da Bersani: solo in una nazione come l’Italia, in cui la gente non si adatta velocemente alle rinnovate condizioni politiche e sociali, poteva vincere un’elezione uno che faceva quei discorsi.

Detto questo, non sostengo per niente le posizioni di Le Pen a proposito dell’euro e della dissoluzione che secondo lei dovrebbe riguardare l’Unione Europea. Serve, invece, una destra che sappia portare avanti le istanze di riduzione del socialismo vigente in Europa e allo stesso tempo favorire una maggiore integrazione tra gli stati europei, in modo che, insieme, riescano a contrastare la risalita che si sta verificando in Stati Uniti e in Asia.

Ma ne avevo parlato più approfonditamente qui.