Come internet ha fatto a pezzi il giornalismo

Oggi l’editoria online, e non solo, è praticamente sull’orlo del baratro, defunta o quasi. Negli ultimi anni il giornalismo inteso nel senso più generale ha perso un sacco di posizioni: il settore non monetizza più e i giovani giornalisti stentano a trovare lavoro. Come mai uno sconvolgimento così perentorio per un settore apparentemente tanto importante?

Internet ha chiaramente contribuito in maniera netta. Da una parte ha infatti moltiplicato esponenzialmente la quantità di contenuti più o meno giornalistici, di informazione o infotainment se preferite. Questo, visto in maniera un po’ superficiale, dovrebbe essere un bene per la classe dei giornalisti. Ma non è così.

E il perché è presto detto: l’aumento dell’offerta ha destabilizzato i lettori, che si trovano di fronte a una quantità di informazioni e di notizie maestosa. Non c’è proprio il tempo di leggere tutto e approfondire. Quindi si hanno più siti di riferimento, ma si legge tutto in maniera distratta e approssimativa. Oggi siamo continuamente bersagliati da informazioni, a qualsiasi ora. Quando ci svegliamo, infatti, la nostra prima preoccupazione è quella di prendere lo smartphone e verificare cosa è successo di notte, all’interno di un flusso continuo dal quale non riusciamo più a staccarci.

Se gli utenti vogliono contenuti da fruire velocemente gli editori danno loro contenuti che si possono fruire velocemente, perché ovviamente si preoccupano innanzitutto di monetizzare. La conseguenza è che la qualità media si è abbassata: uno, perché i giornalisti devono produrre più contenuti a rotazione continua e due, perché la gente vuole roba fast da leggere fast.

Un esempio piuttosto chiaro in tal senso può essere rintracciato in Mashable. Questo è un sito che fino a ieri si è occupato di IT in maniera seria, ma adesso sta andando su contenuti sempre più mainstream, sempre più sulle masse. Questo perché la gente legge sempre meno i contenuti lunghi e seriosi, e accede sempre più da Facebook, sul quale i contenuti popolari vanno per la maggiore e sono anche quelli più facilmente monetizzabili. In questo caso, ad esempio, si parla di dimensioni di peni e le si paragona agli oggetti della vita comune.

mashable

Un esempio di grande successo negli Stati Uniti è poi Buzzfeed, che ormai è preso da tutti ad esempio come modello di successo nel mondo dell’editoria. Oltre ad aver avuto un ruolo fondamentale nell’introduzione del cosiddetto native advertising, che oggi sembra l’ancora di salvezza oltreoceano, Buzzfeed ha definitivamente sdoganato il concetto di notizia costruita sulla base del pubblico di Facebook e dei suoi gusti, e sulla base delle modalità di fruizione di Facebook.

Questo vuol dire che il modo di fare notizie oggi è determinato da un ente privato e orientato praticamente esclusivamente sulla monetizzazione. Buzzfeed ha sfondato, nel senso che ha ricevuto investimenti multimilionari e che oggi accoglie nel suo roster di “giornalisti” delle penne di grande prestigio.

La seconda grande motivazione è ovviamente la gratuità. La gente su internet non è disposta a spendere perché ormai è abituata ad avere tutto senza spendere alcunché. La grandissima competizione, d’altronde, ha ridotto praticamente a zero il valore dei contenuti editoriali. E questo rischia di diventare vero anche per le grandi inchieste: il modello a pagamento su internet non ha mai funzionato, né in Italia né altrove.

Se non vendi il prodotto giornalistico per soldi veri non hai quindi neanche i soldi per pagare i giornalisti. Oggi, infatti, la gente pensa che i giornalisti non debbano percepire uno stipendio: anzi, nel momento in cui percepiscono qualcosa vengono etichettati come marchettari. Insomma, la gente pensa che il giornalismo non sia più un mestiere.

Parallelamente anche gli introiti dovuti alla pubblicità, ai banner e alle skin, si stanno riducendo. Gli utenti hanno imparato a bypassare con gli occhi gli spazi pubblicitari e molti di loro usano software che impediscono la visualizzazione di pubblicità. Anche il cosiddetto native advertising, dopo un buon avvio, sembra destinato a fallire.

A questi fattori possiamo aggiungere altri elementi, come il robot journalism. Siamo alla vigilia, infatti, dell’introduzione di macchine capaci di costruire autonomamente dei servizi giornalistici, senza aver bisogno di qualsiasi tipo di sostegno dagli esseri umani. Possono mettere insieme parti di pezzi giornalistici e dare loro senso. Certo, sono “ottimizzati” principalmente per la lingua inglese, ma sappiamo bene che questo genere di cose, se attecchiscono, riescono poi ad arrivare ovunque.

I giornalisti, quindi, non esisteranno più? Questo è difficile che succeda, perlomeno in maniera definitiva. Ma ci sarà sempre meno spazio per i giornalisti seri, mentre le forme più superficiali di giornalismo diventeranno possibili anche per chi giornalista propriamente non lo è. Insomma, con il web odierno e con i social network tutti ormai siamo giornalisti!