Come Barack Obama ha stravolto la politica estera Usa

Ammetto di essermi sbagliato quando in una prima fase ho giudicato inconcludente e inutile la politica di Barack Obama. Ora che il suo mandato è prossimo a giungere a termine, infatti, emerge con maggiore chiarezza quello che è stato il suo disegno che, a differenza purtroppo di quanto avviene in Italia e in Europa, è incredibilmente lucido e razionale.

Al di là dell’approccio keynesiano e assistenzialista nella politica interna, che comunque ha fatto efficacemente da volano all’economia a stelle e strisce, adesso è la politica estera Usa che mi attira maggiormente. Obama ha stravolto un approccio consolidato nei decenni, cambiando completamente quello che era il modus operandi soprattutto del Partito Repubblicano che ha spinto l’opinione pubblica internazionale a bollare gli Usa come “guerrafondai”.

L’approccio pacifista di Obama risulta evidente in particolare su tre punti, che riassumiamo per semplificare la trattazione dell’argomento.

1) Rinnovati rapporti diplomatici con Cuba

2) Accordo sul nucleare con l’Iran

3) Mancato intervento militare in Siria

Il primo è chiaramente un punto storico. Dopo che diversi governi avevano visto Cuba come il nemico, Obama, sfruttando anche il fatto che la nazione di Castro non è più usata come “testa di ponte” dalla Russia, ha concretizzato un cambiamento radicale nella diplomazia con Cuba. Ma come possiamo dimenticarci le invettive contro i Castro? Fino a ieri erano visti come spietati e dispotici dittatori, e oggi addirittura sono degli alleati? Non era forse meglio chiedere le dimissioni di Raul Castro prima di avviare un rapporto diplomatico così intenso?

Anche l’accordo sul nucleare con l’Iran  è di portata storica ma, a mio modo di vedere le cose, qui si parla soprattutto di politica interna. L’accordo, infatti, per la prima volta contrappone in maniera esplicita gli Usa a Israele, che si aspettavano misure più stringenti riguardo le strategie nucleari iraniane. Voltare le spalle alla lobby israeliana può essere totalmente deleterio in vista delle prossime elezioni presidenziali. Qui le cose sono due: o all’attuale amministrazione non interessa niente delle prossime elezioni e danno per scontata ormai la vittoria dei Repubblicani o Obama ritiene che la sua politica è talmente sconvolgente e rivoluzionaria da giustificare di per sé un pebliscito per i Democratici.

Ma il punto nevralgico di questo editoriale è ovviamente il terzo. Ritengo un forte errore il mancato intervento militare o diplomatico deciso in Siria, l’errore che ha dato il via al dilagare dell’Isis in Medio Oriente e non solo. Non è possibile concepire un cambio strategico così importante in un periodo storico così delicato: si è passato, infatti, dall’interventismo sfrenato dei Repubblicani al lassismo Obamiano in presenza di un dittatore che dire spregiudicato nel sopprimere le istanze locali è un chiaro eufemismo.

Obama non ha voluto sostenere gli oppositori di Assad, ovvero l’Isis, spaventato di perdere completamente il controllo della Siria, uno stato che in passato è stato il centro nevralgico di diverse operazioni e ha accolto le menti pensanti dietro diverse azioni militari e terroristiche nel Medio Oriente. Appoggiare l’Isis, o le forze che tacitamente lo sostenevano in Siria, avrebbe voluto dire rendere la Siria come l’Iraq o la Libia di oggi.

Ma non sarebbe stato meglio dare uno sfogo locale a queste forze invece che farle inferocire e portarle a distribuirsi in maniera così incontrollata sul resto del pianeta?

Gli Usa, a mio modo di vedere, non possono esimersi da un ruolo di polizia internazionale, per il semplice motivo che non ci sono altri che possono accollarsi questo ruolo. Che cosa succederebbe se in un quartiere di una grande città si lasciasse dilagare la criminalità senza far nulla per bloccare e arrestare i malintenzionati? Con il passare del tempo la criminalità prenderebbe il sopravvento e il controllo dell’area, ed è proprio quello che è successo con l’Isis.