C’era una volta a… Hollywood: spiegazione

Ci sono quattro livelli di comprensione di un film di Quentin Tarantino. Il quarto, il più alto, è riservato al solo regista. Come ben noto, Tarantino ha un cultura assolutamente trasversale di tutto ciò che è cinema, al di là di Hollywood e spaziando fra i bagagli culturali di varie nazioni. Dentro ogni suo film inserisce una tale mole di citazioni a opere del passato che nel caso di un film come C’era una volta a… Hollywood, dedicato espressamente al cinema, aumentano così a dismisura che alcune sono assolutamente inafferrabili, a meno che non siate, appunto, Tarantino. Lo stesso regista ha ammesso che ha fatto questo film principalmente per sé stesso, perché amerà rivederlo, anche privatamente, e auto-deliziarsi.

Il secondo livello  è dedicato al grande appassionato di Tarantino ed esperto della storia del cinema a 360 gradi. Dopo la prima visione di C’era una volta a… Hollywood coglierà gran parte delle citazioni dei film del passato e, alla fine della visione, potrà dirsi sufficientemente soddisfatto di ciò che ha compreso del film. Il terzo gradino è invece quello degli appassionati di Tarantino, che non hanno una cultura totale del mondo del cinema. Il quarto, il più basso, dello spettatore distratto che, a causa di questa profusione di citazioni di opere del passato, rimarrà completamente spiazzato, e sopraffatto da un film del genere.

Noi analizziamo C’era una volta a… Hollywood dal terzo gradino, ovvero da grandi cultori di Tarantino non necessariamente in grado di cogliere tutte le citazioni. Andando al di là del senso finale del film, che riguarda il sovvertimento dei ruoli tra “buoni” e “cattivi” e l’alterazione della realtà così come scaturisce all’interno del processo di conversione tra realtà a finzione, proprio del cinema, e di Hollywood in particolare. È senz’altro un punto interessante, ma parlandone troppo finiremmo per rivelare praticamente tutto del finale. Qui ci preme più che altro capire come Tarantino sia arrivato a fare un film talmente poco convenzionale.

C’era una volta a… Hollywood, per tre quarti, semplicemente non ha senso. Lo spettatore assiste alle azioni di routine quotidiana degli attori della Hollywood anni ’60 protagonisti del film, molto spesso senza afferrare una vera e propria finalità, oltretutto assente anche nella parte conclusiva se non si considera l’aspetto metaforico delle ultime sequenze. Perché Tarantino ha inteso questo film così? Per due motivi principalmente.

Il primo. Tutti i film di Tarantino hanno una tematica principale. Le Iene: amicizia; Pulp Fiction: religione; Jackie Brown: amore; Kill Bill: la mamma; Grindhouse Death Proof: femminismo; Bastardi senza gloria: vendetta; Django Unchained: razzismo; The Hateful Eight: politica americana. E ovviamente la tematica di C’era una volta a… Hollywood è il cinema. Inteso nell’accezione più pura, ovvero quello della tecnica della narrazione cinematografica.

Tarantino ama cogliere il senso delle cose nella sua forma più pura: ha abituato così i suoi fan e non farebbe mai a meno di questa componente. E qual è la forma più pura della tecnica di narrazione e visualizzazione se non quella che, da parte dello spettatore, porta a seguire semplicemente delle gesta, delle “cose”? A interfacciarsi con l’attore che fa “cose”, nel senso più astratto possibile del termine? Ci mettiamo davanti alla TV, accediamo a Netflix, per immedesimarci in quello che fanno i personaggi della finzione, seguirli nelle loro azioni più semplici, passare il tempo insieme a loro. Magari seguire un motivetto che l’attore sta cantando nel film battendo a ritmo le dita sul tavolo o ridendo e piangendo quando lo fa lui sullo schermo. Guardare qualcuno che fa “cose” è l’aspetto più puro dell’intrattenimento cinematografico, e qui è sontuosamente reso con la scena della finta Sharon Tate interpretata da Margot Robbie che guarda sé stessa in un cinema di Beverly Hills. Ovviamente con i piedi bene in mostra mentre li tiene sul sedile davanti, segno inconfondibile dell’autorialità Tarantiniana. Il regista in quella scena è Sharon Tate che guarda C’era una volta a… Hollywood insieme allo spettatore a distanza di migliaia di chilometri, mentre Sharon Tate guarda Sharon Tate fare “cose”.

Secondo motivo. Tutta la filmografia di Tarantino, che alla fine si comporrà di 10 film (chissà quale sarà la tematica dell’ultimo, nel senso che nessuno potrà anticiparlo) costituisce un’evoluzione di film in film in termini proprio di tecnica di narrazione cinematografica. Dall’acerbo Tarantino de Le Iene al più solido regista di Pulp Fiction, dal tornare alla sperimentazione con Jackie Brown allo step successivo di Kill Bill, maturo e dichiaratamente epico, fino ad arrivare a Django Unchained, il traguardo massimo mai raggiungibile da Tarantino in termini di film completo. In Django Unchained Tarantino porta a compimento tutti gli esperimenti, cita e usa le varie modalità di visualizzazione dei precedenti film ed esalta alla massime conseguenze il climax narrativo mutuato da Sergio Leone. Tarantino non può migliorarsi oltre Django Unchained.

I suoi film successivi sono un “end-game”, un “post-qualcosa”, un concedersi delle velleità che solo i grandi autori possono permettersi quando non hanno più niente da chiedere alla critica, ai premi cinematografici e quando la loro fama non può crescere ulteriormente. The Hateful Eight e C’era una volta a… Hollywood rappresentano il “post-cinema” di Tarantino: non possono più essere giudicati come film, semplicemente perché non sono intendibili come normali film, a differenza di Django Unchained. Sono al tempo stesso il massimo della sperimentazione e la sublimazione di ciò che è cinema.

Quando ho saputo che Tarantino volesse fare C’era una volta a… Hollywood mi sono preoccupato, perché già sapevo che intendeva la sua filmografia come un continuo miglioramento della sua tecnica di narrazione cinematografica. Pensavo che The Hateful Eight fosse l’ultimo “end-game” e quindi pensavo che C’era una volta a… Hollywood fosse un ripetersi. Stupidamente, perché da grande appassionato di Tarantino ho finito per sottovalutare il mio regista preferito. C’era una volta a… Hollywood, infatti, è uno step ancora oltre, e riguarda la tecnica cinematografica.

Spero che non vi stiate perdendo. The Hateful Eight, dato che dal punto di vista del ritmo della narrazione (che è la cosa più importante nella valutazione di un film) non poteva superare Django Unchained, si libera di tutte le componenti che concorrono alla determinazione della qualità di un film, tranne che della sceneggiatura. Ne abbiamo parlato qui. C’era una volta a… Hollywood va ancora oltre, superando anche la sceneggiatura ed esaltando la prossemica degli attori davanti all’occhio attento del regista, la costellazione di citazioni che esiste in ogni scena e l’azione più pura nel senso di persone che fanno “cose”. È ancora più insensato di The Hateful Eight per certi versi, al punto da sembrare stucchevole per quanto sono superflui certi passaggi, perché esalta il nocciolo dell’intrattenimento visivo, vedere qualcun altro fare “cose”.

Ovviamente è un aspetto che in Tarantino esisteva già, e in Sergio Leone prima di lui. Date un occhio ancora una volta alla recensione di Django Unchained, ma qui ve lo riassumo. Nella prima parte di C’era una volta il West i sicari aspettano pazientemente in una stazione del treno, senza fare, apparentemente, niente. Si sentono delle mosche volare, mentre loro cercano di scacciarle o sonnecchiano o cercano refrigerio rispetto al fastidioso caldo. Una telescrivente va avanti producendo non poco rumore e un mulino arrugginito produce un fastidioso ripetitivo sibilo mentre il vento gira le sue pale. Questa scena è inserita in uno dei migliori climax nella storia del cinema, citato da Qt nella parte iniziale di Django Unchained. Insomma, non è una scena noiosa, per come Leone e Tarantino intendono il cinema, anzi è piena di tensione, al punto da poter stare in un climax così importante.

Prevalgono i suoni. Così come prevalevano quando Jules Winnfield masticava il Big Kahuna Burger in Pulp Fiction o quando Sergio Leone si intestardiva a riprendere gli occhi dei tre protagonisti ne Il Buono, il Brutto, il Cattivo, nella famosa scena del triello, esaltando i suoni della natura che li circondava. Ma mi viene alla mente anche il finale di Kill Bill in cui prima del climax conclusivo esaltato dalla spiegazione della differenza tra super-eroi e non eroi si assiste a una sequenza apparentemente superflua in cui Beatrix Kiddo va a trovare il pappone Esteban Vihaio, che ha un bordello ad Acuña, in Messico, da più di cinquant’anni, quasi come se il regista voglia guadagnare tempo.

Il cinema come semplificazione massima di gente che fa “cose” serve a rendere il tutto più intenso. Significa esaltare le azioni più semplici e più pure, esaltare l’inquadratura e la produzione del messaggio con il movimento della telecamera e con i suoni. Ma anche tenere alto il lavoro di interpretazione dello spettatore rispetto all’idea del regista infarcendo le scene di citazioni. È così che Tarantino evidenzia la sua cultura cinematografica, è così che rende la tecnica il deus ex machina dei suoi film ed è così che ha conquistato l’amore dei suoi fan. Perché li impegna nel lavoro di interpretazione e li gratifica quando riescono a capirlo.

Considero terminata questa parte, per tornare su C’era una volta a… Hollywood. Mi interessa sottolineare un paio di punti che reputo importanti. La distinzione tra finzione e realtà. Ovviamente non è un caso che Tarantino scelga la storia di una donna incinta, Sharon Tate, martoriata quando ha il pancione e che sia una storia così tanto popolare. Non gli interessa nulla di Charles Manson, per lui l’importante è che si parli di una storia che tutti gli appassionati di cinema conoscono bene. Anzi, quasi sicuramente aveva in mente tutto questo quando ha girato la scena di Kill Bill Volume 2 quando Beatrix Kiddo, incinta, viene presa a calci e pugni dalle ragazze della Squadra Assassina Vipere Mortali sull’altare. Insomma C’era una volta a… Hollywood omette la verità, la nasconde agli occhi dello spettatore perché il cinema deve far sognare raccontando solo la parte bella, dove i “buoni” vincono, ma quella verità tu l’hai già vista, in un altro film di Tarantino. Kill Bill è il reale, C’era una volta a… Hollywood la finzione.

E poi ci sono gli attori. Tarantino ha degli attori feticcio, tutti lo sanno, nei quali si immedesima, e che pretende per i suoi film perché sanno come rapportarsi con i ritmi della sua narrazione. Qui abbiamo un Leonardo DiCaprio insicuro e timoroso, un Brad Pitt duro e prepotente e una Sharon Tate/Margot Robbie completamente svuotata, priva di personalità per evidenziare la dipendenza alla celebrità che ti porta a non essere più reale.

Si può vedere una critica, neppure tanto velata, a Roman Polanski, e al cinema fatto solo per raccontare una storia, privo di uno spessore tecnico e della ricerca della preziosità in ogni singola scena. Manson si vede solo in una sequenza mentre indaga in casa Polanski come se stesse già progettando qualcosa e come se la sua comunità hippie di pedofili in qualche modo si fosse già interfacciata con il regista di Rosemary’s Baby. Chi conosce la storia personale di Polanski avrà capito a cosa faccio riferimento. Come prima, Tarantino non ha nulla contro Polanski o la Tate, ma gli servono dei pretesti popolari per costruire qualcosa di simbolico. Allo stesso tempo si insulta il cinema italiano, gli spaghetti western, Sergio Corbucci e Sergio Leone, ovvero tutto ciò che Tarantino ha da sempre idolatrato lungo la sua carriera di autore. Ma, attenzione, sono insulti pronunciati da svogliati, bifolchi e ignoranti cineasti di Hollywood, non certo il punto di vista del regista. Anzi tutto il film è costellato di trasformazioni tra cinema che è effettivamente esistito a cinema tarantiniano, e la maggior parte delle traformazioni prendono come spunto di partenza proprio il cinema italiano.

Con i suoi tre attori punti di riferimento Tarantino interloquisce ed evidenzia quanto siano importanti nella prossemica, nella sottolineatura delle allitterazioni nei dialoghi e nell’interazione con la telecamera. Sono loro che fanno le “cose” che qui così tanto ci interessano, sono loro con cui lo spettatore si identifica e sono loro che prende a modello per i suoi sogni. Sono loro l’essenza del cinema.