Caso The Interview: come la Corea del Nord ha attaccato (telematicamente) l’Occidente

Nelle ultime ore negli Usa, e non solo, ha tenuto banco il caso The Interview. Si tratta di una commedia che sarebbe dovuta sbarcare nelle sale cinematografiche statunitensi il prossimo 25 dicembre, ma che è stata all’ultimo momento cancellata da Sony Pictures. Un caso più unico che raro, che nasconde quella che possiamo definire come una vera e propria Guerra Fredda in chiave terzo millennio. Una guerra che stavolta viene combattuta a suon di bit.

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Cosa c’è dietro? Non è facile a dirsi, ma ciò che è certo è che Sony Pictures qualche settimana fa ha subito un attacco informatico che ha mandato in tilt il suo network. Gli hacker, che si fanno conoscere con l’arrembante appellativo di Guardiani della Pace, hanno sottratto piani aziendali, asset più o meno preziosi, comunicazioni interne e chissà cos’altro. L’esito più evidente della cosa? Alcuni film non ancora usciti al cinema sono stati caricati sul web, e quindi sono diventati comodamente visionabili anche da casa, mentre alcune comunicazioni private tra dirigenti di Sony sono diventate di dominio pubblico e piani del colosso nipponico sono adesso alla mercé di tutti.

Si sa, ad esempio, che al prossimo CES di gennaio Sony presenterà una nuova soluzione di realtà aumentata in stile Google Glass e il film Fury con Brad Pitt, se si cerca bene, è facilmente scaricabile sul proprio hard disk. Si stimano danni per circa 100 milioni di dollari per Sony tra costi per il riadeguamento del sistema informatico e per le indagini necessarie per capire chi sono i reali responsabili del furto. Ma naturalmente non finisce qui, perché il grosso della faccenda riguarda tutto quello che è in mano degli hacker e che ancora nessuno conosce.

Qualche ora fa, infatti, Sony Pictures ha annunciato che il film The Interview non uscirà quando previsto. Apparentemente questo dipende da una serie di minacce che ha ricevuto dai Guardiani della Pace, i quali hanno parlato di ricorso ad attentati terroristici nei confronti di tutti gli spettatori che sarebbero andati a vedere il film. “Un nuovo 11 settembre”, insomma, ci sarebbe stato a detta del gruppo di hacker/terroristi se Sony avesse portato avanti i suoi piani con The Interview.

Ma sono credibili queste minacce? Questo gruppo ha veramente la capacità di sferrare un attacco di questo tipo o si tratta di semplici programmatori più o meno nerd, capaci a malapena di stare dietro alla tastiera di un computer? Per capirlo, dobbiamo innanzitutto vedere cos’è The Interview. Si tratta di una parodia che tira in mezzo il leader nordcoreano Kim Jong-un. Due giornalisti interpretati da Seth Rogen e da James Franco organizzano un’intervista all’istrionico rappresentante della Corea del Nord, intervista che però cela un tentativo di omicidio.

Il piano andrà a buon fine per gli americani e una roboante scena conclusiva, con la testa del leader comunista che esplode in mile pezzi, sugellerà il trionfo a stelle e strisce. Una scena che sarebbe talmente ben riuscita da aver mandato in visibilio addirittura il Dipartimento di Stato Usa, che avrebbe fortemente caldeggiato la produzione e si sarebbe detta entusiasta della pubblicazione della pellicola.

Insomma, dietro un apparentemente semplice film si muovono enormi macchine da guerra che, come dicevamo, non combattono più a suon di cannoni, ma a suon di bit. Sembra che il coinvolgimento della Corea del Nord sia sempre più certo e che il governo Usa sia pronto a fare una comunicazione pubblica con cui punta apertamente il dito contro Kim Jong-un.

La Corea del Nord, quindi, non essendo in grado di attaccare fisicamente, si sarebbe appoggiata su un gruppo di hacker, possibilmente essi stessi americani o comunque occidentali, per sferrare un attacco comunque molto doloroso. Doloroso al punto da aver indignato l’opinione pubblica americana, che ha percepito la rinuncia a The Interview come un atto di resa nei confronti delle richieste dei terroristi.

Una guerra che si combatte, quindi, lungo il cavo del telefono. E che ha coinvolto anche il CEO di Snapchat, Evan Spiegel, uno degli uomini più aggressivi della Silicon Valley. I Guardiani della Pace, infatti, sono entrati in possesso di uno scambio di mail tra lo stesso Spiegel e Michael Lynton, CEO di Sony Pictures. Si è appreso che Spiegel voleva intavolare una trattativa che avrebbe portato Tencent, una delle principali compagnie IT cinesi, a stanziare un round di finanziamento per Snapchat che avrebbe consentito allo stesso Spiegel di tenere per sé e per il suo socio Bobby Murphy circa 40 milioni di dollari.

Snapchat è alla base di un’app che consente di scambiare messaggi e di perdere le tracce di questi ultimi subito dopo la visione del destinatario. In un’epoca in cui tutte le nostre conversazioni (come conferma anche il caso di Sony Pictures) rimangono definitivamente impresse chissà in quale server, questa opzione ha attirato le attenzioni del pubblico più smaliziato. Principalmente di chi vuole condividere contenuti, fotografie e video in qualche modo trasgressivi, o forse anche peccaminosi, senza lasciare tracce.

L’idea di Snapchat è piaciuta alla rete, tanto che un certo Mark Zuckerberg, e anche questo si è appreso “grazie” ai Guardiani della Pace, avrebbe offerto 3 miliardi di dollari a Spiegel per l’acquisizione di Snapchat. Ma questa operazione, così come quella di Tencent, è già naufragata.

Insomma, l’attacco nordcoreano arriva in un momento estremamente delicato per il complesso gioco delle alleanze internazionali e rientra dentro una guerra telematica di proporzioni enormi, forse ancora più grande, e potenzialmente devastante, rispetto alla Guerra Fredda vera e propria. Con una NATO che diventa sempre più forte e sempre più grande, oltre che sempre più dichiaratamente nemica della Russia di Putin, quest’ultimo sembra voler rinsaldare i rapporti con altri leader che possono in qualche modo sostenerlo.

Tutto parte sempre dalla stessa persona, ovvero quell’Edward Snowden che, così come i Guardiani della Pace, è in possesso di informazioni che possono far tremare tutto l’establishment a stelle e strisce. In quel caso Putin è stato molto abile a portare Snowden dalla propria parte, e adesso è al sicuro nei meandri di Mosca. Come è possibile credere che il nerd ex-programmatore della CIA agisca a fin di bene quando è protetto proprio da un uomo senza scrupoli come Putin? Perché dovrebbe considerare in qualche modo i russi “più buoni” degli americani?

A mio modo di vedere le cose, semplicemente, Snowden adesso lavora per i russi, ed è una pedina fondamentale di questi nuovi rapporti di forza militari/telematici. È una spina al fianco per gli americani, che non consente a questi ultimi di muoversi liberamente contro Putin. Ecco perché lasciare tanto spazio alla Russia per le sue “operazioni”, più o meno legittime a seconda dei punti di vista, in Ucraina e in Crimea.

Ma il crollo del rublo che si sta verificando in Russia negli ultimi giorni e che ha portato le persone a liberarsi il più velocemente della moneta in vista di un tracollo che sarà sempre più netto nei prossimi mesi, sembra proprio una controffensiva da parte del mondo occidentale. Isolare la Russia e soprattutto far sì che il prezzo del petrolio salga, infatti, possono essere state due cause di tutto quello che sta succedendo al rublo. E tutta questa coincidenza di tempistiche potrebbe non essere casuale: da una parte l’occidente reagisce all’attacco in Ucraina innescando il crollo del rublo, e dall’altra il mondo orientale di Putin e coreani si scaglia contro Sony Pictures.

E non sono le uniche novità in fatto di alleanze degli ultimi giorni perché, come noto, Obama e Raul Castro hanno raggiunto uno storico accordo circa il rillaccio dei rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Cuba, inutilmente congelati da troppo tempo, in vista della rimozione dell’embargo sull’isola caraibica. Obama, insomma, sembra voler isolare il più possibile Putin, che sembra una bestia in gabbia e che potrebbe perdere definitivamente anche l’appoggio della Cina, sempre più affaccendata a consolidare le basi economiche raggiunte negli ultimi anni e un sistema politico/economico che strizza sempre più l’occhio al capitalismo occidentale invece che a un comunismo innovativo a cui ormai nessuno crede più.

Insomma da un semplice film di strada ne abbiamo fatta, e sembra proprio che le cose siano più complesse di come sembrano. Usa e Russia, come sempre del resto, continuano a muovere pedine su una scacchiera grande come il mondo intero. Ma se prima le caselle della scacchiera erano unite fisicamente adesso hanno collegamenti invisibili che possiamo immaginare come cavi del telefono percorsi da bit. E allora il vero film di spionaggio non è tanto The Interview, quanto la realtà…