Boyhood, ecco il film che forse vincerà agli Oscar

Si tratta del film vincitore del Golden Globe come miglior film drammatico dell’anno e candidato a sei Premi Oscar: film, regia, attore non protagonista, attrice non protagonista, sceneggiatura originale e montaggio. Boyhood non è il film con il maggior numero di candidature, ma la vittoria ai Golden Globe lo rende comunque il favorito numero uno nella corsa alla statuetta più ambita.

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È un film atipico perché il regista, Richard Linklater, lo ha girato in 12 anni, catturando così la crescita fisica, e soprattutto psicologica, dei bambini protagonisti della storia. Ogni anno ha radunato il cast del film, tra cui figurano gli ottimi Ethan Hawke e Patricia Arquette, entrambi candidati all’Oscar, girando le scene relative a quella fase della crescita di questa strana famiglia del Texas.

Boyhood è un film principalmente interessante per il modo in cui è stato costruito, ma non solo. Offre diversi piani interpretativi ed è uno spaccato anche sulle abitudini sessuali, sullo stile di vita del Texas, sulle ideologie politiche, su diversi aspetti della società americana, il tutto visto dalla prospettiva di Mason Jr. Un bambino che si vede travolto non solo da una società molto competitiva, scombussolata da quello che può sembrare un eccesso di libertà, ma anche da una famiglia instabile.

I suoi genitori si lasciano quando è piccolo, perché il padre si dedica con troppa facilità al fumo, mentre la madre cerca disperatamente di formare per i figli una famiglia solida. Ma le scelte della donna saranno controproducenti per Mason Jr. e per sua sorella, perché i vari compagni della madre non legheranno mai con il ragazzo, anzi finiranno per scaricare su di lui le tensioni provenienti dall’esterno, da una società che fa fatica a stare in piedi. Mason avrà solo un punto di riferimento, uno splendido padre interpretato da uno splendido Ethan Hawke.

Il fatto di costruire il film su 12 anni non è solo una trovata commerciale. Linklater è un regista che ama sperimentare, e che aveva già fatto un tentativo in tal senso con Slacker, un esperimento narrativo sulle 24 ore della vita di 100 personaggi. Ma la sua creatività non è limitata a questi film la cui gestazione è diluita nel tempo: per esempio Un Oscuro Scrutare, basato su un romanzo di Philip K. Dick, offriva una profondità visiva che ti rimane impressa per sempre.

Lo spettatore non solo assiste alla realistica crescita fisica dei bambini e degli altri attori, ma soprattutto può toccare con mano la crescita psicologica dei vari protagonisti. Mason Jr. è un bambino esuberante e vivace in tenera età, ma cambia crescendo. Per certi versi attraversa quegli ostacoli che tutti gli adolescenti sono chiamati ad affrontare: i primi problemi sessuali, l’impatto con la società, gli scontri tra i grandi che hanno ripercussioni sulla sua vita, il college, il fatto di sentirsi diverso dagli altri. Ma per altri versi, la vita di Mason Jr. è unica, e l’instabilità relazionale della madre lo segnerà profondamente.

Non se ne accorge subito, e anzi il suo cambiamento è repentino e irrevocabile. È come se un singolo episodio lo cambiasse per sempre, e quel bambino esuberante si trasforma presto in un adolescente taciturno e riflessivo. La società lo considera un diverso, ma è una diversità che piace allo stesso Mason Jr., e che custodisce gelosamente e che culla. E che gli darà alti e bassi anche nel rapporto con l’altro sesso.

Cambiamenti psicologici che tocchi con mano con un livello di realismo e di coinvolgimento che non ci sarebbe se fossero stati ingaggiati attori diversi per riprodurre le varie fasi della crescita di Mason. Ellar Coltrane, invece, cresce insieme al suo regista e insieme agli spettatori, e riesce a riprodurre sontuosamente la maturazione psicologica di un bambino che da certi punti di vista è un bambino come tanti altri, con le sue incertezze e le sue paure, e da altri ricalca le paure e le tensioni del posto in cui vive, un Texas che deve pagare alcune sue scelte e che si trova, suo malgrado, coinvolto in un conflitto atroce in Iraq.

Il Texas di Boyhood ha mille sfaccettature. È incredibilmente il Texas dei sostenitori di Obama, come Mason Sr., ma è anche il Texas dove ai bambini delle scuole primarie inculcano l’usanza di cantare l’inno, prima americano e poi del Texas, appena arrivano a scuola, dove per regalo per il tuo quindicesimo compleanno ti regalano un lunghissimo fucile, e dove la religione ha un ruolo cruciale nella tua educazione, una tappa che non puoi sorvolare. È un Texas che si pente dell’intervento in Iraq, perché dopo averlo approcciato bene ammette di averne perso il controllo, e dato un alibi agli stessi iracheni: “gli americani sono andati lì solo per il petrolio”, ora pensano.

Ma è anche un Texas fatto di libertà. La libertà nei rapporti sessuali che da una parte produce un certo sconvolgimento nella società e che sembra alla base dell’introspezione del ragazzo. Ma allo stesso tempo quel non esserci “un attimo fuggente”, perché l’ “attimo fuggente” è sempre “ora” è alla base della felicità, del voler esaltare al massimo la propria esistenza.

Boyhood vuol dire “adolescenza, giovinezza”, e il film infatti rimarca anche lo splendore di questo periodo, in rapporto alla decadenza del resto della vita. È un soffio rispetto al resto della tua esistenza, e ti rendi conto che quel soffio si sta esaurendo solo quando sul tuo viso compaiono le prime rughe. Allora capisci che non l’hai sfruttato al meglio, che hai lasciato dietro di te qualcosa di intentato. Semplicemente non c’è più, e forse puoi riviverlo solo attraverso un film ben fatto.

Mi rimarrà per sempre impressa la scena in cui il padre Mason Sr. spiega ai figli come affrontare i primi rapporti sessuali. Consiglia alla figlia Samantha, che è poco più che quindicenne in quella parte di film, che è cruciale usare il preservativo. O, perlomeno, deve farlo il suo parner.

“Non ripetere il mio errore. Quando ero ancora troppo giovane ho avuto voi due”, dice, scherzando. Ma non cerca di soffocare la crescita sessuale dei suoi ancora giovani figli. Anzi, la alimenta. Una libertà sessuale, infatti, a cui probabilmente noi italiani non siamo abituati. Che produce senz’altro un disorientamento per la società, ma che allo stesso tempo esalta quello che da questa parte dell’oceano manca, la libertà.