Austerità come risposta al socialismo

Viste le ultime difficoltà finanziarie in Europa e la risalita di partiti radicali come quello di Tsipras, mi chiedo perché non si tenti di raggiungere un accordo di questo tipo: noi vi condoniamo il debito, o perlomeno cerchiamo di offrirvi delle soluzioni che vi consentano di ripagarlo senza grandi disastri, e voi rinunciate definitivamente alla struttura statale socialista.

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Questa forchetta fra stati brillanti e stati arretrati si crea perché, in caso di difficoltà, nei secondi si adottano dei sistemi che possano consentire alla maggior parte delle persone di “sopravvivere”. Ecco che si inizia a distribuire denaro senza che dall’altra parte ci siano effettivi meriti, si fanno investimenti che non hanno ritorni e si assume senza preoccuparsi della produttività. Si cerca insomma di risolvere una situazione di instabilità instillando nel sistema ulteriore instabilità. E la forchetta si allarga.

Ora, se dobbiamo avere un’Unione Europea secondo me non dobbiamo più avere confini in termini di struttura statale ed economica, quindi anche in termina di resa dei titoli di debito. Tutti gli stati dell’Ue dovrebbero avere lo stesso quadro normativo e si dovrebbe cercare di impedire il più possibile l’allargamento dello spread tra le condizioni di benessere.

Voi direte che quelle misure di assistenza sociale sono inevitabili. Se c’è troppa povertà è immorale non assistere chi è più in difficoltà, anche perché molti non hanno lavoro perché le condizioni economiche non lo permettono. Ma tutto questo da che cosa è originato? La forchetta si crea perché c’è un’effettiva divergenza tra le condizioni di partenza, con gli stati più poveri che sono destinati a rimanere più poveri per carenza di risorse o per eccessiva distanza rispetto ai punti nevralgici del commercio e quindi per i costi dei trasporti, o perché in queste nazioni la gente ha una normale predisposizione al lassismo e culturalmente non è disposta a impegnarsi e a lavorare con assiduità?

È difficile dare una risposta, perché sicuramente incidono entrambi i fattori. Nel secondo caso, emerge ancora una volta come le difficoltà nel creare una Ue veramente unità dipendano principalmente dalle divergenze culturali. Le nazioni virtuose, quindi, hanno interesse a chiedere l’austerità, perché procedendo con un bieco socialismo appunto si allargherebbe la forchetta, creando delle diseconomie importanti, rinunciando alla meritocrazia e svilendo la produttività.

E allora la strada non è quella di ammorbidire il più possibile queste divergenze? Proporre una trattativa come quella che ho indicato all’inizio dell’articolo, rinunciando a un interesse nel breve termine per avere vantaggi nel lungo, anche dal punto di vista della condivisione dei traguardi, non potrebbe essere la strada giusta? Perlomeno, rimetterebbe tutti nelle stesse condizioni di partenza.

La sensazione è che accordi come questo alla fine non vengano presi perché le varie nazioni europee nascono come disunite e la formazione di una vera coesistenza va incontro a ostacoli culturali e, spesso, irrazionali. Ma tutta questa disunione, tutta questa irrazionalità, produce degli scompensi enormi e finisce per essere un elemento di detrimento per tutti.