The Hateful Eight: il tema della temperatura in Quentin Tarantino



A ogni visione di un film di Quentin Tarantino emergono dettagli artistici che ti rendi conto di aver sottovalutato nelle visioni precedenti. Come noto, e come abbiamo analizzato qui, il regista americano impreziosisce ogni scena di citazioni, giochi sonori, effetti musicali, rimandi ad altri film o a scene di un attore, in modo da aumentare i punti a cui lo spettatore deve prestare attenzione, e rendere la sua visione più particolareggiata e conseguentemente coinvolgente. Diciamo più semplicemente che, a differenza di ciò che fa la stragrande maggioranza dei registi, alcuni dei quali anche molto blasonati, Tarantino studia ogni scena: i suoi film sono sempre il risultato di lunghe e approfondite ricerche.

The Hateful Eight

Storicamente in Tarantino ci sono almeno tre tipi di rimandi “secondari”, come quelli di cui stiamo parlando. Innanzitutto sul piano degli effetti sonori: in molte scene, infatti, i suoni e i rumori sono più o meno affievoliti a seconda della distanza tra lo spettatore e la fonte del suono, oppure degli oggetti che vi si trovano tra i due. In una famosa scena de Le Iene, ad esempio, i protagonisti sono immersi nel rumore interno al magazzino, ma quando si spostano finalmente all’aperto ecco che vince il traffico e tutti i suoni di questo secondo ambiente. C’è molta enfasi su questo passaggio, perché immergere lo spettatore in una atmosfera sonora aumenta il suo coinvolgimento.

Il secondo piano può essere accostato al cibo. Il rumore delle mascelle che schiacciano gli alimenti, come il famoso Big Kahuna Burger addentato da Jules in Pulp Fiction, è trattato con grande precisione. Così come tutto quello che succede, sempre sul piano uditivo, a livello di collisioni all’interno delle bocche dei protagonisti. Anche in questo caso Tarantino vuole darci una percezione in più, ovvero quasi spingerci ad assaporare gli alimenti come fanno i suoi protagonisti. Anche questo aspetto è portato a un nuovo livello in The Hateful Eight, nello specifico nella parte in cui i protagonisti si siedono attorno a un tavolo per assaporare lo stufato: qui è proprio il festival delle mascelle che addentano perché tanti personaggi tutti insieme finiscono per generare questo tipo di rumore.


Il terzo piano attentivo può essere identificato nella musicalità delle parlate. Anche in questo The Hateful Eight supera i precedenti film di Tarantino, come evidenzia la stessa scelta degli attori. Il regista americano torna sempre sugli stessi soprattutto per questo motivo: si aspetta che riproducano specifiche musicalità con la loro parlata, e Samuel L. Jackson è l’esempio più chiaro di questo concetto. Jackson letteralmente canta in certi punti di The Hateful Eight perché deve rispettare precise imposizioni dal suo regista a livello di ritmi e melodie, ora per citare un certo punto di Pulp Fiction ora per dare enfasi a un concetto ora per mettere in primo piano lo strampalato nome di una compagnia mineraria o di un personaggio di guerra. Nomi che vengono ideati in un certo modo a sua volta per corroborare tale musicalità. Stesso discorso può essere fatto per Tim Roth, un attore non eccezionale ma che piace a Tarantino per la velocità della sua parlata, o Michael Madsen, che invece è bravissimo ad alternare lunghi silenzi a frasi brevi e molto incisive.

Ma l’elemento nuovo di The Hateful Eight a cui non avevo prestato l’attenzione che si merita alla prima visione è la temperatura. Per la prima volta in Tarantino c’è un’attenzione così marcata a questo aspetto: semplicemente dentro l’emporio si sta abbastanza bene, fuori c’è un freddo inaudito (che è poi il motivo che costringe gli otto a stare rannicchiati nello stesso ambiente per tutto quel tempo, nonostante si odino così tanto). Tarantino puntualizza tantissime volte la differenza di temperatura: dedica enorme spazio al modo in cui è tenuta serrata la porta, perché un semplice spiffero potrebbe rovinare l’esperienza di chi sta dentro. Sottolinea la voglia di caffè dei protagonisti, proprio per riscaldarsi. E quando O.B. è chiamato a riporre tutte le armi confiscate da John Ruth nella latrina, torna dentro e si fionda immediatamente davanti al camino, non senza avvolgersi prima in una spessissima pelle d’orso.

Insomma, ciò che separa gli otto dalla libertà è proprio questo incessante freddo, quasi una maledizione caduta dall’alto per fare in modo che si confrontino e diano finalmente il via al vero sogno americano, che ha bisogno di una giustizia istituzionale che in natura non si può trovare, che non è automatica insomma. Un’altra, l’ennesima, sensazione corporea che si aggiunge a tutte le altre percezioni che letteralmente Tarantino mette in scena.

Certo, possono essere considerati come dettagli, ma sono quei dettagli che rendono il cinema di Tarantino così ampiamente superiore agli altri. Al di là di questo, però, i meriti principali con The Hateful Eight sono altri e riguardano l’intelligenza dei dialoghi e lo straordinario ritmo filmico, con l’ascesa finale e la resa dei conti con la violenza che Tarantino sembra non poter più controllare tanto naturalmente viene fuori dalla sua penna e dalla sua camera da presa. Ma, ancor di più, è la profondità delle storie che raccontano i sentimenti più intimi di questi personaggi che sembrano uscire da un film di Sergio Leone. Storie che sono solamente raccontate a voce, tranne che per un caso, che rendono The Hateful Eight così tanto intenso, nonostante sia quasi esclusivamente basato su dialoghi. Ne abbiamo parlato approfonditamente nella recensione.