Star Wars Gli Ultimi Jedi recensione (spoiler free)



Non mi interessa che alcuni siano rimasti infastiditi perché troppo buonista. Anzi, farebbero bene a chiedersi perché fanno il “tifo” per il male nei film hollywoodiani, quando il male non vincerà mai. Non mi interessa che alcuni siano rimasti infastiditi per il messaggio squisitamente pacifista. Non mi interessa che alcuni siano rimasti infastiditi per la componente convintamente mentale, psicologica.

Mi godo piuttosto l’incrocio tra impostazione starwarsiana classica e filosofia disneyana di cui è inevitabilmente figlio Gli Ultimi Jedi. Un inno alla non belligeranza dove Lato Oscuro e Lato Chiaro vengono quasi completamente riscritti, trattato al modo di fare cinema della Disney, con tanto fantasy e tanto Marvel, quindi inevitabilmente un’operazione commerciale.

Star Wars: Gli Ultimi Jedi

Ma se l’Episodio VIII era diretto da un “mestierante”, J. J. Abrams, Gli Ultimi Jedi è diretto da un artista, Rian Johnson. È un film solido, con ritmi ragionati (per quanto complesso), con un climax che ha un senso e con una struttura di doppi giochi che tiene lo spettatore sempre incollato allo schermo, nonostante i 152 minuti di durata che lo rendono lo Star Wars più lungo di sempre.


Johnson è assolutamente coraggioso, non solo a riscrivere un contrasto tra Lato Oscuro e Lato Chiaro che di fisico non ha più praticamente nulla, e che diventa tutto mentale, giocato addirittura tra posti differenti, tra distanze siderali. Ma soprattutto per aver imbastito un incastro di doppi giochi, di tranelli mentali e non solo, di cui non perde mai il controllo. Anzi, riesce a dare allo spettatore, per quanto distratto sia, sempre una consapevolezza assoluta del punto in cui si trova, senza che debba mai scervellarsi per capire come va avanti la “fiction“.

Perché di fiction si tratta, come una volta giustamente la definì il creatore di tutto, George Lucas. E i fan di Star Wars di vecchia data non possono rimanere delusi, perché la fitta rete di rimandi e citazioni, il ritorno di personaggi e situazioni che hanno segnato l’infanzia, così come le musiche, e mille altri elementi, è potente, come è stato potente nel migliore degli Star Wars.

Star Wars: Gli Ultimi Jedi

Se J. J. Abrams era scaduto nell’eccesso di citazionismo nell’Episodio VII al punto che da più parti è riecheggiata la pericolosissima parola “remake“, Johnson riesce a sciogliere con una penna brillante e agilissima le derive citazionistiche/da remake nella trama di doppi giochi. E allora adesso il tranello serve per confondere lo spettatore e simulare la seduzione del Lato Oscuro, ora per coinvolgerlo nei giochi di potere della galassia lontana lontana, ora per fargli respirare il passato inducendolo a pensare che si trova all’interno dell’ennesimo remake.

Sei quindi trasportato da una parte all’altra, in balia di un regista si preoccupa innanzitutto di gestire uno scheletro che abbia una consistenza e una dignità da scheletro di grande film. Ovvero ti trovi in un film ben diretto, di cui qualcuno tiene le redini con totale maestria, nonostante la moltitudine di storie e nonostante l’onere di chiarire i tantissimi punti in sospeso che il regista precedente aveva lasciato. Hai il dubbio che nuovamente si scada nel remake ma poi ti rendi conto che anche tu sei stato vittima di un doppio gioco, ma “a fin di bene”, per riportarti alla mente cosa Star Wars era in passato.

Johnson è abile orchestratore, mentre il film precedente, Il Risveglio della Forza, viene ridimensionato da questo Episodio VIII a mera introduzione, quasi a trailer. Se iniziava nel modo giusto aveva una seconda parte incredibilmente veloce e approssimativa in alcuni punti catartici della tradizione Star Wars come il rapporto tra Leia e Han. Non potevi capire (se non grazie a interviste post-film dello stesso regista) perché R2D2 si risvegliava improvvisamente dal torpore e non potevi capire perché il terreno si squarciasse nel punto giusto e nel momento giusto per salvare Kylo Ren dalla furia di Rey.

Star Wars: Gli Ultimi Jedi

Qui non succede niente di tutto questo: il film ha i ritmi giusti per farti assaporare tutto, per immergerti in una storia sì di “fiction”, come detto prima, ma anche e soprattutto di avventura. Oltre che di politica, e di inter-connessione, come vuole la nuova dimensione della Forza di Johnson. Se la seconda parte de Il Risveglio della Forza era talmente rapida e convulsa da non permetterti di gustare il vero senso delle cose, qui hai il tuo tempo per assimilare cosa il regista ti sta comunicando e in quale rete di rimandi ti sta immergendo, il tutto nonostante un incastrarsi di storie comunque complesso e la necessità di dover raccontare molto in poco tempo. In un contesto, oltretutto, dove l’apporto della Disney è congeniale anche dal punto visivo, giocando un ruolo fondamentale nella profondità artistica/fantasy.

È proprio questo che dà valore al film: ovvero lo scheletro e il ritmo che il regista ha congegnato nel tentativo di portare la mente dello spettatore a padroneggiare il messaggio che è stato partorito per il film. Dall’autore ovviamente, perché nessun altro può trattare quel messaggio, né è giusto che cerchi di persuadere l’autore stesso che un messaggio può o deve per qualche arcano motivo essere migliore di un altro. Non è la vittoria del Lato Oscuro o del Lato Chiaro a decretare se un film merita o meno, ma come tecnicamente si è arrivati alla formulazione di tale messaggio.

Visivamente Gli Ultimi Jedi è un capolavoro, all’altezza di altre produzioni fantasy di recente produzione. Innanzitutto, grazie ai creativi della Disney come abbiamo appena detto, ma poi perché è giocato da un burattinaio che sa come amalgamare ritmo narrativo, musica e forza visiva. E questo rende il nuovo Star Wars evocativo, suggestivo e prezioso sul piano visivo e artistico prima di ogni altra cosa.

Star Wars: Gli Ultimi Jedi

Ti sforzi di trovare dei difetti, ma ti rendi conto che è difficile perché è semplicemente un incastro di illusioni molto ben costruito, dove se ci sono difetti è il regista che li ha creati volutamente per indurti a ragionare in un certo modo, per poi contraddirti. E si ritorna all’impalcatura da remake: in fin dei conti anche L’Impero Colpisce Ancora, ovvero il film che qui si dovrebbe mimare, ha il doppio gioco all’anima, impersonato dall’indimenticato personaggio di Lando Calrissian. E allora il remake c’è ma è a un livello di metastoria che non dà fastidio, e che può starci. In certi momenti temi che Johnson abbia esagerato con le citazioni rispetto al passato, come Abrams prima di lui. Ma è talmente innovatore su altri versanti che alla fine è difficile concludere che non abbia trovato l’amalgama giusto, il compromesso che serve a questa trilogia tra ritorno ai fasti del passato e capacità di andare oltre. Certo, alcuni fan potrebbero rimanere scontentati dalla necessità tutta commerciale del “dover andare oltre” perché inevitabilmente comporta dei sacrifici (come già si è visto in qualche famoso videogioco). Ma, torniamo al punto di partenza, è più un fatto personale che un giudizio tecnico sulla narrazione di Johnson. Alla fine non era molto diverso in Rogue One.

Disney ha ideato questa trilogia come remake nell’anima rispetto alla trilogia originale, né Abrams né Johnson possono opporsi più di tanto. Solo che il regista di Looper è riuscito a rigirare la frittata, ha usato la parte citazionistica al servizio di una narrazione solida e si è salvato con un finale memorabile, mai visto in Star Wars e che mai ritornerà. Mi sa proprio che siamo qui all’apice di Star Wars, e che nell’Episodio IX sarà molto difficile evitare di ricadere nel remake.

Invece Johnson è coraggioso, anche se il suo nuovo modo di vedere la Forza e il contrasto tra Lato Oscuro e Lato Chiaro potrebbe, ancora, infastidire qualcuno. Invito, però, a riflettere sul fatto che Obi Wan si sacrificava praticamente all’inizio dell’epopea Star Wars allo scopo di sfruttare la Forza come fenomeno di connessione cosmica piuttosto che come fenomeno fisico, tangibile, diretto e per questo finito. I Fantasmi della Forza e la capacità di comunicare telepaticamente sono lo scheletro del fascino di Star Wars perché sono tra i primi elementi a mostrarsi proprio nella trilogia più tradizionale.

Velocemente vediamo più nel dettaglio quella che è la nuova storia: ovvero, ancora è la famiglia Skywalker all’apice di Star Wars, anche se all’epilogo della sua funzione. Un film per ciascuno dei tre protagonisti storici di Star Wars, dove la morte di Carrie Fisher andrà a costituire più di un grattacapo per lo scrittore dell’Episodio IX, ancora J. J. Abrams.

Star Wars: Gli Ultimi Jedi

Una Leia che qui è molto più convincente che nell’Episodio VII, perché scritta molto meglio da Johnson, che ha voluto dare a questo splendido personaggio il carisma e la centralità che merita, e che i fan hanno sempre aspettato. Un Episodio VIII che miracolosamente vede recitare bene anche Mark Hamill, che nei panni di Luke Skywalker è agile come lo era una volta.

Anche se poi il fardello del nuovo ordine grava sulla Ridley e su Driver, che insieme all’Oscar Isaac che interpreta Poe Dameron costituiscono il meglio della prova recitativa della nuova trilogia. Prova recitativa che rimane al centro della questione sulla qualità del prodotto filmico, ovviamente: proprio a questo aspetto si devono imputare alcuni passaggi poco riusciti del passato, come l’incapacità di trasmettere bene le ragioni del passaggio al Lato Oscuro di Anakin Skywalker da parte di Hayden Christensen o la stessa importanza del personaggio quando militava ancora fra le fila dei Jedi.

Adesso Star Wars ha personaggi moderni, e per questo tormentati, dove non esiste il male solo per il piacere di essere il male, dove ciascuno, buoni o cattivi, ha un suo ruolo nel mondo, e dove ciascuno lotta perché cerca di ritagliarsi un posto, al di là della fazione.

Star Wars: Gli Ultimi Jedi

Ovviamente non è possibile fare paragoni con il passato o con L’Impero Colpisce Ancora, che rimarrà sempre un capostipite del’ibrido fantascienza/fantasy con lore immenso che Star Wars vuole essere. Però, a differenza de Il Risveglio della Forza, Gli Ultimi Jedi è agevolmente rivedibile, una favola che ami riascoltare e riascoltare come Star Wars deve essere.

E se avete qualche dubbio su Star Wars come immaginario profondo andate a recuperare Star Wars Clone Wars e Star Wars Rebels su Netflix e su Disney XD. Due serie animate che fanno parte del Canone di Star Wars e che vi chiariranno tantissimi dubbi su una serie di aspetti, personaggi, pianeti e tradizioni di popoli e di schieramenti, anche perché rivedono certi passaggi, ancora una volta approssimativi, della trilogia prequel. Ancor di più della nuova trilogia di Star Wars, Clone Wars e Rebels fanno percepire l’importanza degli Eroi (che nel nuovo concetto di Forza di Johnson è peraltro molto affievolita rispetto ai personaggi “non-Force Sensitive”) al di là dello schieramento. Nello specifico la prima puntata della seconda stagione di Rebels vi farà capire come è determinante Anakin Skywalker/Darth Fener al di là dell’appartenenza al Lato Chiaro o al Lato Oscuro della Forza.

Gli Ultimi Jedi ha però tutt’altra tensione e carica emotiva. È un bel film perché, dato il senso voluto dal regista per il film, che riguarda il messaggio pacifista, tutte le sue parti concorrono bene a determinare tale messaggio. Il tutto produce una progressione interessante e il climax finale si amalgama opportunamente con il resto dello scheletro narrativo. Poi ci sono delle scelte specifiche sulle vicende dei personaggi che possono piacere o meno, ma ovviamente questo non puoi influire sul giudizio tecnico sul valore artistico del lavoro di Johnson.

Non c’è molto altro da aggiungere, perché Gli Ultimi Jedi (attenzione al titolo italiano perché è uno “spoiler”) è Disney anche in questo: c’è poco da analizzare e c’è molto da vedere.

Certo, alla fine il male non può vincere. La guerra non può vincere. L’odio non può vincere. Se siete infastiditi è un problema vostro.