Cosa si prova ad essere l’ultima generazione a ricordare come era la vita prima di internet

livingonlineInternet oggi viene accusata di molte cose. Secondo alcuni ha prodotto dei traumi nella società come mai prima d’ora aveva fatto uno strumento tecnologico, rendendo le persone meno caute in fatto di spesa e ossessionate da abitudini più o meno superflue.

Ma, secondo quanto scrive Melvin Kranzberg, “la tecnologia non è né buona né cattiva. L’unica cosa che si può dire è che ormai è un fattore nelle nostre vite”.

Le idee di Kranzberg sono riprese da Michael Harris nel libro intitolato The End of Absence: Reclaiming What We’ve Lost in a World of Constant Connection, che si occupa appunto di come la tecnologia influenzi oggi la società. Rispetto ad altri tentativi precedenti sullo stesso tema, invece di una vasta indagine sugli effetti sul comportamento degli esseri umani in dipendenza della presenza costante di internet, Harris ragiona in termini demografici, focalizzandosi sul contrasto tra chi è nato prima del 1985 e coloro che invece possono essere definiti “nativi digitali”, ovvero che sono stati da sempre abituati alla pubblicità di internet e a essere continuamente tempestati dai topic a cui internet sottopone in rapidissima e instancabile successione.

Harris definisce coloro che sono nati prima del 1985 come “stirpe morente”. Secondo lo scrittore, “se siete nati prima del 1985 avete la fortuna di sapere come era la vita prima di internet e di come è dopo. Siete chiamati a una difficile transizione tra il prima e il dopo”.

La realtà prima dell’avvento di internet offriva molti meno stimoli. Ma gli stimoli della internet di oggi in molti casi possono essere molto importanti anche per il cambiamento in positivo della personalità della gente e l’adeguamento delle persone alla nuova realtà. I canali di comunicazione erano incredibilmente limitati, c’erano meno forme di intrattenimento e meno controllo pubblico sulle azioni degli individui e sui loro pensieri. “Non si può dire se era meglio o peggio rispetto a oggi”, scrive Harris.

Secondo lo scrittore, coloro che sono nati prima del 1985 si trovano quindi in una posizione privilegiata. “Se siamo le ultime persone a conoscere la vita prima di internet siamo anche gli unici che sono in grado di parlare, per così dire, entrambe le lingue”, scrive. “Siamo gli unici che possono tradurre fluentemente il prima nel dopo”.

Avere questa consapevolezza inoltre dà l’opportunità di tocccare con mano come sono cambiate le interazioni sociali nel corso degli ultimi anni, come si sono trasformate in numeri e immagini su internet. “Stiamo parlando della nozione di responsabilità online. Se un tweet viene ritwittato centinaia di volte allora abbiamo la sensazione che il nostro pensiero veicolato da quel tweet abbia in realtà un senso. Se la mia foto su Facebook ha ottenuto tanti ‘Like’ allora vuol dire che sono bello. Una delle mie preoccupazioni riguardanti la vita completamente online è che rischiamo di non poter più determinare cosa pensiamo di noi stessi”.

Insomma, l’esposizione continua a internet rischia di allontanarci sempre più dalla realtà, mentre una formazione dei valori alternativa potrebbe soppiantare quella tradizionale. Non siamo più giudicati con gli stessi parametri vigenti nelle passate generazioni, ma con parametri completamente nuovi. Non siamo più come vogliamo essere ma come ci vuole la rete, ovvero un insieme di persone incredibilmente grande rispetto a quello con cui sarebbe stato possibile avere un confronto prima dell’avvento di internet. Per Harris tutto questo non è necessariamente negativo, e si tratta semplicemente di un cambio di prospettive.

Non si lamenta del fatto che “si passa troppo tempo a contatto con internet” o che i bambini di oggi “stanno crescendo nella maniera sbagliata”. Le sue ansie, piuttosto, derivano dal suo stesso comportamento. Per prima cosa al mattino, come del resto fanno abitualmente molti di noi, Harris controlla la sua e-mail tramite lo smartphone. “Quando ti svegli, hai il dono che il tuo cervello è ancora vuoto, e hai potenzialmente la libertà di riempirlo con quello che vuoi. Ma, ormai la maggior parte di noi ha una sorta di panico: invece di chiedersi cosa andrebbe fatto, ci chiediamo cosa ci siamo persi. È come se incosciamente avvertissimo una sensazione di fallimento per essere stati offline per 8 ore”.

Insomma sono abitudini come questa che sono pericolose per Harris, non internet in sé stessa. Naturalmente, però, internet e i suoi rapidissimi ritmi sono in grado di instillare delle abitudini che magari fino a qualche anno fa sarebbero state considerate assurde.

Alla fine del libro, dopo aver esaminato le problematiche che potrebbero derivare dall’eccessiva esposizione a internet, e dal suo impatto sull’opinione pubblica, sul sesso, sulla memoria, sui tempi di attenzione, Harris confessa di aver preso la decisione di prendersi una pausa di un mese da internet. “È il fatto di essere riusciti a prendersi una pausa che spezza l’incantesimo e che ci convince che si tratta appunto di questo, di un incantesimo”. Ma siamo sicuri che sia effettivamente possibile staccarsi completamente da internet senza rinunciare alle proprie abitudini quotidiane?

“Sono riuscito a farlo solo perché stavo scrivendo un libro. Per la maggior parte delle persone, prendersi un mese di pausa potrebbe voler dire anche perdere il proprio lavoro”. Ma continua a ritenere indispensabile prendersi una pausa del genere: “Se siete nel bel mezzo di qualcosa non riuscirete mai a vedere le cose in maniera critica. Dall’esterno, invece, potrete giudicare la vita online con maggiore distacco e quindi più lucidamente”.

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