Recensione Trumbo



L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo è un film del 2015 diretto da Jay Roach, che in passato abbiamo apprezzato alla direzione di alcune brillanti commedie come Ti Presento i Miei e Austin Powers, e interpretato da Bryan Cranston, l’amatissimo Walter White di Breaking Bad, qui candidato all’Oscar come miglior attore protagonista.

Bryan Cranston in Trumbo

Forse non tutti sanno che all’indomani della seconda guerra mondiale gli Stati Uniti instaurarono una commissione per le attività antiamericane con il compito di andare a individuare le personalità più sovversive, in qualche modo “manipolate” dall’ideologia comunista, in tutti i settori della società statunitense, da quelli più umili fino a Hollywood. E non tutti sanno, probabilmente, che uno dei più grandi scrittori della storia di Hollywood, Dalton Trumbo per l’appunto, fu inserito nella “lista nera” del comitato contro le attività antiamericane e del famoso senatore Joseph McCarthy.

Trumbo fu ingiustamente accusato di essere comunista, arrestato e allontanato da Hollywood. Che però non ha potuto rinunciare al suo genio nella scrittura, perlopiù per motivi di interesse economico, spingendo Trumbo ad agire sotto mentite spoglie. Dopo l’arresto, per sostenere le ingenti spese legali dovute alle persecuzioni governative a cui era sottoposto, fu costretto a scrivere una serie di sceneggiature di bassa qualità. Corredate, però, da un paio di lavori che sarebbero rimasti nella storia del cinema e della cultura.


Dalton Trumbo è l’autore, infatti, di Vacanze Romane e La più grande corrida, due film che vinsero l’Oscar per la migliore sceneggiatura che, però, Trumbo ritirò solo in un secondo momento, quando la sciagura del sospetto negli Stati Uniti finalmente si esaurì. All’alba della Guerra Fredda e con la necessità di spartirsi con i sovietici il mondo dopo il disastro della Seconda Guerra Mondiale, negli Usa si diffuse la paura del comunismo e del socialismo, come se qualcuno cercasse di instillare un virus per annientare il sogno americano e la società a stelle e strisce nella sua interezza. È sempre la solita storia, ambizione umana, cieca voglia di rivalsa e paura che innesca reazioni insensate che, se giudicate a distanza di tempo, perdono completamente di valore e di significato.

Il film di Roach puntualizza molto bene l’innocenza di Trumbo. Lui aveva aderito all’ideologia comunista ma lo scagliarsi contro la sua persona era privo di fondamento. Non aveva fatto nulla. Si è ritrovato trascinato in un vortice senza saperlo, un vortice che però ha segnato la sua vita, quella della sua famiglia e, soprattutto, quella degli altri sceneggiatori che finirono nella “lista nera”. In fin dei conti, lui è un fortunato, oggi ricordato come uno dei maggiori oppositori del maccartismo e con il nome ben inciso nella storia di Hollywood. Oltre a Vacanze Romane e La più grande corrida, firmò le storie dei film epici Exodus di Otto Preminger e Spartacus di Stanley Kubrick, questa volta con il suo vero nome. Ma, in questi casi, senza vincere l’Oscar.

Trumbo esalta molto bene e in maniera lucida e puntuale la straordinaria abilità nella scrittura del suo protagonista. È un film non solo politico, ma soprattutto una pellicola che lascia trasparire senza mezzi termini l’amore per il cinema, e la sua storia in un momento talmente delicato. Appaiono figure intramontabili come John Wayne e Kirk Douglas, e gli appassionati possono riconoscere una serie di interessanti riferimenti.

Ottima l’interpretazione di Cranston, e si ritaglia un ruolo importante anche la figlia Nikola, interpretata da Elle Fanning. Trumbo non è un biopic dai ritmi della fiction, lasciando rigorosamente in secondo piano i fatti sentimentali per concentrarsi sulla profondità professionale del suo protagonista, e per questo non stanca e diverte per quasi tutta la sua durata, culminando nel prevedibile discorso di Trumbo alla Writers Guild of America, quando riammesso. Divertono molto le battute di John Goodman, nei panni del presidente della King Brothers Productions Frank King. Il film si concentra sulle disavventure legali del suo protagonista, rispolverando la faccenda familiare solo quando effettivamente serve per ricostruire certi aspetti della psicologia dello sceneggiatore.

È uno di quei film che ti lasciano qualcosa sul piano culturale, che al termine della visione ti fa sentire meglio con te stesso perché hai imparato qualcosa in più. Certo, quegli anni veicolarono qualcosa di insensato, ma veramente al giorno d’oggi possiamo considerare la lotta contro il comunismo inutile o inefficace? Forse è dagli errori che scaturiscono le principali vittorie, forse il mondo necessita sempre più di eroi che lo tengano unito e che lo facciano redimere. Spetta a noi riconoscere quali sono gli eroi e chi i cattivi: sbagliare in questa scelta può essere altamente deleterio.

Detto questo, Roach si rivela superficiale in una moltitudine di passaggi, trascurando personaggi e fatti fondamentali, e semplificando eccessivamente la parte della commissione per le attività antiamericane, rendendola caricaturale in più di una figura. Ma, ribadiamo, più che altro per il contenuto culturale, è un film che merita sicuramente almeno due ore della vostra vita.