Recensione Room



Room è uno dei film più intensamente emotivi, coinvolgenti ed evocatori degli ultimi anni. Diretto da Lenny Abrahamson, è l’adattamento cinematografico del romanzo Stanza, letto, armadio, specchio (Room), scritto da Emma Donoghue nel 2010, qui sceneggiatrice e produttrice. Il romanzo stesso è ispirato al terribile caso Fritzl, verificatosi in Austria tra gli anni ‘9o e 2000, ancora più angosciante e brutale rispetto alla vicenda raccontata in Room.

Room

Che è più delicata, ma non meno intensa, concentrandosi sul rapporto tra un ragazzino di 5 anni, splendidamente interpretato da Jacob Tremblay, e una giovane madre di 24 anni, interpretata dalla vincitrice del Premio Oscar, proprio per questo film, Brie Larson.

Uno squilibrato ha rinchiuso la ragazza in un capanno nel suo giardino, dotato di porta con serratura elettrica di cui è l’unico a conoscere il codice. Va a trovarla saltuariamente per violentarla fin quando lei non resta incinta. Di Jack, il bimbo che crescerà con lei nell’angusto capanno. Lei non fa niente per liberare almeno il bambino, che per lei diventa l’unica ancora di salvezza rispetto a un’esistenza di assoluta solitudine.


Si creerà un rapporto particolarissimo tra madre e figlio, perché non edulcorato dalla gente, dal mondo, dalla vita vera. Fortissimo e indissolubile, se non con la morte fisica di uno dei due. Adesso lei è lui, ora lui è lei: rappresentano la totalità l’uno per l’altro in una vita che ha dell’incredibile, pura e completamente limitata a Stanza, come i due chiamano quel piccolo capanno che costituisce il loro orizzonte vitale. Una perfezione sussiste lì dentro che rende divini anche gli altri oggetti con cui i due condividono la loro esistenza, come Letto, dove lo squilibrato stupra la ragazza, Armadio, dove Jack viene nascosto mentre i due fanno sesso, Specchio, dove Jack può vedere i suoi lunghi capelli che acquisiscono sempre più forza.

Ma questo non può durare per sempre, perché Jack a un certo punto diventerà troppo grande per rimanere rinchiuso in uno squallido e piccolissimo capanno come quello. Non potrà più rimanere confinato nell’Armadio mentre i due fanno sesso. Capirà.

Room si apre all’interno della stanza, dove Abrahamson segue i movimenti dei due protagonisti con inquadrature nervose e dando significato alle cose e ai sentimenti accostando oggetti che acquisiscono di riflesso significato. Ma è ambientato solo per metà all’interno della stanza, perché i due finalmente riescono a fuggire e iniziano la fase di riabilitazione a vivere il mondo. O, perlomeno, questo vale per la Joy, “Ma”, mentre Jack non conosce per niente ciò che è il Cosmo, come lo chiama lui.

Adesso deve imparare tutto da zero: non solo ad adattare il suo fisico, che non è abituato al sole e che è vulnerabile a qualsiasi tipo di infezione, ma soprattutto a come interfacciarsi con le persone senza il filtro della madre, a come affrontare la socialità e la competitività che ci sono nella vita reale. Come accadeva ne Le Ali della Libertà, Jack e Joy abbandonano la sicurezza di Stanza e devono sapersi adeguare all’immensità di Cosmo, soprattutto a saper vivere con altri riferimenti all’infuori di loro due. Adesso vivono con la mamma di Joy, che nel frattempo ha lasciato il marito. Di riflesso, lo spettatore vede come anche la vita dei nonni sia stata sconquassata dal rapimento della ragazza.

Abrahamson crea un film anche fin troppo commovente, organizzando momenti di assoluto rimando e climax in prossimità dei concetti psicologici che vuole sottolineare. Perché Room è molto psicologico nel momento in cui i due riprendono contatto con la realtà e non hanno strumenti per affrontarla. Devono imparare a interfacciarsi a cose e persone, dove niente è scontato per loro perché qualcuno li ha privati della razionalità. E, soprattutto, nel momento in cui devono riuscire a staccarsi l’uno dall’altra dopo aver lasciato quel cordone ombelicale che per loro rappresentava Stanza.

In definitiva Room è un film sulla paura ad affrontare la socialità, il mondo. Su come l’essere umano troverà sempre un modo per adattarsi e per portare avanti quella terrificante, ma alla fine ricompensatrice, voglia di stare insieme e di condividere sé stessi con gli altri.