Ecco qual è la regione più povera d’Italia, secondo l’Istituto europeo di statistica

eurostat
La Sicilia risulta la regione più povera d’Italia
secondo le ultime statistiche, con un numero di poveri purtroppo ormai superiore rispetto al numero dei cittadini benestanti. Emerge dagli ultimi dati raccolti dall’Istituto europeo di statistica, il quale misura il numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale.

Nel 2013, in Italia i poveri costituiscono il 28,4% della popolazione complessiva, il secondo peggior risultato del nostro paese negli ultimi dieci anni. Ma, come è consuetudine per l’Italia, bisogna guardare questo dato anche sulla base delle differenze regionali, visto che esiste una forte sperequazione tra le varie regioni, con la situazione che peggiora considerevolmente soprattutto al Sud.

La situazione è più grave soprattutto in Sicilia, dove è stata superata ormai la soglia del 50%. Due milioni e settecentomila persone, facendo i conti, su un totale di cinque milioni, appartengono ormai alla sfera della povertà. Puglia e Molise, d’altronde, non sono molto staccate in questa negativa classifica, visto che la loro situazione è peggiorata rispettivamente di 7,8 e 9,6 punti percentuali rispetto al 2009. Se il Sud continua a cavarsela peggio, ci sono alcuni dati preoccupanti anche per il Settentrione, visto che in una regione, la Liguria, la povertà è raddoppiata negli ultimi quattro anni. Ci sono anche le aree in cui le cose sono migliorate rispetto al 2009: una sola a dire il vero, Bolzano, in cui la povertà si attesta sul 12%.

Nel nostro paese ci sono tanti disequilibri e molto spesso è difficile rendersi bene conto di quali siano le cause effettive. Ad esempio, sono soprattutto i giovani che fanno aumentare le cifre sulla povertà, visto che la fascia demografica più colpita è quella di chi ha meno di 35. Paradossalmente, invece, il tasso di povertà è in diminuzione presso gli over 65, che beneficiano in molti casi di ricche pensioni che consentono loro di alleviare la situazione e di continuare a mantenere i figli e i nipoti anche nel lungo periodo.

Una nazione trainata dagli anziani può rimanere competitiva in termini di capitale umano, produttività e specializzazione professionale? Tutti settori in cui le realtà straniere, e penso principalmente a quelle asiatiche, ormai eccellono in particolar modo.

Dati che non ci fanno meravigliare quando leggiamo certe statistiche che evidenziano come all’estero la parte peggiore della crisi sembri ormai superata e come invece in Italia ci si ritrovi ancora in una fase di recessione. Solo per citare gli ultimi dati riportati dall’Ansa, l’economia americana risulta in accelerazione nel secondo trimestre oltre le stime. Il pil a stelle e strisce è cresciuto, infatti, del 4,2%, contro una previsione degli analisti del 3,9%.

Nelle stesse ore l’Istat pubblicava le ultime analisi sugli stipendi e i consumi. L’Istat ha rilevato che le vendite al dettaglio a giugno sono rimaste ferme rispetto a maggio, registrando una crescita zero, mentre sono scese del 2,6% su base annua. Anche le retribuzioni contrattuali sono rimaste ferme a giugno, salendo solo dell’1,1% rispetto all’anno scorso. Si tratta della crescita annua più bassa da 32 anni. La stretta sui consumi, inoltre, si fa sentire dappertutto e a giugno gli affari vanno male anche per la grande distribuzione (-1,3% su base annua), anche se ad accusare il colpo più duro sono sempre i piccoli negozi e le botteghe di quartiere (-3,9%). Ad agosto cala anche la fiducia delle imprese rispetto ai dati dello scorso anno passando a 88,2 da 90,8.

Insomma, riuscirà l’economia americana e il mondo dei consumi occidentale a trascinare verso questa timida risalita anche gli stati che se la passano peggio? Se così deve essere dobbiamo tutti metterci d’impegno e dare il nostro contributo, accantonando le asce di guerra per riprendere a costruire.