Qual è il senso di Rogue One (e di tutta la saga di Star Wars) (include spoiler)

Questo articolo va letto dopo la visione di Rogue One: A Star Wars Story

Qui non mi interessa tanto fare una recensione di Rogue One: A Star Wars Story. Non mi soffermerò quindi sulla straordinaria (al contrario di quella, raffazzonata a dir poco, de Il Risveglio della Forza) sceneggiatura, sugli ottimi ritmi narrativi finalmente più riflessivi e cauti rispetto alla corsa continua dell’Episodio VII, non parlerò del quasi perfetto climax (al di là di qualche difficoltà nel finale), del fatto che l’azione sia opportunamente sostenuta dalla musica come vuole la tradizione di Star Wars, del geniale e perfetto meccanismo di incastri e di citazioni, o di tanti altri aspetti tecnici che si potrebbero trattare o di qualche, sporadico, lato negativo come la debole interpretazione di certi personaggi molto importanti, al di là della convincente Jyn portata sullo schermo da Felicity Jones. Piuttosto, mi interessa capire come Rogue One sia riuscito a catturare l’essenza stessa di Star Wars.

Anche se, purtroppo, per lo spettatore italiano non è possibile cogliere questo aspetto, a meno che non sia molto appassionato della tradizione Star Wars. È noto che i primi tre capitoli della serie (intesi in ordine temporale, quindi gli Episodi IV, V e VI) siano stati localizzati malissimo: fra i tanti strafalcioni e fra le tante decisioni prese a caso il nome della stessa Death Star, localizzata in italiano Morte Nera. Non che la situazione sia migliorata in tempi più recenti se è vero che lo spettatore di Rogue One deve fare uno sforzo personale per capire che la figlia di Galen Erso viene soprannominata “Stellina“, ovvero Stardust nella versione originale in inglese, perché c’è un riferimento a Death Star. Ma se Stardust e Death Star sono semanticamente molto vicini, questo contatto si perde quasi del tutto nel rapporto tra Stellina e Morte Nera. Galen costruirà sì l’arma di distruzione che l’Impero gli sta chiedendo, ma instillerà al suo interno quella debolezza che solo sua figlia avrà gli strumenti per sfruttare: Stardust è così l’antidoto per Death Star.

In soldoni, Star Wars è una saga che si concentra sul sacrificio di un padre davanti all’ascesa ormai inarrestabile del male in cambio della possibilità di offrire al figlio l’arma per riscattare non solo sé stesso, ma anche il suo genitore. E allora come non intercettare una similitudine molto marcata tra le storie di Galen e Jyn da una parte e di Anakin e Luke dall’altra?

Rogue One riesce a catturare l’essenza stessa di Star Wars così come George Lucas l’aveva concepita, esprimendola tecnicamente sul grande schermo in maniera ancora più efficace rispetto a quanto lo stesso Lucas era riuscito a fare, e nettamente più efficace rispetto al contorto Il Risveglio della Forza. Anakin e Galen non possono far altro che cedere al male, riconoscere la loro limitatezza rispetto al potere sterminato di quest’ultimo, ma lo fanno in entrambi i casi con una speranza. Che è lucida pianificazione nel caso di Galen, è affidarsi al proprio inconscio e al proprio istinto nel caso di Anakin.

La scena centrale di Rogue One è quella in cui Darth Vader si confronta con il Generale Orson Krennic. Fra questi e il Governatore Tarkin, che i fan riconoscono dall’originale trilogia e che qui torna in grafica computerizzata, c’è una consistente differenza. Il primo è avventato, pro-attivo, idealista a suo modo di vedere le cose, Tarkin invece ha veramente capito cosa l’Imperatore, Lord Sidious, vuole da lui. Ovvero asservimento totale, rinuncia completa al proprio libero arbitrio e abnegazione infinita al suo Imperatore, che ormai può fare ciò che vuole di lui e del suo potere. In questo breve dialogo Vader vuole fare intendere questo principio a Krennic che, però, non lo ascolterà, il che porterà l’Impero a perdere i preziosissimi piani sulla Morte Ner…ops la Death Star.

Questa scena, incredibilmente intensa, al di là dell’orribile, al solito, localizzazione italiana, mi ha trasmesso in maniera molto più precisa ed efficace il senso del passaggio di Anakin al Lato Oscuro rispetto a quanto era riuscita a fare l’intera trilogia con gli Episodi I, II e III, che pur era dedicata a questo cruciale passaggio dell’epopea di Star Wars. Anakin è annichilito dalla potenza del Lato Oscuro, deve cederle così come Galem deve costruire la Death Star, pur senza rinunciare a quella debolezza che egli stesso richiama con il soprannome di Stardust, Stellina, ma consapevole che questo percorso gli consentirà di creare una Speranza per la Ribellione, per tutte le forme di vita della galassia, per sé stesso.

Rogue One è l’essenza di Star Wars non solo per questo rapporto tra padri e figli, ma anche per il senso che viene dato alla Forza. La Forza è semplicemente un’illusione, quel grilletto che serve per innescare nell’animo umano la volontà necessaria a cambiare le cose, e quindi a favorire la sconfitta del male. Tramite l’ottimo personaggio del Jedi mancato Chirrut Îmwe percepiamo in maniera più diretta e intensa che in passato come la Forza sia, “matrixianamente”, un mezzo piuttosto che un fine.

Rogue One è strettamente legato al senso di Star Wars se è vero che George Lucas concepì inizialmente questa trilogia come il sacrificio di un padre volto a dare una possibilità al figlio. E, qui come allora, tutto funziona al meglio, è un meccanismo perfettamente oliato che serve allo spettatore significati, ragionamenti e speranze nel modo e nelle tempistiche giuste. Perché sì, alla fine il punto è sempre quello, puoi rimanere nella storia perché hai una bella storia e personaggi consistenti, ma la cambi la storia solo se sul piano tecnico il tuo film è veramente valido.