Perché abbiamo problemi nei rapporti interpersonali?

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Molti dei problemi che hanno le persone nei rapporti interpersonali dipendono dal modo di funzionare di una piccola parte del cervello che si trova nel sistema limbico e che risponde al nome di amigdala. Molto spesso le persone puntano a ottenere dei risultati, magari attinenti alla sfera sentimentale, e nonostante questo sforzo non riescono a raggiungere i propri obiettivi: ecco, può dipendere proprio da questo limite che pone la natura, e che riguarda la conformazione del cervello dell’essere umano.

Il cervello si compone di varie parti, che lo rendono un sistema incredibilmente complesso. Ogni sua parte, inoltre, espleta una precisa funzione. Si può dire che il nostro comportamento in società è la conseguenza del modo di funzionare di ciascuna delle parti del cervello. Ma, se si vuole semplificare, perché nella semplificazione si possono vedere le cose in maniera più lucida, il cervello è diviso in due zone cruciali che, se capite, spiegano molti dei rapporti sociali, oltre che delle tensioni e delle battaglie che contraddistinguono da sempre l’esistenza della specie umana.

Una parte del cervello è adibita alla gestione della razionalità, come le lucide previsioni o i calcoli matematici. Inoltre, questa parte è spinta a tutelare il rapporto tra individuo, pragmaticità e consistenza fattiva, e con il territorio. L’altra parte attiene invece alla sfera dei sentimenti, della creatività e dell’artisticità, oltre che dei rapporti interpersonali, appunto, perché in questa zona si trova anche la già citata amigdala. Inoltre, questa parte è responsabile del processo evolutivo della specie umana, gestito in maniera completamente differente rispetto alle altre specie. La più grande e profonda differenziazione tra il cervello umano e quello degli animali quindi riguarda questa parte del cervello umano.

Si potrebbe dire che in ognuno di noi c’è un’infinita sfida tra rapporto con il territorio e con la fisicità, e dall’altra parte le istanze evolutive. Probabilmente se non fossimo dotati della parte sinistra del cervello ci evolveremmo più velocemente, anche se questa è una considerazione meramente teorica che non tiene conto dell’indispensabilità di tutte le funzioni espletate dalla parte sinistra.

Questo dualismo, ed è una mia teoria, esiste anche a un livello maggiormente macroscopico, riguardante in questo caso l’umanità tutta. È come se gli individui fossero divisi in due fazioni, esattamente come è diviso in due parti il nostro cervello. Abbiamo una fazione umana che spinge verso la preservazione dello status quo, e un’altra fazione che invece punta di più sulla creatività, la libertà e il cambiamento. Insomma, siamo molto più dei meccanismi di un ingranaggio di quanto noi stessi possiamo credere, funzionali alla preservazione della specie e alla sua evoluzione.

Dire che il cervello di una persona tende a operare principalmente sulla parte immaginifica non vuol dire che l’altra parte non funziona. Nessuno ha così scarso controllo su una parte piuttosto che sull’altra, ma tende inconsciamente a bilanciare i due estremi. Chiaramente, però, potrebbe fare soprattutto affidamento su una delle due parti a scapito dell’altra. Sono tutte cose che prima o poi diventeranno misurabili, quando ci renderemo conto che chi usa una zona del cervello in maniera più insistita può rischiare di diventare squilibrato rispetto alla società, una scheggia impazzita, un’anomalia.

Solitamente chi fa affidamento alla parte del cervello legata alla pragmaticità tende ad avere idee politiche di sinistra, mentre chi è dotato di un cervello più vicino alla fazione immaginifica tende ad avere idee politiche di destra. Chi è di sinistra è più attaccato al territorio, chi è di destra invece è più apolide. Non si tratta di differenze nette, e possono variare da individuo a individuo. Ma se fate un’indagine rudimentale presso i vostri amici, vedrete che in linea di massima questo teorema viene rispettato. Per tutte queste ragioni è sbagliato cercare di convincere uno di sinitra che la destra è meglio, o viceversa, proprio perché quel legame è profondamente radicato nella sua persona.

La democrazia si basa su questo dualismo insito nella natura umana, e purtroppo questo porta al fatto che trovare degli equilibri politici molto spesso è parecchio difficile. Solamente la ragione dei più può essere indicata come motivazione discriminatoria e, come sappiamo, questo spesso porta a conflitti e a odio fra fazioni politiche. Ma, inevitabilmente, o almeno fino a oggi è capitato questo, si tratta di un meccanismo fondamentale nel processo evolutivo della specie umana.

Dicevamo che nel sistema limbico si trova l’amigdala, che è lo strumento che l’essere umano usa per preservare e tutelarsi i propri spazi. Per semplificare ancora, l’amigdala è da intendersi come un grilletto che può attivarsi con facilità in alcuni, ovvero in coloro che proteggono meglio gli spazi, e con difficoltà o addirittura non attivarsi per niente in altri, i quali rischiano di esprimere un atteggiamento estesamente di ignavia e conseguetemente questo può portare a scarso senso civico e insistito disinteresse verso la società e le sue regole.

L’amigdala, infatti, è da vedere come un meccanismo di difesa, usato dagli esseri umani per generare paura negli altri, e con questa arma impedire loro di travalicare i propri spazi. Come suggeriscono alcuni esempi (cito il film The Experiment), se forzatamente si inseriscono diversi uomini in un contesto sociale di ridotte dimensioni, fra di loro, inevitabilmente o quasi, scoppierà un conflitto per la conquista e la difesa degli spazi.

Si tratta di meccanismi che nelle passate fasi evolutive servivano proprio a difendere spazi fisici, i quali nel corso del tempo sono diventati spazi da intendere in maniera più filosofica o in termini di diritti umani. Gli animali, infatti, si comportano in maniera non molto dissimile quando segnano il terreno (in maniera fisica) come monito verso le altre specie a non violare questo limite imposto con la forza. Mentre le bestie “ragionano” ancora in termini di spazi fisici, gli umani “ragionano” in termini di interessi, di prerogative, ad esempio in un ambiente di lavoro o di conquista delle donne.

In un contesto come quello di The Experiment, o come lo può essere un ufficio lavorativo o un corso studentesco, lo spazio complessivo può essere intenso come diviso in quadrati, ognuno di competenza di uno dei membri facenti parte del gruppo sociale. All’interno di quei quadrati si trovano dei diritti conseguiti, delle prerogative a cui non si vuole rinunciare o, più in generale, il rispetto personale che si pretende di ricevere dagli altri membri del gruppo sociale.

Come vengono conquistati questi spazi? Incutendo paura, e quindi sfruttando la propria amigdala. Pensate di ricevere un torto e di reagire in maniera aggressiva facendo la voce grossa o posizionando il vostro corpo in modo da incutere timore negli altri. In questo modo scoraggerete, e impedirete nel lungo periodo, che l’altra persona avanzi nuovamente quella richiesta. Potrebbe sembrare che si stia parlando di piccole cose, e di atteggiamenti normali nell’arco della quotidianità, ma non è così. Proprio perché l’amigdala è ancora al centro del processo evolutivo.

La struttura di suddivisione a quadrati delle zone che potremmo chiamare di competenza, a grandi livelli, si ripercuote ovviamente anche a livello della società intesa con la s maiuscola, ovvero quella globale. Naturalmente si tratta di quadrati solo in presenza di soggetti sempre sani nel gruppo sociale, ovvero con funzionamento dell’amigdala che rientra nella norma. La realtà non è così, perché il cervello di ognuno di noi funziona in maniera peculiare, e in certi il grilleto dell’amigdala potrebbe essere azionato con più facilità, in altri con meno facilità, e in altri ancora addirittura mai azionato. In quest’ultimo caso, l’individuo rinuncia completamente al suo quadrato, mentre in caso di funzionamento particolarmente spiccato si tratta di un quadrato più grosso degli altri, perché tendente a invadere spazi che naturalmente non sarebbero propri. Nel primo caso abbiamo la figura di chi tende a essere bersagliato dagli altri, i quali non riconoscono alla prima figura alcun dirittto (è un caso limite), mentre nel secondo caso abbiamo il capo del gruppo, il suo punto di riferimento.

Dicevamo che la formazione di questi quadrati è cruciale per l’evoluzione dell’essere umano. Perché all’interno di questi non vi sono solamente dei diritti sociali ma anche le donne. Riuscire a costruire un recinto simbolico, come quelli di cui stiamo parlando, intorno a una donna diventa fondamentale per possederla, fare sesso con lei e, potenzialmente, costruire una famiglia con lei, quindi avere un ruolo nell’evoluzione.

Come si può vedere nel corteggiamento tra gli animali, durante questa fondamentale fase le donne mettono alla prova gli uomini. Solo se sono sani dal punto di vista fisico, reattivi nella difesa dell’ipotetico nucleo familiare e solo se stanno fisicamente dietro a tutte le richieste della femmina, gli uomini vengono scelti. Dopo millenni di evoluzione, per l’essere umano le cose funzionano in maniera leggermente differente, ma la lotta si è più semplicemente spostata verso altri lidi. Si combatte in maniera differente, ma l’oggetto del contendere rimane sempre lo stesso.

Insomma, se l’uomo e la sua amigdala non sono in grado di ritagliarsi e proteggere continuamente quel quadrato virtuale, non vengono scelti dalla donna. Il che rende l’amigdala il centro nevralgico dell’evoluzione, all’interno di uno schema che porta alla generazione di ambizioni che non possono essere raggiunte per limiti naturali e, conseguentemente, alla produzione di insoddisfazione, incapacità di stare con gli altri, appunto problemi nei rapporti interpersonali.

In certi casi, quindi, la razionalità non riesce a superare questi “limiti di natura”. Anche se vorremmo fare una certa cosa con tutte le nostre forze non riusciamo ugualmente a farla. È come se fossimo bloccati in una morsa o come se una porta non scorresse fluidamente sui propri cardini, perché si inceppa in un dato punto.

Ma se il cervello delle specie viventi, in passato per quanto riguarda l’uomo e nella modernità per le specie animali, proteggeva gli spazi in maniera più aggressiva, il che produceva una maggiore incidenza dei conflitti, nell’uomo, per quanto riguarda gli ultimi stadi evolutivi, si tratta di una protezione e di un fare guerra più blando rispetto al passato. Non usiamo più attrezzi militari, usiamo solamente la nostra voce e la postura del nostro corpo per incutere paura nel prossimo. E probabilmente in una successiva fase evolutiva non faremo neanche questo.

Sembra insomma che l’evoluzione vada verso la rinuncia al ruolo dell’amigdala. Questa, inoltre, sembra un retaggio di precedenti fasi evolutive dell’uomo, che principalmente è servita per vincere la competizione contro altre specie animali. Sappiamo bene, infatti, come nel corso dell’evoluzione la conformazione e le dimensioni del cervello siano cambiate, e che quest’ultimo tenda a diventare sempre più piccolo, perché alcune parti non servono più.

È impossibile scientificamente appurare questi cambiamenti, ma si possono fare delle teorie come stiamo facendo in questo articolo. Insomma, è possibile che l’amigdala possa scomparire definitivamente nel cervello degli esseri umani dei prossimi secoli. Inoltre, se l’essere umano acquisisse la tecnologia per controllare il funzionamento delle varie parti del cervello potrebbe manualmente configurare il funzionamento dell’organo principale dell’essere umano, il che porterebbe a conseguenze spaventose. Siamo in grado di determinare autonomamente l’evoluzione della specie umana, rinunciando all’apporto della natura in tal senso?

Tutto questo ci porta a sottolineare anche l’inutilità della psichiatria, a meno di poter intervenire fisicamente sulle varie parti del cervello. Qualora questo diventasse possibile, però, potremmo essere in grado di modificare il comportamento delle persone e quindi di intervenire direttamente sui rapporti di forza e di debolezza, e quindi instradare l’evoluzione.

Stiamo ragionando sempre su un piano teorico, perché l’evoluzione dell’essere umano non è per niente pre-determinata, e dipende sempre da fatti contingenti. Per esempio, l’attuale Homo Sapiens Sapiens non sempre ha avuto una supremazia netta sulle altre specie che hanno contraddistinto le varie fasi evoluzionistiche. E ci riferiamo principalmente all’Uomo di Neanderthal. Secondo alcuni studi, ma si tratta di un discorso leggermente diverso da quello che stiamo facendo in questa sede e che va ripreso a parte, l’Uomo di Neanderthal non tendeva a creare degli insediamenti sociali come faceva l’Homo Sapiens Sapiens. Si trattava sempre di piccoli gruppi e non di larghi insediamenti ben strutturati, producenti differeze sociali, come capitava nel caso dell’Homo Sapiens Sapiens.

La sua maggiore forza e la sua capacità di organizzazione sociale, portarono l’Homo Sapiens Sapiens a sovrastare definitivamente l’Uomo di Neanderthal. Ma con l’avvento delle ultime tecnologie, con la formazione di sistemi politici sempre più a difesa dell’individuo e con un certo processo di asocialità che ormai riguarda sempre più persone, siamo sicuri di non essere destinati a un sistema sociale più simile a quello dell’Uomo di Neanderthal piuttosto che al sistema sociale dell’Homo Sapiens Sapiens? In ultima analisi, stiamo parlando ancora di evoluzione o, stavolta, di involuzione?