Lo Straordinario Viaggio di T.S. Spivet: perché Jean-Pierre Jeunet è il miglior regista europeo



Come suggerisce anche il titolo, Lo Straordinario Viaggio di T.S. Spivet è una sorta di rievocazione di quello che unanimemente viene considerato come il capolavoro di Jean-Pierre Jeunet, Il Favoloso Mondo di Amelie. Ne è rievocazione per il modo di disegnare i personaggi e per quel fantastico tenere nascosto il messaggio, per poi dispiegarlo con delicatezza che nasconde potenza solo nelle battute finali del film.

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet

Jeunet questa volta va a “disturbare” gli Stati Uniti. T.S. Spivet è un ragazzino di 10 anni che vive in un ranch in Montana, insieme a una famiglia che non sembra aver più niente da chiedere alla vita, e che si culla in una serie di cliché di una società che non esiste più. Ma T.S. è diverso dal padre che è un cowboy come quelli di 100 anni fa, dalla madre (Helena Bonham Carter) che insegue sogni che non esistono, dalla sorella affascinata dalla frivola modernità e dal fratello che troppo ciecamente sembra affascinato dal padre. T.S. crede impavidamente nell’avventura, non pensa mai a cosa potrebbe perdere e ha un’innaturale mancanza di paura nell’affrontare le imprese apparentemente più impossibili che lo rende un genio.

Incompreso, dalla sua famiglia, forse per la necessità di mantenere quel quieto vivere e dalla paura di affrontare la frivola modernità. Ma qualcosa cambia quando Layton, il fratello gemello di T.S., muore in un incidente nel fienile del ranch, facendo perdere a T.S. i pochi freni inibitori. Lui ha inventato la macchina del moto perpetuo, a soli 10 anni, ed è ora di farlo sapere al mondo. È per questo che si imbarca in un viaggio dalla Montana a Washington, allo Smithsonian Institution, che per altri registi sarebbe impossibile da realizzare e da raccontare.


Jean-Pierre Jeunet usa colori sgargianti per tratteggiare i suoi personaggi e soprattutto un montaggio che fa credere, sulle prime, che tutto sia una farsa, una caricatura di una realtà che non può essere così malvagia. È così che gli Stati Uniti sono bellissimi da vedere, è così che la natura entra nelle vene dei personaggi e li anima, è così che il risvolto negativo è davanti agli occhi di tutti, anche se il regista tende a nasconderlo, perché lo spettatore deve percepirlo in tutta la sua immane forza dirompente solo quando comincia a pensare che il “pericolo” sia scampato.

Alla morte di Layton, T.S. non deve più avere paura di niente, e inizia il suo impossibile viaggio. È un sogno quello di rialzarsi dalla mediocrità e dalla perifericità molto simile ai sogni di Amelie: l’ingenuità sarà ancora una volta un’arma molto importante, soprattutto perché ti permette di non avere più paura. E senza paura puoi fare tutto.

La genialità di Jeunet non riguarda solo il modo di assemblare ogni scena, di unire suoni e colori e di inventare paesaggi paradisiaci che danno vita a personaggi buffi ma incredibilmente realistici. Ma è questo nascondere la verità che accompagna lo spettatore a sviscerarla poco per volta che rende il suo cinema così unico. Un’attenzione per ogni elemento filmico che rende incredibilmente significativo ogni momento, e che permette al regista francese di stare seduto al tavolo di Quentin Tarantino, che riteniamo essere il più brillante creatore di cinema oggi, insieme a pochissimi altri cineasti della modernità.

Il parallelismo con Tarantino si motiva anche con il ricorrente citazionismo al proprio cinema precedente. Può dare fastidio a qualcuno, i registi talmente osannati effettivamente alle volte esagerano in questo. Ma se serve per dare ancora più significato alle scene ben venga. E Jeunet lo usa in maniera evidente nel rapporto che si instaura tra T.S. e Amelie, come abbiamo già detto, ma soprattutto in una precisa parte dello “Straordinario Viaggio”, quando tutto si colora di giallo e arancione e il buio per la prima volta nasconde lo straordinario paesaggio rurale degli Stati Uniti. Adesso sembra di essere in Delicatessen, il fantastico capolavoro di Jeunet degli anni ’90, e ciò risulta evidenziato anche per il ritorno di un attore feticcio del regista francese, l’intramontabile caratteristca Dominique Pinon.

Un’altra idea molto brillante di Jeunet riguarda il dolore fisico a cui T.S è sottoposto per via del suo difficoltoso viaggio. Lo fa sentire ancora più vicino allo spettatore, perché nessuno potrà più abbracciarlo, nonostante la notorietà che a un certo punto acquisirà, tranne la madre ovviamente. E in questo trionfo di logicità e illogicità, in questa continua ricerca della trovata narrativa e del colpo di genio visivo, finalmente ecco che si dispiega la crudele realtà, ciò che c’è nell’altro piatto della bilancia che ha nome USA, rispetto alla natura del Montana, ovviamente.

Lo “Straordinario Viaggio” diventa così incredibilmente divertente, nella prima parte, e commovente, nella seconda, affascinando lo spettatore per i suoi colori e per i suoi personaggi caricaturali. Personalmente, nella classifica dei film di Jeunet (parlo di quelli di cui ha scritto anche la sceneggiatura), lo metterei al secondo posto dietro solamente a Il Favoloso Mondo di Amelie e davanti ad altri film che comunque vi consiglio caldamente di recuperare: nell’ordine, Una Lunga Domenica di Passioni, il già citato Delicatessen, L’Esplosivo Piano di Bazil e La Città Perduta. Alcuni sono più scialbi rispetto al “Viaggio” o ad “Amelie”, ma tutti hanno una ricerca dell’efficacia filmica che comunque è godibile e che, perlomeno, merita attenzione e approfondimenti.

L’ingenuità che non considera la paura, la voglia di risollevarsi dalla mediocrità, l’amore di una famiglia è ciò che spinge T.S. a diventare ingranaggio di un mondo complesso e illogico, nonostante l’umanità sia così propensa a creare talmente tanti angoli retti. Già perché è l’unione della sua famiglia, ciò che la lega così intrinsecamente alla periferia rappresentata dal Montana, che T.S vuole innanzitutto preservare. Espiare le colpe sue e della sua famiglia riguardo la morte del giovane bambino. Che passa in maniera così tanto affascinante in secondo nel momento in cui avviene, ma che cova un sentimento di rabbia che esploderà nella seconda parte di un film che probabilmente ha solo nei 20 minuti finali qualcosa di lievemente stonato e ridondante.

Perché la colpa non è di T.S. e non è dei suoi familiari. La colpa è di quella mentalità talmente conservatrice e retrograde che ancora oggi permette a un bambino di giocare nel fienile del suo ranch con un fucile.