Expo 2015, ma ha veramente senso tutto questo?



Chi conosce bene Milano saprà che la città è letteralmente costellata di ristoranti etnici. Insomma, chi ha un minimo di buona volontà e si mette a cercare troverà facilmente la possibilità di assaggiare pietanze ora provenienti dal Libano, ora dell’Etiopia, ora dall’India o dalla Mongolia, e così via.

Expo 2015

Certo, esattamente come succede quando si va in ristoranti italiani all’estero, si tratta di copie e di più o meno goffi tentativi di simulazione dei cibi etnici. Tutto arriva ai nostri palati in maniera filtrata, perché i gusti e le emozioni che si hanno nel mangiare questi cibi nelle loro terre natìe rimane altra cosa.

E allora mi viene il seguente dubbio: siamo sicuri che il cibo che viene così lautamente dispensato all’Expo sia originale e che non sia invece proveniente dalle varie imprese di ristorazione etnica che già ci sono a Milano? Dopo aver finalmente visitato l’Expo penso che la risposta sia la seconda.


Cibi di qualità insufficiente, che poco assomigliano alle controparti reali e che ne sono una sbiadita copia. È poi vero che le varie delegazioni partecipano con sforzi differenti e che ci saranno nazioni che si sono sforzate maggiormente nel riprodurre i loro cibi originali ma, pur non avendo fatto delle prove sistematiche, la mia impressione  è che nella maggior parte dei casi si sia cercata la soluzione più rapida, senza concentrarsi poi molto sulla qualità e la fedeltà.

L’Expo è un enorme baraccone che festeggia il cibo in tutte le sue forme e che vuole sensibilizzare sull’importanza della corretta e sufficiente alimentazione. Da questo punto di vista è poco più di un museo, così come la gran parte dei padiglioni è poco più di un museo. Cercano di attrarre i visitatori con le stesse strategie adottate dai musei, e in più c’è la possibilità di assaggiare.

Ma quello che è poco più di un museo merita tutta la pubblicità che ha ricevuto? È questo che mi fa pensare, unitamente alla scarsa qualità dei cibi e alla strategia di replicare quello che era già una peculirità di ristorazione etnica presente sul territorio.

In più la precaria organizzazione. La realizzazione dei padiglioni è di ottima fattura, e alcuni di essi sono esteticamente impressionanti, al limite dell’artistico. Però c’è troppa gente e nel fine settimana passi più tempo a fare la coda per entrare nei padiglioni più attraenti che a visitare. Alcuni padiglioni, che la gente sa essere i più belli per via della pubblicità che se ne fa sui social, presentano code importanti, mentre la visita di altri è sensibilmente più agevole.

Entrare nei padiglioni di Corea del Sud, Brasile, Azerbaigian, Svizzera, Polonia, Spagna, Germania e ovviamente Italia, solo per citarne alcuni, è ormai pressoché impossibile a meno di disporre di considerevoli quantità di tempo e di volersi dedicare a una sola cosa. Molto interessante, invece, il padiglione italiano dedicato al vino che, in cambio di 10 euro, consente di provare tre differenti vini italiani a scelta fra una dotazione decisamente importante.

Insomma, non voglio fare come quelli che criticano per partito preso, magari con il “sogno bagnato” di mettere in difficoltà l’esecutivo o chi ha organizzato l’Expo. Sicuramente è un evento da accogliere a braccia aperte per i risvolti economici che permette di avere alla nostra nazione. E quando si possono fare soldi, in questo periodo, non c’è da buttare niente.

Solo che, semplicemente, io l’avrei organizzato diversamente. Avrei fatto in modo che lo spettacolo durasse di più, perché semplicemente c’è troppa gente che vuole visitare l’Expo rispetto all’intervallo di tempo in cui il “baraccone” rimarrà attivo. In questo modo è una sorta di Oktoberfest dedicato al cibo, dove se non ti organizzi per bene rischi di non assaggiare le birre che vorresti assaggiare e di non trovare posto dentro i padiglioni.

E poi c’è da risolvere il problema della genuinità dei cibi e della corrispondenza tra i gusti originali e queste repliche. Se non avete provato il cibo nelle rispettive nazioni di appartenenza, forse, non ve ne accorgerete neanche, ma di certo la visita all’Expo non è un degno surrogato dell’esperienza che si può avere lì, dove quel cibo nasce e viene curato secondo gli standard locali.