Come funziona il cervello umano

Ognuno di noi ha un proprio carattere, un personale modo di affrontare i problemi e la società, delle proprie debolezze e dei punti di forza. Il nostro modo di essere, insomma, dipende principalmente da come opera il nostro cervello. È per questo che dovremmo essere tolleranti verso gli altri e verso le diversità, perché molti dei “difetti” di ciascuno di noi sono congeniti nella struttura biologica del cervello, e spesso non possiamo fare niente per superarli.

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Secondo alcuni studi, circa la metà della popolazione statunitense è affetta da un qualche tipo di malattia mentale, mentre il 17% soffre di schizofrenia, depressione o bipolarità. Queste persone non possono superare definitivamente i loro limiti, devono invece imparare a convivere con queste patologie. Devono conoscere il proprio modo di essere e la propria genetica, e quindi cercare di costruire sulla base di questo bagaglio comportamentale innato.

In ognuno di noi certe parti del cervello potrebbero essere più reattive di altre. Potremmo avere alcune parti silenti o quasi, e compensare con un’altra parte del cervello, mentre i collegamenti elettrici tra le cellule del tessuto nervoso (sinapsi) potrebbero essere più o meno efficaci. La sommatoria del funzionamento di tutte queste parti determina il nostro carattere e la nostra personalità.

Che possono cambiare nel corso del tempo, ovviamente. Se utilizziamo soprattutto una parte allora la solleciteremo a tal punto da renderla più reattiva ed efficace. Proprio come succede con un qualsiasi altro muscolo del nostro corpo. Nello stesso modo agiscono gli psicofarmaci, sollecitando o inibendo specifiche parti del cervello, e nello stesso modo potrebbero agire gli ipotetici farmaci del futuro, ripristinando il funzionamento delle parti del cervello silenti e quindi alterando il carattere stesso delle persone.

Certamente uno scenario del genere potrebbe essere molto preoccupante e non auspicabile. Ma se la medicina farà il suo corso, potremmo diventare in grado di modificare il modo di funzionare del cervello, e in questo modo risolvere alcuni tipi di patologie.

A conferma che è il cervello a determinare come siamo ci sono tutti quei casi di ictus, al risveglio dei quali il paziente si è trovato ad avere una personalità anche diamentralmente opposta rispetto a quella sua originale. È così che un giocatore di rugby potrebbe diventare un imperterrito omosessuale.

Una parte cruciale del cervello è il cosiddetto “interruttore delle paure”, che si trova in una parte nota come amigdala. La produzione di paura è un elemento fondamentale nella formazione e nell’organizzazione della società. Gli individui conquistano e proteggono gli spazi di loro competenza proprio inducendo paura sugli altri: chi è “più bravo” in questo processo ottiene maggiori risultati.

Naturalmente l’essere umano si evolve e alcune parti del cervello, divenute superflue, si ammorbidiscono fino a essere meno reattive. È chiaro che non abbiamo più bisogno di ottenere gratificazioni incutendo paura ma, come sappiamo bene, la nostra società non è ancora perfetta, e quindi processi di questo tipo sono all’ordine del giorno.

L’emozione della paura è memorizzata e organizzata nell’amigdala, che è una struttura nota anche per la sua forma a mandorla e per essere la ‘centralina’ delle emozioni. All’interno dell’amigdala troviamo, quindi, il circuito nervoso responsabile dei disordini dell’ansia e delle fobie. Se appositamente sollecitata, quindi, l’amigdala potrebbe rendere impossibile affrontare semplici azioni quotidiane, come guidare l’automobile, andare in ascensore o prendere l’aereo.

Capite bene, quindi, che il meccanismo di incutere paura/subire paure è cruciale negli equilibri sociali, e chi è più furbo può approfittarne per conseguire risultati altrimenti impossibili e per ottenere le posizioni di maggiore prestigio e vantaggio.

L’amigdala centrale, infatti, è governata a sua volta da un gruppo di neuroni che formano il nucleo paraventricolare del talamo (pvt), una regione del cervello estremamente sensibile alle sollecitazionie che agisce come un sensore sia alla tensione fisica sia a quella psicologica.

Queste due aree sono collegate da ‘messaggeri chimici’ (Bdnf) già noti per essere implicati nei disturbi d’ansia. Questi sono fattori di crescita che svolgono un ruolo importante nello stimolare la nascita di nuovi neuroni e nuove connessioni tra questi.

I ricercatori stanno adesso analizzando come sfruttare tali messaggeri chimici, facendoli diventare bersaglio di nuovi farmaci per il trattamento dell’ansia e delle fobie. La ricerca sui disturbi mentali procede, ma forse troppo lentamente per risolvere i nostri problemi quotidiani.