Blade Runner 2049 recensione

[ATTENZIONE, CONTIENE SPOILER. LETTURA CONSIGLIATA DOPO LA VISIONE DEI FILM BLADE RUNNER E BLADE RUNNER 2049]

Potrei parlare di scenografia. Potrei parlare di Vangelis. Potrei parlare di cosa si intendeva per intelligenza artificiale nel 1982. Potrei parlare di fascinazione attraverso l’immagine. Potrei parlare di un modo di fare cinema che oggi non esiste più e che non è replicabile né simulabile.

Ma probabilmente non toccherei il vero cuore dell’originale Blade Runner, ammesso che sia possibile fra le complicazioni naturali che caratterizzano questo film e quelle involontarie, visto che non è preciso in certe cose e che comunque va considerato nelle sette versioni distinte esistenti. Vero cuore che personalmente identifico in Roy Batty, ovvero quello che considero come il miglior “cattivo” nella storia del cinema.

Blade Runner 2049

Roy Batty non è cattivo per il piacere di essere cattivo, come lo sono quasi tutti i cattivi hollywoodiani. Non è cattivo per esigenze di storia e, soprattutto, non è cattivo per reazione ai buoni. Darth Vader è cattivo per reazione a Luke Skywalker e personalmente non ho mai capito perché sia passato al Lato Oscuro nonostante esista un’intera trilogia di film che cerca di spiegarlo. L’Agente Smith è cattivo per reazione a Neo: per quanto questo sia giustificato sul piano filosofico è, ancora una volta, cattivo per reazione. E il tanto decantato Joker, in Nolan, è senz’altro cattivo perché Batman è buono.

Roy Batty non è cattivo perché l’Agente Deckard è buono, ammesso che lo sia. Ha le sue ragioni, ha un proprio sogno, ha degli obiettivi a cui non vuole rinunciare. Semplicemente tutto questo contrasta con la visione di Deckard, o degli umani. La verità è che i cattivi di Hollywood sono come i cattivi per gli statunitensi, che si sentono buoni e sentono che chi li circonda vuole contrastarli e, automaticamente, ciò li porta a ritenere che siano cattivi. Nella vita reale le cose non stanno così: ciascuno di noi ha degli obiettivi, giusti o sbagliati che siano, e purtroppo questi vanno a contrastare con gli obiettivi degli altri. E la visione dei replicanti di Roy Batty semplicemente non coincideva con quella di Deckard.

Blade Runner non si riduceva certamente a una questione del “miglior cattivo della storia del cinema”, e anche questo il discorso, e lo faremo, è ampliabile. Accenno solo che riguarda “Ho visto cose che voi umani…”: il momento più solenne del Blade Runner originale non è lì per caso e sposta sui ricordi la vera anima del film di Ridley Scott.

“Ho visto cose che voi umani…”, per prima cosa, sopraggiungeva senza preavviso, incastonandosi tra una sequenza suggestiva e l’altra. Poi evidenziava le “ragioni” di Roy Batty, il valore della sua iniziativa, nonostante tutto e nonostante i motivi che muovevano Deckard a comportarsi in modo opposto.

Da questo punto di vista, fra le tante interpretazioni di Blade Runner, ognuna focalizzata su uno dei tanti aspetti del film di Scott, quella che calza meglio corrisponde a Brazil di Terry Gilliam. Non ci sono buoni o cattivi, ci sono solamente “ragioni” da sostenere.

Per una difficilmente ripetibile commistione di cose, sul piano tecnico Blade Runner era un film costruito con un’idea ben precisa, ovvero rendere suggestiva ciascuna delle sequenze. Lo potevano essere evidenziando dei tratti fisici o psicologici dei personaggi o presentando particolari giochi cromatici. Magari con la musica o con i dialoghi, ma non doveva esserci una singola scena che non fosse sufficientemente impressionante agli occhi dello spettatore. Ho usato l’espressione “difficilmente ripetibile commistione di cose” perché Ridley Scott non ha mai ragionato così nei suoi film precedenti e successivi ma, per nostra fortuna e per fortuna della storia del cinema, in quell’occasione, insieme al suo cast tecnico e artistico, tirò fuori un qualcosa di sensazionale. Blade Runner, per merito anche del modo di fare cinema tipico degli anni ’80, è retro-futuristico, in un modo che nel suo risultato finale non aveva precedenti e non ne avrebbe avuto in seguito. Unito al fatto che era una delle prime volte che si parlava sul grande schermo di intelligenza artificiale, pur in un momento in cui non si aveva bene idea di cosa si intendesse per intelligenza artificiale, rese Blade Runner qualcosa di unico, e irripetibile.

Lo sa Dennis Villeneuve. Non si può “giocare” con Blade Runner: il semplice volerne creare un seguito è qualcosa di talmente ardito da risultare peccaminoso. C’è però una freccia nell’arco del regista canadese, una di quelle frecce che sono più uniche che rare. E ha a che fare con il suo modo di intendere la tecnica della narrazione, quella che personalmente amo definire “gestione del mistero”. Già dai tempi di Prisoners, ma è un qualcosa che si riscontra anche in Sicario e in Arrival, lui ama costruire una fitta ragnatela di rimandi e suggestioni che portano lo spettatore a farsi un’idea di quello che potrebbe succedere, di quello che potrebbe essere l’esito del giallo, o del mistero, a cui sta assistendo. Ritmi lenti che invogliano lo spettatore a prefigurarsi cosa succederà, ma che in alcuni casi lo portano sulla strada sbagliata, in altri gli fanno avere l’impressione di essere sul giusto, per poi rivelargli che le cose non stanno esattamente come lui le stava immaginando. È la vecchissima teoria della contrattazione del significato proposto dall’autore tra autore stesso e spettatore, qui declinata in un modo avvincente, lento nei ritmi, estremamente coinvolgente.

Pensate a un treno che procede a velocità altalenante. Dietro, sui binari lo rincorre un piccolo carro a velocità costante. Il treno ora sembra volersi fare raggiungere, poi accelera velocemente. Alla fine lo raggiungi, chissà, ma è la rincorsa che ha avuto senso, non il raggiungimento, perché l’atto finale non è così ricompensatorio come prometteva. Ma l’intera complessa operazione è stata appagante. È la continua rincorsa al senso che rende particolare Villeneuve, proprio perché lui è bravo a trattare con lo spettatore, instillando dubbi e certezze, spesso disilluse, che, seppure con ritmo molto lento, rende il film nella sua progressione coinvolgente. Perlomeno per il sottoscritto.

Villeneuve non ha bisogno di climax, non ha bisogno di rollercoaster emotivi. Anzi, vuole essere quanto più lineare possibile. L’emozione nei suoi film non arriva in maniera artificiosa, ma è più che altro qualcosa che si sedimenta nel corso del tempo, si nasconde all’interno del ritmo lento, per poi esplodere in maniera immanente, quando meno te lo aspetti perché il momento dell’emozione per te è ormai alle spalle. Non puoi fare previsioni con la “gestione del mistero” di Villeneuve: è imprevedibile e forzatamente piatta al punto da creare degli scossoni fragorosi quanto inaspettati.

Avrete capito che questo modo di fare si sposa molto bene con i thriller gialli come lo erano Prisoners e Sicaro, e si sposa talmente bene, in maniera innata, con Blade Runner che mi viene da pensare che Villeneuve lo abbia congegnato nella sua versione aurorale proprio con la primissima visione di Blade Runner. E dopo aver visto Blade Runner 2049 sono ancora più convinto che la “gestione del mistero” di Villeneuve c’entri con l’intreccio noir thriller di Blade Runner, inteso come film originale. Attenzione, perché il punto di approdo di questa ricerca potrebbe essere qualcosa che lo spettatore, in uno spazietto del suo cervello, ha già intuito fin dal principio. Torniamo al ragionamento per cui è la ricerca che stabilisce il senso, non l’approdo. Nell’originale Blade Runner lo spettatore intuisce sin da subito che Deckard è un replicante, o comunque gli vengono “consegnati” gli indizi per farlo.

Villeneuve non si concentra tanto sul “cattivo”, ma esalta il senso originale di Blade Runner in tre direzioni. Tutte e tre erano presenti nel film di Scott del 1982 ma, semplicemente, non corrispondevano al senso ultimo del film che, come vi ho detto prima, a mio modo di vedere le cose, aveva più a che fare con lo scopo di Roy Batty. Fondamentalmente Blade Runner 2049 è una rilettura personale di Villeneuve rispetto al film originale, sia tecnicamente che semanticamente.

Il protagonista di Blade Runner 2049, interpretato da Ryan Gosling, si chiama K, ed è un Blade Runner diligente rispetto ai suoi ordini. “Diligente” è una delle tre direzioni impartite da Villeneuve al suo nuovo film. Lo era anche Deckard in fondo, ma era un concetto che nel Blade Runner originale non era sviscerato completamente, solo accennato in un dialogo tra Roy Batty e Tyrell. I replicanti sono degli organismi bioingegnerizzati dotati di intelligenza artificiale avanzata, ma i loro creatori, gli esseri umani, vogliono soprattutto che siano diligenti. Devono rispettare così tanto gli ordini che, anche se potenzialmente in grado di esperire sentimenti, devono tenerli a bada, vivere in maniera tale che questi sentimenti non emergano.

K si accontenta di questo. Vive in modo da non trasgredire le regole, in modo da non essere di peso per gli esseri umani. E lo fa cercando di sottacere il più possibile il suo animo umano. Per lui la più grande preoccupazione è evitare di creare le condizioni per cui i replicanti interferiscano con gli umani: non vuole certo provocare un conflitto tra specie diverse. Questo nonostante lui stesso non sia un essere umano: è al servizio della Blade Runner in tutto e per tutto, a scapito dei suoi stessi sentimenti e interessi, che naturalmente esistono sono lì benché lui sia effettivamente poco più di un automa. È diligente, insomma, come lo era anche Deckard del resto. Con la differenza che quest’ultimo, ovviamente, non sapeva di essere replicante.

La seconda direzione riguarda l’appiattimento dei sentimenti, ed è ovviamente legata strettamente alla prima. Ma Villeneuve, sebbene la colleghi alla prima in certi momenti, allo stesso tempo la tratta separatamente con sequenze specifiche. K possiede un ologramma, sempre gestito da intelligenza artificiale, con cui può sfogare qualche voglia, sentirsi in compagnia e raccontare, a fine giornata, cosa gli è successo. Il tutto nella maniera più minimalistica possibile: ridurre qualsiasi possibile istinto e qualsiasi possibile deriva sentimentale è l’anima della strategia che Wallace, colui che ha preso il ruolo di Tyrell e che è magnificamente interpretato da Jared Leto, ha messo in piedi al fine di produrre dei replicanti che siano migliori di quelli precedenti e che, soprattutto, non diventino insoddisfatti e vadano personalmente alla ricerca della libertà.

Tutto questo si concretizza in maniera puntualissima in Luv, il braccio destro di Wallace. Lei è spietata e decisa, non prova sentimenti anche quando compie gli atti più efferati. O, meglio, li prova, ma in maniera sottaciuta: compassione contemporaneamente a determinazione. Nel film questo concetto viene esplicitato con una lacrima che viene fuori mentre l’espressione dell’attrice rimane determinata, quasi come se l’IA gestisse contemporaneamente, ma in maniera separata, due emozioni contrastanti. Come Batty, ma in maniera meno protagonistica, Luv è cattiva perché deve portare a termine un piano, non per reazione a qualcuno. E il suo piano è quello di Wallace: appiattire completamente il sentimento, in una società tutta, al di là dei replicanti, che va verso questa direzione, in maniera non sempre volontaria. È qualcosa di morboso che spinge la specie umana prima a dare così tanto spazio alle forme di vita autonoma, poi a reprimerle il più possibile esattamente come cerca di reprimere sé stessa. Si ritroverà in una dimensione dove non c’è più spazio per l’imprevedibile, dove lo stesso essere umano è destinato a trasformarsi in meccanismo senza anima, costruendosi intorno una prigione che adesso diventa inscardinabile.

La terza delle direzioni riguarda il dualismo tra realtà e fantasia, anche questo al centro di diversi dialoghi importanti di Blade Runner 2049. Come nel film originale i ricordi dei replicanti vengono creati ad hoc da una mega-corporazione, che distribuisce set di ricordi in diversi replicanti. Stabilire qual è l’origine di un ricordo, la persona che per prima lo ha esperito non è più così facile, e questo crea confusione e disorientamento. C’è tanta simulazione che non riusciamo più a capire cosa o chi è reale da cosa o chi non lo è.

Nel corso della sua “gestione del mistero” Villeneuve tratta e alterna queste tre tematiche in maniera sublime, rendendo Blade Runner 2049 molto coinvolgente. Ci si sarebbe potuto aspettare una sorta di “simulazione” del ritmo lento dei film anni ’80, ma Villeneuve è capace di raggiungere l’obiettivo per un’altra strada, appunto quella che aveva battuto con i suoi precedenti film. Per certi versi, possiamo dire che piega Blade Runner alla sua tecnica, anche perché esalta tre concetti che fondamentalmente non erano la base del Blade Runner originale.

Ma ovviamente c’è di più. Blade Runner non è solamente una sorta di reminescenza della macchina di Turing, non si riduce a un metodo per distinguere tra reale e fantasia, tra essere umano e replicante. Il vero significato finale del film originale così come del nuovo riguarda i ricordi: ciò che in realtà ti rende quello che sei sono i tuoi ricordi, le tue esperienze. “Ho visto cose che voi umani…” si instillava esattamente in questo senso e l’indagine di K in Blade Runner 2049 aderisce esattamente allo stesso principio. Erano, insomma, i ricordi maturati al di là degli innesti che giustificano la causa di Roy Batty e sono i ricordi qui a rendere figlio, più della genetica.

Scoprire se sei effettivamente figlio del primo replicante di nuova generazione è solo un pretesto per alimentare il ragionamento su quelle che abbiamo definito “le tre direzioni”. In un’epoca in cui la riflessione sull’intelligenza artificiale è l’attualità ormai, e tutto questo ci tocca molto più da vicino rispetto a quanto avveniva nel 1982, e il rischio della spersonificazione e della perdita dei sentimenti, e dell’anima, è dietro l’angolo, la commistione fra tecnica narrativa e ricerca filosofica diventa un qualcosa di dirompente in Blade Runner 2049.

Prima di proseguire nel ragionamento, apro una parentesi a proposito di resa della fantascienza sul grande schermo. Il Blade Runner originale anticipava tantissime tematiche, e il semplice fatto, seppure in maniera non sempre realistica, di aver affrontato per primo in questi toni la questione IA lo rende unico. In 2049 Villeneuve, visivamente, doveva portare a un nuovo livello la visione fantascientifica. Si sforza a farlo, con una Los Angeles che ormai non ha più barriere, e che in parte è inaccessibile a causa delle radiazioni elettromagnetiche, con gli ologrammi che fanno ormai parte della vita quotidiana delle persone, con la componente informatica a cui non è più possibile rinunciare. La ripartizione spaziale della California del 2049 è al tempo stesso molto importante nella misura in cui, qui, si abbandona la città, seppure per brevi tratti. Una tecnologia che però dà pesantemente spazio all’arretratezza, in mondo che non può fare a meno di essere ingiusto, per esempio quando ha bisogno di bambini per assemblare componenti tecnologiche. Migliora tutto, potremmo dire scherzosamente, tranne che le auto, che rimangono incredibilmente brutte come nel Blade Runner originale.

In fondo, come era scontato, e in fin dei conti noto fin dalle prime battute del film, che Deckard fosse un replicante in Blade Runner del 1982, qui è sempre chiaro che K è figlio di Deckard. O perlomeno lo è fino al farraginoso finale. Diciamo farraginoso perché questo tradisce le intenzioni della casa di distribuzione di instaurare con Blade Runner, se il pubblico ovviamente premierà il nuovo film dal punto di vista degli incassi, un universo per dare lo spazio a una serie di film, o chissà altro. E allora ecco che serve una figlia diversa da K, ed ecco che serve una fazione. Insomma, quelle scelte che gettino le basi per l’instaurazione di un universo.

Al di là di tutto, prima di concludere, lasciatemi però dare due meriti a Villeneuve. Uno, l’aver affrontato dei temi di assoluta profondità filosofica e morale, insieme al suo cast tecnico, con una sceneggiatura di grandissimo spessore nonché intelligente. E secondo, usare un ritmo ragionato, calmo e preciso, piuttosto che affidarsi all’innaturale velocità che ormai contraddistingue, come se altrimenti non fosse possibile, il cinema di oggi. Questo approccio rende Blade Runner 2049 un caleidoscopio importante di situazioni, personaggi e scenari, al cospetto di un Blade Runner originale più semplice e con meno scene, capace in questo modo di dare maggiore forza espressiva ai singoli momenti.

Ma non è ancora questo che Villeneuve in ultima analisi vuole dirci. Il fulcro non poteva non essere una rievocazione del famosissimo “Tears in Rain” del film originale. E peccato se non lo si è colto perché Villeneuve ci mette tutta la poesia possibile: non solo rievocando il concetto dei ricordi che forgiano la persona e non solo per l’ovvio uso della storica melodia di Vangelis o per la trasformazione della pioggia in neve, ma quanto per la sublime capacità di aver sostituito delle parole che non è possibile citare direttamente con la sua capacità espressiva, con il saper muovere l’attore come lui ama, ovvero in maniera estremamente lenta, e con la sua sontuosa abilità di generare mistero.