A cosa serve lo smartphone



L’altro giorno ho dovuto portare in assistenza il mio smartphone perché c’era una parte da cambiare dopo essersi rotta. Ho quindi vissuto per qualche giorno senza smartphone, il che mi ha dato delle sensazioni uniche, che non sentivo ormai da molto tempo. Quanto lo smartphone influisce sulle nostre vite? Possiamo veramente farne a meno ormai?

Non so se la risposta a queste domande è si o no, ma quel che è certo è che lo smartphone ha cambiato le nostre ansie e i nostri ritmi vitali.

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Qual è la funzionalità di cui per prima ho sentito la mancanza? Ebbene, proprio quella più semplice, l’orologio. Non indosso ormai orologi da almeno 10 anni, perché sono solito vedere l’orario proprio sullo smartphone. Per cui la prima abitudine che ho dovuto cambiare è proprio quella di andare a guardare l’orario in altri posti, “aiutandomi come potevo”.


Ma dopo qualche ora la mancanza dello smartphone si è fatta più intensa. Mi accorgo che normalmente faccio riferimento al telefono molto frequentemente, per me è quasi come un appiglio. Come un oggetto apotropaico dal quale mi aspetto di ricevere risposte, e frequentemente. Mi viene un dubbio, lo prendo e comincio a cercare su Google. Vedo in TV qualcosa che mi incuriosisce, una notizia che penso sia riportata male, e allora prendo lo smartphone per verificare le fonti.

Insomma, è un’ancora di salvezza ormai, un oggetto che il mio cervello percepisce come una possibilità di conforto. E dopo un po’ la sua mancanza è fortissima, e ho bisogno di trovare qualcosa che possa fare in qualche modo da surrogato. E, ovviamente, questo è il PC. Per me, insomma, l’assenza dello smartphone mi riporta indietro nel tempo, quando era proprio il PC il punto di riferimento per l’informazione e per tutti gli usi, appunto, informatici.

Quando mi sveglio, normalmente, la prima cosa in assoluto che faccio è prendere lo smartphone. Come se fossi stato scollegato dalla “realtà” per molto tempo e debba rimettermi in pari con tutto quello che è successo. Per me, ormai, la “realtà” non è la realtà, ma ciò che succede nel mio newsfeed su Facebook e non consultarlo per molto tempo mi dà una sensazione di negatività e di disinteresse verso le cose che contano realmente. Se non posso consultare il newsfeed sullo smartphone ecco che la mia ancora di salvezza torna a essere il PC.

Insomma, è come se mi aspettassi delle risposte a dei dubbi amletici dal mio smartphone. E, puntualmente, il mio smartphone non è in grado di rispondere a questi dubbi, lasciandomi costantemente in una condizione di indefinitezza. Ma è sempre lì, anche se non sa rispondere, è sempre pronto “a cercare di rispondere alle mie domande”. O, meglio, quasi sempre.

L’impossibilità di comunicare in maniera così istantanea con gli amici, per esempio tramite Whatsapp o Skype, è una mancanza che ho avvertito in un secondo tempo. Con lo smartphone attivo sei sempre bersagliato da richieste, d’aiuto o semplicemente di compagnia. È quasi letteralmente impossibile, ormai, non mantenersi in contatto con gli amici o non fare continuamente nuove conoscenze. Con Facebook è impossibile non ritrovare qualcuno che si sta cercando.

E tutto diventa un flusso in cui praticamente convivi, anche se non fisicamente, con decine, se non centinaia, di altre persone, condividendo con loro notizie, fatti di attualità, ma anche sentimenti e stati d’animo, sostanzialmente in un flusso continuo. Spezzare questo cordone ombelicale mi ha dato la possibilità di stare finalmente un po’ solo con me stesso, e devo dire di averne beneficiato, anche se solo per qualche giorno.

Ma nei giorni successivi al momento del distacco dal mio smartphone, ho ragionato su un’altra cosa. Lo smartphone è diventato come un secondo schermo sulla mia vita. Mi dà modo di essere più produttivo e di fare delle cose in parallelo ad altre. Insomma, tornare indietro definitivamente sarebbe molto difficile, forse impossibile, perché sarebbe come un tornare indietro nel medioevo tecnologico.

Ormai abbiamo affidato tutte le nostre preziosità al digitale e per accedervi abbiamo necessariamente bisogno di uno strumento digitale. La nostra storia, la nostra cultura, la profondità come essere senzienti, il nostro sapere, stanno tutti dentro un mega cervellone informatico. Ed è con lui che dobbiamo imparare a fare i conti.